«I cittadini nordcoreani non sanno di essere schiavi. Sono resi prigionieri sin dal momento della nascita, prima ancora che possano imparare il significato delle parole “libertà” e “diritti umani”», queste sono invece le parole di Yeonmi Park, disertrice nord coreana, scappata da piccola dal suo Paese perché il padre era stato condannato a un campo di lavoro per “commercio con la Cina”, ora cittadina americana, mentre madre e sorella sono rimaste in Corea del sud ed è proprio su testimonianze come quella di Yeonmi che si fonda il film.

Presentato al 57° Festival dei Popoli di Firenze, il Festival dall’ampio respiro internazionale che si occupa di mostrare al pubblico italiano, così come a quello mondiale partecipante, un panorama di titoli documentaristici, “While They Watched” vuole approcciarsi al regime di Kim Jong-un da una particolare prospettiva interna, prendendo a prestito le storie vere delle persone che ne sono state e ne sono vittime e testimoni, siano essi esuli, ma anche attivisti, soldati o ex agenti della propaganda. Diretto dal giovane regista londinese Jake J. Smith l’atipico documentario, che poggia sull’utopica fine dell’opprimente dittatura, si è dimostrato un valido prodotto audiovisivo, accaparrandosi numerosi premi internazionali, vincendo in categorie quali Miglior Documentario, Miglior Produzione e Miglior Regia ai World Film Awards, oltre ad essere stato nominato Miglior Documentario all’Indie Fest USA International Film Festival.

E allora disparate testimonianze sono disseminate lungo l’arco filmico, analizzando analogie e differenze tra dittature apparentemente diverse, ma tutte recanti entro sé il germe della negazione della libertà. «L’unica differenza che posso riscontrare tra Hitler e il regime nordcoreano è che, mentre il Führer cercò di portare all’estinzione un’intera razza in un breve periodo di tempo, uccidendo sei milioni di ebrei, la Corea del Nord, nelle persone di Kim Jung II, Kim Jong-un e Kim II Sung, ha ucciso lentamente la sua gente, in un arco di tempo più ampio, di circa 60 anni, questo per permettere che il suo regime continuasse ad esistere, non perdendo il potere acquisito con la forza e la violenza. Questa è l’unica differenza», questa la drammatica sentenza espressa da Ahn Myeong Chul, che fu ufficiale in comando in campi di concentramento. La libertà di espressione in tutte le sue forme, così come i più comuni diritti di religione, istruzione, parola, tutto ciò è stato violato dal regime, ridotto ad idea da abiurare per non rischiare di essere severamente puniti. «Le persone erano costrette (il passato è utilizzato ai fini dell’opera, sempre tenendo presente la scelta filmica di considerare come giunta al crollo la dittatura nordcoreana) ad assistere alle esecuzioni pubbliche e coloro che avevano commesso un crimine, ad esempio avevano deciso di non eseguire un particolare ordine, di violare il sistema o semplicemente avevano detto o fatto qualcosa non in linea con le imposizioni dittatoriali, venivano spediti nei campi di prigionia – spiega Ahn Myeong Chul – Inoltre le loro famiglie, colpevoli per associazione, venivano anch’esse forzate ad unirsi ai campi, condannate ai lavori forzati fino al sopraggiungere dell’unica liberazione possibile, la morte». Ahn non è stato solamente testimone oculare di tutto ciò, è stato chiamato anche ad eseguire ordini, ad obbedire a delle imposizioni dall’alto «Io ed altri abbiamo giustiziato tre persone, due donne ed un uomo».

«Il nostro compito consisteva come prima cosa nel circondare le vittime impugnando le nostre armi. Poi dovevamo costringere i prigionieri a gettarsi a terra e ad elencare i “peccati” di cui si erano macchiati. In ultima istanza essi venivano uccisi – questo l’iter a cui era abituato Ahn, perché l’abitudine al massacro era il tratto distintivo del potere trattenuto nelle mani del regime – Dopo essere stati uccisi, i cadaveri dei prigionieri venivano caricati su pezzi di stoffa e trasportati in un posto adibito alla sepoltura dei morti. Ho assistito ad un’esecuzione per la prima volta quando avevo appena dieci anni. Mi trovavo a scuola e ricordo che rimasi sorpreso, scioccato. Poi, finendo a lavorare nei campi di prigionia, mi ci sono abituato».

Se la Corea del Nord non ha abbastanza forze per contrastare la dittatura ormai saldamente impostasi, sopraggiunge l’aiuto delle Nazioni Unite. Come enunciato in “While They Watched”, hanno indetto una Commissione per prendere atto delle violazioni dei diritti umani che avvengono a livello mondiale, divulgandone le analisi. In quest’ottica è stato preso in considerazione anche il regime nordcoreano, che dal canto suo ha prontamente vietato l’accesso al Paese a qualsiasi tipo di indagine, spingendo la Commissione a condurre delle udienze pubbliche in cui sono state ascoltate le voci tremanti, alcune mostrate nel documentario, di più di 80 vittime in città come Seoul, Tokyo, Londra e Washington DC.

È significativo come un regista londinese si interessi a ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo desiderando, attraverso l’esposizione in “While They Watched”, offrire una speranza fondante sul tentativo di comunicare, far conoscere al “mondo occidentale” la triste piaga che ancora vige in un Paese nel XXI secolo. Infondendo tutto se stesso, dovendo passare attraverso tre mesi di pre-produzione, dodici mesi di riprese e altri tre montaggio, Jake J. Smith porta sul grande schermo un’opera che ha come obiettivo quello di “chiamare in causa il pubblico”. «Il film non è stato pensato per donare risposte consolatorie – afferma il regista – ma vuole spingere gli spettatori a fare qualcosa in merito. Proprio a tal proposito abbiamo inserito nel sito del film (http://sqep.co/tusko/) una serie di campagne umanitarie a cui poter aderire: si possono sostenere ONG che aiutano la popolazione nordcoreana, soprattutto coloro in pericolo di essere rimpatriati dalla Cina e si possono firmare petizioni locali e internazionali, oltre ad altre attività. Insomma, spero che dopo aver visto il film, l’effetto sia quello di domandarsi se si può fare qualcosa nei confronti di questa situazione» e semplicemente agire.