Il blocco sarà fino a giovedì, giorno in cui le nuove norme verranno votate dal Parlamento Europeo. Ma la protesta è contro una legge che non la riguarda. Wikipedia non si è mobilitata solo per salvare sé stessa, ma per difendere la Rete libera.

 

Wikipedia non funziona in Italia dalla giornata di ieri 3 luglio, per protestare contro la riforma UE della legge sul copyright che potrebbe mettere in pericolo la libertà della più famosa enciclopedia online e di quella del web tutto. Nella notte tra il 2 e il 3 luglio la comunità di volontari che si occupa dei contenuti dell’enciclopedia in lingua italiana ha terminato una lunga discussione interna che ha portato al blocco totale delle pagine, sostituite da un banner chiaro e deciso a coinvolgere i lettori digitali in questa battaglia con l’UE. La discussione, rigorosamente pubblicata online e disponibile a tutti, era iniziata il 20 giugno con un post che poneva la questione sulle possibili conseguenze della direttiva sul copyright in discussione al Parlamento Europeo. I volontari della comunità che si occupano di gestire, aggiungere, modificare e correggere le pagine dell’enciclopedia libera avevano proseguito per oltre dieci giorni, chiedendo, argomentando, criticando e proponendo. Per cercare di capire come meglio comunicare il loro punto di vista sui due articoli, il numero 11 e il numero 13 della direttiva, che potrebbero mettere in pericolo l’intera struttura della piattaforma. Ancora oggi nessuna pagina è più disponibile e l’utente in cerca di informazioni si trova davanti a un banner verde chiaro che spiega che se la proposta fosse approvata «potrebbe essere impossibile condividere un articolo di giornale sui social network o trovarlo su un motore di ricerca. Wikipedia stessa rischierebbe di chiudere». Una posizione appoggiata da molti informatici e accademici nel mondo così come dalla Wikimedia Foundation (associazione che si occupa di promuovere l’enciclopedia) e da suo presidente Jimmy Wales che ha scritto su Twitter: «Wikipedia Italia oscurata oggi per accrescere la consapevolezza sulla disastrosa direttiva sul copyright europea». Inoltre nel banner si invoca l’aiuto degli eurodeputati per bloccare la direttiva, e non solo: gli stessi utenti possono telefonare ai rappresentanti europei per dimostrare il loro appoggio. Wikipedia rimanda a una pagina della Mozilla Foundation dove ci si può immediatamente mettere in contatto con l’ufficio di Nicola Danti, europarlamentare di riferimento per la riforma. Che, nonostante numerosi tentativi, non ha mai risposto; né si è messo in contatto con Wikipedia finora.
In realtà l’Unione Europea, in una nota, ha voluto tranquillizzare Wikipedia Italia e ha precisato che piattaforme come questa in realtà non correrebbero il rischio di dover filtrare tutti i contenuti. Nella bozza ufficiale della legge, esiste infatti il cosiddetto “emendamento Wikipedia” estensibile a tutte le piattaforme simili, che solleva dal filtraggio automatico l’invio dei contenuti, permettendo una serena prosecuzione del proprio lavoro, specie nel settore dell’informazione enciclopedica. Una risposta che soddisfa parzialmente Wikipedia, che in realtà sa di potersela cavare. Il problema sembra essere infatti di principio, e non di specie: l’attuale direttiva non garantisce la sacrosanta tutela di idee e contenuti nuovi, si limita a congelare la rendita di quelli già esistenti. Sebbene Wikipedia probabilmente troverebbe le forze per sopravvivere alla tempesta, cosa ne sarà dei siti più piccoli? Chiuderebbero, e con essi anche il principio del sapere libero.
Per domani 5 luglio è fissata la votazione della direttiva, basterà entrare su Wikipedia per capire se la battaglia con L’UE si sarà sbloccata, anche a favore di tutti gli utenti che, in tutti questi anni, hanno trovato nell’enciclopedia libera e gratuita online un posto speciale.

