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YEMEN, IL PANTANO DI SANGUE

Sono saltati i colloqui di pace che avrebbero dovuto ristabilire un equilibrio nello Yemen. Tra Stati, ribelli, fanatici fondamentalisti e pirati la situazione permane complicata. La pace: un miraggio

Sana’a (Yemen)- «Noi speriamo che possa forgiare una nuova fase a lungo attesa, la fase della pace, della sicurezza e del rispetto dei diritti umani […] le sedute di oggi sono state positive e promettenti». Era lo scorso 21 aprile quando l’inviato delle Nazioni Unite per lo Yemen Ismail Ould Cheik Ahmed  commentava in questo modo i primi passi dei colloqui di pace tra il governo yemenita guidato da Abd Rabbuh Mansur Hadi ed i ribelli Houthi, gruppo armato sciita zaydita, sostenuti da soldati rimasti leali all’ex capo dello Stato Ali Abdullah Saleh, sconfitto dalla Primavera araba del 2012. Colloqui di pace svoltisi in Kuwait e che avrebbero dovuto portare ad un accordo utile a ristabilire una transizione pacifica ed ordinata basata sull’iniziativa del GCC (Gulf Cooperation Council- organizzazione internazionale regionale che unisce sei Paesi del Golfo persico ma del quale lo Yemen non fa parte).

Maggio, con un attacco dei ribelli secessionisti Houthi ad una base a nord della capitale Sana’a (la base militare di Umaliqa -sempre definitasi neutrale), sembra però non essere iniziato sotto una buona stella. Gli accordi di pace, dopo essere stati “silurati” dall’azione degli Houthi (come ha sostenuto il ministro degli affari esteri yemenita Abdel Malek al Mekhlafi), sono stati quindi sospesi a tempo indeterminato.

La situazione dello Yemen, così come in molte aree del Medio Oriente è assai complessa. Nata nel 1990 dalla riunificazione della Repubblica Araba dello Yemen (Yemen del nord) con la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen (l’attuale area centro-meridionale del Paese), la Repubblica presidenziale dello Yemen non ha praticamente mai avuto vita facile. Con la guerra civile nel 1994, gli scontri tra forze governative e milizie separatiste  nel 2008 ed infine il ritorno ad una fase acuta di guerra civile nel 2015 (durante la quale i ribelli Houthi hanno conquistato Sana’a, “ex” capitale dello Yemen, costringendo il presidente Hadi a trasferirsi ad Aden –dopo essere stato liberato), ben si può intendere quanto calda possa essere la situazione. Gli ostacoli alla stabilizzazione dell’area sono però molteplici e non si risolvono esclusivamente nel conflitto tra due fazioni opposte quali quella del governo yemenita di Hadi e quella dei secessionisti Houthi.

Il conflitto al quale si assiste nello Yemen è certamente una guerra civile che però è andata sempre più internazionalizzandosi a causa dell’importanza geografica che questa zona ha in qualità di crocevia per le rotte commerciali tra Oceano Indiano e Mar Mediterraneo (basti pensare all’importanza del Corno d’Africa per una molteplicità di paesi tra i quali proprio in questi giorni spicca la Cina che ha dato avvio alla costruzione di una base militare a Gibuti). I principali attori in tal senso sono l’Arabia Saudita (che, preoccupata per un eventuale accerchiamento sciita, appoggia il govero riconosciuto dalle Nazioni Unite) e l’Iran che intrattiene rapporti con la guerriglia sciita anti governativa. Anche l’Oman e gli USA, giusto per fare altri due esempi, hanno interesse a che la situazione si stabilizzi e, così, appoggiano le forze governative con aiuti economici e militari.

Tra i vari problemi che si registrano all’interno del Paese quali clientelismo, disgregazione dello Stato, precarietà della situazione economica, criminalità dilagante e corruzione, è da aggiungersi l’endemica presenza di gruppi terroristici e pirateschi. Difatti, preoccupa non poco la riuscita penetrazione di al-Qaida della penisola arabica (Aqap) a sud e ad est, nonché la presenza di una filiale yemeita del Daesh (anche se priva delle capacità operative di al-Qaeda).

L’ennesimo pantano quindi, l’ennesima situazione che, connotata da troppe difficoltà, non resta che seguire attentamente, aspettando che il tempo, la diplomazia e, purtroppo, le armi riescano ad offrire una qualche soluzione che possa mettere fine ad una guerra che perdura da più di un anno e che ha già mietuto più di 6000 vittime.

Federico Molfese

Federico Molfese

Laureato in Relazioni internazionali presso l’Università di Roma La Sapienza, ha approfondito i suoi studi seguendo un master in Mediazione interculturale e interreligiosa presso l’Accademia di Scienze Umane e Sociali di Roma. Appassionato di geopolitica e attento a temi quali diritti umani, dialogo nelle sue più svariate forme, fondamentalismi e metodi per la risoluzione dei conflitti, ha svolto diverse conferenze presso alcuni istituti scolastici di Roma. Attraverso un periodo di stage presso l’Onlus “InMigrazione”, nel campo dell’accoglienza dei migranti in territorio nazionale, ha potuto ulteriormente approfondire la sua conoscenza riguardo il rapporto che intercorre tra lo Stato italiano, l’Unione Europea ed il fenomeno migratorio. Per diletto si interessa allo studio delle religioni e della simbologia sacra, nonché all’insegnamento di diverse discipline marziali. Ama storie fantasy di autori come Tolkien, Michaele Ende, Jule Verne e Stevenson e nutre una grande passione per la scrittura.

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