La tensione alla vigilia di Roma-Liverpool è palpabile, e il rischio di una zuffa tra le tifoserie si fa sempre più alto. Ma nell’antica Roma come era vissuto il tifo più passionale? Un passo di Tacito e un affresco pompeiano ci raccontano un episodio molto poco sportivo…

Stasera l’intera città di Roma, a partire dalle 20:45, rimarrà paralizzata per 90 minuti tra le tribune dell’Olimpico, tra gli sgabelli dei bar e tra i divani delle case: in gioco c’è un biglietto per Kiev, la città ucraina che ospiterà la finale di Champions League. Gli inglesi di Klopp sono agguerriti tanto quanto i giallorossi di Di Francesco, e l’antica rivalità che divide Roma e Liverpool si fa sempre più accesa. Il risultato dell’andata è di 5-2; la Roma, per arrivare a un passo dal tetto di Europa, dovrà segnare almeno tre goal, sperando che i Reds non gettino il pallone alle spalle di Alisson Becker: un risultato difficile, ma non impossibile per una squadra che è riuscita a rimontare e a mandare a casa il Barcelona di Leo Messi. In tutta la Capitale la tensione si può tagliare con il coltello. Le previsioni parlano di una partita accesa e combattuta, sia in campo che sugli spalti: entrambe le tifoserie sacrificheranno gola e fiato per sostenere i propri uomini in quest’ardua battaglia per la coppa dalle grandi orecchie. Ma purtroppo, esistono tifosi che faticano a vivere il calcio con sportività e serenità e che ignorano la differenza tra sana e goliardica rivalità agonistica e odio viscerale per l’avversario.

A Liverpool, a poche ore dal calcio d’inizio della partita dell’andata, alcuni tifosi della Roma si sono scagliati contro i sostenitori del Liverpool, e nello scontro creatosi l’irlandese Sean Cox, colpito da due italiani, ha subito danni cerebrali così gravi da raggiungere lo stato comatoso. Lo scontro è stato etichettato dalla UEFA come uno dei peggiori episodi dello scenario calcistico europeo degli ultimi anni e gli organi sportivi, le due società coinvolte e le forze dell’ordine italiane stanno facendo del loro meglio per evitare che i tifosi del Liverpool e quelli della Roma scrivano un nuovo capitolo nella storia del tifo violento.

Le contromisure attuate prevedono un forte controllo della città da parte di Polizia e Carabinieri, soprattutto nelle aree in cui è più probabile un raccoglimento di gruppi ultras e nelle zone più storiche, nelle quali il timore è quello di un’ondata di vandalismo ai danni dei monumenti (vi ricordate della Barcaccia del Bernini deturpata dai tifosi olandesi del Feyenoord?). La prima decisione presa dalla Prefettura di Roma Capitale per evitare lotte e parapiglia indesiderati è quella di vietare la vendita d’alcol in tutto il centro storico. In un comunicato stampa rilasciato dal Liverpool, la società invita i tifosi a raccogliersi in zona Colosseo o Campo de’ Fiori, ricordando loro di non appendere sciarpe e striscioni sui monumenti romani, onde evitare reazioni indesiderate. Centinaia di agenti, volanti, cani e camionette sono stati chiamati per mettere al sicuro la città, mentre già da due giorni la città pullula di tifosi inglesi sbarcati nello Stivale per sostenere la squadra Merseyside. Nonostante le rassicurazioni del Commissario Luciani, che nega il rischio di allerta o allarme, il rischio di una rissa tra romanisti e liverpuldiani è sempre dietro l’angolo, mentre i gestori dei locali temono una devastazione proveniente dalla “perfida Albione”: insomma, mantenere la tranquillità e la sicurezza non sarà un gioco da ragazzi per le forze dell’ordine.

Ma prima dei Giallorossi e dei Lupacchiotti, della Curva Sud e della Champions League… ad esempio ai tempi dell’Impero Romano, quando il calcio non esisteva e ai nostri avi latini garbavano la scherma gladiatoria e le corse dei carri, esisteva la violenza tra tifosi? Assolutamente sì, e a parlarcene è lo storico Gaio Cornelio Tacito, la cui testimonianza è confermata da un reperto rinvenuto a Pompei.