Gli articoli sotto accusa
Gli articoli criticati da Wikipedia e da molti esponenti della comunità online sono due: il primo è l’articolo 11 (Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale) che prevede l’introduzione di una tassa sui link. Gli editori, qualora la direttiva venisse approvata, potrebbero quindi chiedere agli operatori un pagamento per il diritto d’autore del contenuto della pagina a cui quel link rimanda. Ancora più polemiche sorgono sul secondo articolo, il numero 13 (Utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altro materiali caricato dagli utenti). Questo stabilisce che si dovrebbe regolamentare a priori il rapporto tra colui che detiene il copyright su quel contenuto e il gestore della piattaforma. Essendo il sistema di Wikipedia interamente basato su fonti e link rimandanti ad articoli principalmente di giornali online, l’enciclopedia ha deciso di muoversi perché rischierebbe di chiudere. «Vogliamo poter continuare a offrire un’enciclopedia libera, aperta, collaborativa e con contenuti verificabili», scrivono. Ma scorrendo gli altri articoli del testo di legge UE, si scopre che in realtà la piattaforma sarebbe esclusa da questi cambiamenti. All’articolo 2 si legge che «I provider come le enciclopedie no-profit, i contenitori di documenti educativi e scientifici senza scopo di lucro, le piattaforme di sviluppo di software non devono essere considerati servizi di condivisione dei contenuti a cui si riferisce questa direttiva». E ancora si dice che «i servizi che non hanno uno scopo commerciale come le enciclopedie online» sono escluse.

Perché è bloccata solo Wikipedia Italia
Wikipedia Italia è la prima comunità linguistica a procedere con il blocco totale, spiegano dalla sede milanese della Wikimedia Foundation. il 2 luglio già compariva un banner informativo, ma all’interno della discussione tra i volontari dell’enciclopedia non era abbastanza. E bisognava procedere con un atto più incisivo: «c’è stato molto dibattito ma il banner è stato alla fine ritenuto inefficace e poi nella notte si è raggiunta una massa critica sufficiente a far partire il blocco» ha raccontato Maurizio Codogno, portavoce di Wikimedia Italia e attivo contributore di Wikipedia. E aggiunge: «dovevamo trovare una soluzione per sensibilizzare su un tema molto importante di cui a nostro parere non si è parlato abbastanza. Ogni comunità linguistica decide per sé ed è quindi questo il motivo per cui solo la nostra edizione è stata oscurata. Anche se nella versione in lingua inglese compare già da qualche giorno un banner informativo è improbabile che si decida per un blocco qui, vista l’anima più internazionale di una comunità linguistica come quella inglese e non strettamente legata all’Europa». Poche speranze anche su quella spagnola, per lo stesso motivo, «mentre altre comunità più piccole stanno decidendo se seguirci; non c’è per ora nessun coordinamento ma è probabile la loro partecipazione» ha concluso Codogno.

Sostenitori e oppositori della direttiva
La direttiva trova il parere favorevole delle imprese che hanno sofferto di più la cannibalizzazione dei propri contenuti online, dagli editori ai produttori musicali. Il contrasto alla pratica degli snippet (l’unità funzionale di un codice sorgente estratta da un programma e messa a disposizione degli utenti di Internet) eviterebbe la dispersione di traffico e introiti pubblicitari verso siti che non pagano gli autori originari dei contenuti copia-incollati sulle proprie bacheche; un filtro più efficace agli upload proteggerebbe gli artisti dalla diffusione gratuita delle proprie opere. Solo in Italia hanno dato parere favorevole soggetti come l’Associazione italiana editori e la Federazione italiana industria musicale. Tra i gruppi sfavorevoli ci sono, paradossalmente, due categorie agli antipodi come i colossi tech (su tutti Google, che si è dato a una massiccia attività di lobby sugli editori) e gli attivisti per la libertà di internet. L’avversario è in comune, ma le analogie finiscono qui: i colossi del Web non vogliono sobbarcarsi ruoli di controllo sui dati diffusi sulle proprie piattaforme, oltre a conservare i pesanti flussi di investimenti pubblicitari monetizzati finora; i secondi vogliono evitare che la circolazione di contenuti sia schiacciata sotto al peso dei grandi editori (e delle stesse aziende tech), a discapito della libertà di espressione e di aziende di dimensioni minore. L’argomento fatica a essere inquadrato anche secondo le vecchie categorie politiche, perché la materia va ben oltre i confini di destra e sinistra, trovando opinioni contrarie anche all’interno delle stesse famiglie politiche di Socialdemocratici e Popolari. Tra i pochi gruppi compatti per il no ci sono i Verdi e alcuni outsider, inclusa un forza italiana: i Cinque stelle, tra i più “rumorosi” nel contrasto alla direttiva.

 

Emanuele Forlivesi