Storie dal Mondo

Yemen: peggior crisi umanitaria del secolo, ma nessuno ne parla

Settecentomila morti dal 2016. L'80% della popolazione è in cerca di assistenza e protezione. 4 bambini su 10 non possono andare a scuola

Lo Yemen sta facendo i conti con la peggior crisi umanitaria al mondo. Un conflitto che non accenna a rallentare, decine di migliaia di vittime negli ultimi quattro anni, fra cui migliaia di bambini, 24 milioni di persone bisognose di assistenza e protezione, mentre 10 milioni non riescono a sopravvivere senza aiuti alimentari e d’emergenza; a questi si devono aggiungere 3 milioni e 300mila sfollati.

Secondo studi dell’Università di Denver, se la guerra nello Yemen non cesserà, nel 2022 si potrebbero raggiungere i 500.000 morti, tra cui oltre 300.000 a causa della fame e della mancanza di cure mediche.

I NUMERI DI UNA GUERRA INFINITA

È quanto ha affermato il 17 giugno, davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Mark Lowcock, sottosegretario Onu per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza in Yemen. Come ogni mese Lowcock ha presentato il suo resoconto al Consiglio di sicurezza, implorando un’azione concreta per riportare la pace nel Paese, ormai dilaniato da un conflitto lungo quattro anni, e risorse economiche da distribuire fra la popolazione.

Le cifre di questa guerra sono impressionanti: 70.000 morti dal 2016, 24 milioni di persone (ovvero l’80% della popolazione) in cerca di assistenza e protezione. Di queste, più di 10 milioni non riescono a sopravvivere senza aiuti alimentari d’emergenza. Gli sfollati sono arrivati, invece, a quota 3 milioni e 300 mila unità. Nel 2019 più di 100 ospedali e scuole sono stati colpiti da azioni di guerra (bombardamenti aerei, granate, mortai), mentre 600 attacchi al mese hanno come obiettivo le strutture civili.

Parlare di guerra al singolare, però, non è del tutto esatto: i fronti di guerra aperti, infatti, sono ben 30, dove si fronteggiano più schieramenti e fazioni in conflitto fra loro: i ribelli houthi, fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh che hanno dato vita all’organizzazione armata Anṣār Allāh, e la coalizione a guida saudita che appoggia le forze leali al governo di Abd Rabbuh Mansur Hadi, fuggito ad Aden nel 2015. Il 13 dicembre scorso è stato firmato a Stoccolma un accordo che prevedeva il cessate il fuoco che però non è mai stato rispettato: i combattimenti, infatti, sono ripresi subito dopo a Hodeida.

I combattimenti hanno costretto quest’anno 250.000 persone a lasciare le proprie case – ha denunciato Lowcock – Le uccisioni e i ferimenti dei bambini sono più che triplicati dagli ultimi 4 mesi del 2018 e i primi 4 del 2019. In questi ultimi giorni abbiamo visto un pericoloso e riprovevole aumento di attacchi sull’Arabia Saudita, e bombardamenti aerei su Sana’a e altre zone”.

Oggi la maggior parte degli yemeniti vive in aree controllate dagli insorti houthi e dai loro alleati. “Dopo decine di migliaia di bombardamenti aerei, colpi di mortaio e scontri in prima linea la situazione è cambiata solo marginalmente dal 2016 – ha spiegato sempre Lowcock – La guerra non solo è brutale, ma nessuno vince. Sono tutti d’accordo su questo, almeno nelle dichiarazioni pubbliche. Eppure la guerra continua”.

Non solo una guerra infinita e una crisi umanitaria senza precedenti. A queste si aggiungono infatti la crisi economica e sanitaria, che non fanno che aggravare il quadro, già terribilmente precario, della situazione.

LA CRISI ECONOMICA E SANITARIA

L’economia del Paese è in ginocchio, con una contrazione del 40%, e un aumento del 50% di persone bisognose di assistenza rispetto alla situazione antecedente alla guerra. Un quarto dei bambini sono malnutriti, mentre il 40% non può recarsi a scuola. Le precarie condizioni igieniche, inoltre, hanno aggravato l’epidemia di colera, con cui il Paese combatte da anni, con 364.000 casi sospetti e 639 morti dall’inizio del 2019. Soltanto gli interventi delle organizzazioni internazionali hanno contribuito alla diminuzione di nuovi casi.

