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Vero e proprio genocidio in atto nella regione etiope del Tigray

Le tensioni con il governo vanno avanti dal 2018 quando Abiy Ahmed Ali è salito al potere. Abusi e sofferenze inumane tra donne e bambini

Nella regione più settentrionale d’Etiopia, il Tigray, è in atto da novembre scorso una vera e propria guerra civile che sta assumendo sempre di più le sembianze di un genocidio. Con 7 milioni di abitanti e una significativa varietà etnica e religiosa, convivono nella regione una maggioranza di origine tigrina di religione cristiano-ortodossa e delle minoranze di musulmani e cristiani cattolici.

Il primo ministro Abiy Ahmed Ali

Le tensioni tra il governo centrale e la regione, che vanno avanti dal 2018, quando Abiy Ahmed Ali è salito al potere, sono sfociate in un conflitto il 9 settembre 2020, dopo che il governatore del Tigray ha apertamente sfidato il governo federale, procedendo con le elezioni parlamentari regionali, rinviate invece nel resto del paese a causa della pandemia da Covid-19.

Dopo il taglio dei finanziamenti ad ottobre, nei primi di novembre Abiy Ahmed Ali ha lanciato un’offensiva militare contro la regione a nord dell’Etiopia, per rispondere ad un attacco da parte di T.P.L.F (Fronte di Liberazione del popolo Tigray, che aveva governato per trent’anni prima del 2018) ad una base militare governativa nella regione. Verosimilmente, il conflitto è nato non tanto in risposta all’assalto armato dei militari tigrini, ma per stabilire chi comanda e per mettere ancora più rigorosamente in atto la politica di Abiy Ahmed Ali, basata sulla centralizzazione panetiopica e in contrasto con il federalismo etnico alla base del paese.

In poco tempo, le comunicazioni sono state interrotte e, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa britannica Reuters, la polizia etiope ha iniziato a schedare i cittadini di etnia tigrina. Ai giornalisti internazionali è stato impedito l’accesso allo stato e le uniche fonti rimangono quelle governative, anche se, grazie alle testimonianze agghiaccianti di chi è riuscito a scappare (oltre 61.000 persone che si sono rifugiate nel vicino Sudan), si sa che sono stati compiuti terribili abusi nei confronti dei civili, in particolare di donne e bambini.

La fame viene utilizzata come arma di guerra e il governo etiope continua ad impedire l’accesso al territorio alle organizzazioni umanitarie. Inoltre, secondo l’Onu, sono numerosi i casi di individui obbligati, sotto minaccia, a violentare membri della propria famiglia e di donne stuprate dai militari o costrette a rapporti sessuali in cambio di beni di prima necessità.

Alcuni testimoni affermano che lo scopo del governo sia quello di eliminare definitivamente l’etnia tigrina attraverso una “pulizia etnica”, per prendere il pieno controllo del territorio.

La partecipazione degli Emirati Arabi e dell’Eritrea al conflitto aggrava il carattere degli innumerevoli crimini commessi, come la distruzione di 1000 campi profughi e il bombardamento di molti ospedali e strutture civili.

La mancanza di prove certe non è una valida giustificazione per non intervenire a riguardo: questa, infatti, è dovuta ad impedimenti pratici che il governo etiope ha imposto a giornalisti e organizzazioni internazionali. In tali circostanze, anche il semplice dubbio di violazioni dei diritti umani deve essere una ragione sufficiente per fare chiarezza nella regione.

Benedetta Gozzo Ialacqua

Classe 2002, diplomata al Liceo Classico “Francesco Vivona” di Roma, attualmente studia “Comunicazione, Tecnologie e Culture Digitali” presso La Sapienza. Appassionata di fotografia, arte e documentari, è attiva anche nel sociale.

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