Storie di soldati in Afghanistan, raccolte in un reportage. La vita in base e le mille difficoltà. Si dorme in tende nella sabbia e su brandine schermate per proteggersi dai ragni cammello.

Bala Baluk (Afghanistan)- La notte è fredda in tenda a Bala Baluk. Il riscaldatore è in blocco e non chiamiamo nessuno per farlo riparare, tanto ci sono i sacchi a pelo. Ma fuori è quasi il gelo e neanche questi ci tengono al caldo. Non vediamo l’ora che arrivi il giorno. Le prime luci dell’alba riscaldano la fredda notte di Bala Baluk. Ci svegliamo pronti a visitare la F.O.B. “Tobruk”. Un acronimo che sta per Farward Operating Base, la base operativa tra le più avanzate del dispositivo militare impiegato in Afghanistan. Dalla torretta alfa, si vede ad occhio nudo la “Farahroad” piuttosto che il confine con il Gulinstan, altra terra calda, dove sono a lavoro i nostri soldati. L’avamposto di Bala Baluk è di quelli più a rischio. Lo stato di allerta è alto e può capitare di essere colpiti dai razzi degli insurgents, dei ribelli.

Sveglia mattutina, fissata per le ore 8. Buongiorno ad Italo, maresciallo del reggimento Lagunari “Serenissima” che ci accompagna da Farah, e colazione tutti insieme con thè e biscotti. Il caffè non c’è. I rifornimenti sono pochi e bisogna accontentarsi, per fortuna che c’è quello di Giovanni, un sergente maggiore che spontaneamente, su ordine del comandante, si è offerto di prepararci il caffè. Davvero, ottimo. Con il comandante facciamo il giro della base. In garitta, troviamo Daniele, Primo Caporal Maggiore, che davanti ad una mitragliatrice Browning fa la guardia al “Russian Hotel”, ex albergo russo, oggi avamposto di mine e bombe. “Stiamo attenti a difendere la nostra base”, ci dice. Lo stesso lavoro lo fa Natascia, 25 anni di Pescara. “Anche io mi occupo della sicurezza esterna della F.O.B. – afferma con fierezza- qualcuno ci parla di paura, ma chi fa questo lavoro, proprio non ne ha. Qualche timore, si”. Continuiamo il nostro giro. La polvere è tanta: anche stanotte sentivo quel profumo di terra battuta. Lo stesso che si aveva addosso quando si giocava a pallone. E’ così che mi sono addormentato, sognandomi ragazzo che in un parco faceva una partita con gli amici di ieri, gli stessi di oggi. Mi perdo parte delle spiegazioni, distraendomi e pensando a quali sogni farà chi sta qui, lontano da casa per diversi mesi e se ogni tanto con la mente ritorna ad essere bambino e chissà quali sono i pensieri che passano per la testa. “Il tempo ci sfugge, ma il segno del tempo rimane…”, un ritornello che verrebbe da canticchiare. Ritorniamo a seguire il comandante che parla. Gli chiedo dei rifornimenti e del perché non sono così “abbondanti” come quelli di Herat. La risposta è ancora più semplice della domanda: “Purtroppo – ci dicono – nelle basi così avanzate è difficile arrivare quotidianamente, così queste si riforniscono ogni quindici, venti giorni circa e così il rischio è che il pane si indurisce, il caffè finisce subito, perciò ci dobbiamo arrangiare…”. Già arrangiare, una parola che da queste parti conoscono un po’ tutti. Ma nessuno si perde d’animo. Qui respiro si tensione, ma accompagnata da un sereno ottimismo. È la dimostrazione che la vita supera ogni cosa…e non c’è tempo nemmeno per pensare. Intanto, è ora di mangiare… e a questo ci pensa Bulldozer.

Emanuele Cheloni