Allo stato attuale, circa la metà dei 3500 presidi sanitari è inutilizzabile per via del conflitto. Con queste condizioni e con i combattimenti ancora in corso, tracciare la diffusione del Covid-19 è praticamente impossibile. Dalla comparsa del primo caso, nel mese di aprile, le autorità sanitarie hanno certificato soltanto 900 contagi. Un dato che risulta sicuramente a ribasso e poco credibile data l’impossibilità di rispettare il distanziamento sociale, le condizioni di salute estremamente precarie della popolazione e il fatto che gli houthi abbiano scelto di non diffondere i numeri dei contagi interni.

Nonostante questo, i diversi “governi” presenti sul territorio hanno adottato misure anti-Covid simili, sebbene non coordinate. Un tentativo estremo che difficilmente potrà risollevare il sistema sanitario nazionale dal collasso: mancano non solo attrezzature come i ventilatori polmonari, ma anche bende, farmaci di base e materiale sanitario.

Come se non bastasse, alla crisi si sono aggiunte piogge torrenziali e alluvioni che hanno colpito 80.000 persone. Le già fragili tende e baracche dove vivevano gli sfollati sono state spazzate via, e l’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) ha dovuto provvedere a ripari d’emergenza e forniture di materiali per le case danneggiate.

Di fronte ad una tragedia di proporzioni simili, il funzionario dell’Onu, Lowcok, ha richiamato la comunità internazionale alle proprie responsabilità, dichiarando: “Quest’anno abbiamo bisogno di 4,2 miliardi di dollari ma ne abbiamo ricevuti solo 1,15 (il 27%)”. La Conferenza internazionale dei donatori a Ginevra, lo scorso mese di febbraio, si era impegnata per 2,6 miliardi di dollari. Questi soldi, a distanza di quattro mesi, nonostante le promesse, non sono ancora arrivati e il Paese rischia di non riprendersi più da una crisi che tocca tutti gli aspetti della vita dei suoi abitanti.

IL CESSATE IL FUOCO TEMPORANEO

Nella giornata di lunedì 22 giugno, il governo yemenita del presidente Abd Rabbu Mansur Hadi e i separatisti del sud (Consiglio di Transizione del Sud o Cts) hanno raggiunto un accordo per la de-escalation e il cessate-il-fuoco nella provincia di Abyan. Lo ha annunciato il portavoce della coalizione a guida saudita Turki al-Maliki, aggiungendo che la ripresa del dialogo per il raggiungimento di un’intesa tra le parti avverrà nei prossimi giorni a Riad, in Arabia Saudita.

Le tensioni, in questo caso, riguardano due ex alleati, entrambi formalmente parte della coalizione anti-Houthi, gli insorti sciiti zaiditi sostenuti dall’Iran che dal 2015 controllano la capitale Sana’a. Un conflitto nel conflitto, quello tra esercito e forze speciali filo-governative, sostenute dall’Arabia Saudita, e il Consiglio di transizione meridionale (Cts) appoggiato informalmente dagli Emirati Arabi Uniti, cominciato nel 2018 e sfociato nell’agosto del 2019 nella presa da parte dei secessionisti del palazzo presidenziale di Aden, sede temporanea del governo yemenita riconosciuto.

Dopo la firma dell’accordo di Riad a novembre scorso, le tensioni si sono riaccese ad aprile, quando il Cts ha annunciato unilateralmente l’autonomia delle regioni meridionali sotto il suo controllo. La Repubblica dello Yemen, collocata nel sud del paese, è rimasta indipendente fino al 1990. Da quel momento, e fino allo scoppio delle rivolte contro l’allora presidente Ali Abdullah Saleh, le regioni meridionali non hanno beneficiato dello sviluppo e delle riforme promesse in cambio della riunificazione con le regioni del Nord. E adesso chiedono il conto.

Tags

Alessandro Mancini

Direttore editoriale e fondatore di Artwave. Laureato in Letteratura e Linguistica italiana, appassionato di fotografia e di arte, inguaribile sognatore, ritardatario senza speranze. Cerco la bellezza nei dettagli.

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Check Also

Close
Back to top button
Close
Close