Siamo nel 59 d.C., e a vestire la porpora imperiale è Lucio Domizio Enobarbo, detto Nerone. In Campania intanto, terra nota per la sua secolare dedizione alla gladiatura (basti pensare alla schola gladiatoria di Quinto Lentulo Batiato a Capua, presso la quale fu addestrato il celeberrimo Spartaco) il senatore Livineio Regolo organizza dei giochi in quel dell’anfiteatro di Pompei. Allo spettacolo vengono accolti anche gli abitanti di Nuceria Alfaterna, che non si lasciano sfuggire l’occasione di assistere ai ludi gladiatorii, e prontamente accettano l’invito. Tuttavia, tra pompeiani e nucerini non corre certo buon sangue: due anni prima infatti, un decreto imperiale aveva stabilito che l’agro nucerino (fino a quel momento parte del territorio pompeiano) doveva essere dedotto a colonia autonoma. Per Pompei quella fu una perdita non indifferente: tale decreto sanciva infatti un ridimensionamento dei confini di Pompei, causando la diminuzione di terreni arabili per i pompeiani.        
Nonostante l’inimicizia tra le città, i tifosi nucerini si siedono sugli spalti di marmo e granito, ma non passa molto tempo prima che la situazione degeneri: alcune “scaramucce riguardo a inutili questioni“, stando a quanto riporta Tacito, fungono da pretesto per quello scontro che entrambe le fazioni cercavano da tempo. Dalle beffe si passa subito agli insulti, e dagli insulti si scade presto nella violenza: le tifoserie di ambo le parti cominciano a colpirsi a vicenda prima con sassi e pietre, per poi mettere mano alle lame delle daghe e alle else dei gladi. La strage che ne seguì fu particolarmente violenta, e ad avere la meglio furono i pompeiani, che decimarono la folla nucerina giunta all’anfiteatro per assistere allo spettacolo.          
La zuffa scoppiata fu così tremenda che richiese l’intervento dell’Imperatore stesso, il quale portò la questione tra le aule del Senato. Su unanime decisione dei patres conscripti, viene deliberata la chiusura dell’anfiteatro pompeiano per dieci anni, mentre il senatore Livineio Regolo, organizzatore dei giochi, e gli altri incitatori della rissa vengono esiliati. L’interdizione dello stadio sarà poi ridotta a soli due anni, probabilmente grazie all’intervento di Poppea, la seducente e subdola moglie di Nerone, che pare possedesse una villa da quelle parti e non voleva negare ai Pompeiani il piacere di godersi gli spettacoli.

In generale, nell’antica Roma il tifo era visto come una valvola di sfogo con la quale la plebe poteva liberarsi da ogni affanno della quotidianità, proprio come oggi accade per hooligans e ultras. Grandi intellettuali romani come Plinio il Giovane, Ammiano Marcellino, Svetonio, Tacito e Plinio il Vecchio parlano di questo fenomeno con dissenso, condannandone l’irrazionalità e la frenesia delirante. Un tifo scatenato come quello dei Romani era impensabile per i Greci, che vedevano nello sport l’esaltazione dell’atletismo e dell’armonia dei corpi (basti solo pensare che le pòleis greche, in prossimità di competizioni sportive, interrompevano le guerre). Come sottolinea lo storico Carl Weber, “i primi ultras della storia indossavano toga e tunica e nascono nei circhi e negli anfiteatri”.

Due episodi divisi da un arco temporale di due millenni; due casi limite, scoppiati in circostanze diverse, per motivi diversi, in periodi storici e in condizioni sociali diverse, ma che ci fanno capire che il problema delle tifoserie violente è una piaga che ci portiamo appresso da secoli.

E tornando alla nostra epoca, in cui poco sembra essere cambiato dai tempi dell’Impero, stasera la Roma in campo dovrà cacciare tutta la sua grinta e sfoggiare il suo miglior gioco contro un grande club europeo, contro un avversario difficile, ma i tifosi avranno invece il compito di dar prova che il tifo deve essere fatto solo di sano sfottò, di goliardia, di divertimento, passione… ma soprattutto non di violenza!                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Michele Porcaro