Sono soli pochi giorni che il neo presidente Donald Trump si è insediato nella Casa Bianca e già, tra politica interna e politica estera, si assiste ad una mostra di muscoli senza precedenti. Basta fare riferimento ad una manciata di dati per capire che il fuoco del fornello che riscalda il pentolone delle relazioni internazionali è stato decisamente alzato.

Tra casa e backyard

Internamente e nel loro “giardino di casa” (termine che ci ricorda l’ex presidente Monroe) gli USA stanno certamente vivendo un momento per il quale il termine “delicato” sarebbe un eufemismo. Le spaccature presenti nella popolazione statunitense, la forbice che divide chi supporta il pugno di ferro di Trump e chi invece ritiene i suoi metodi inappropriati e dannosi, si fa sempre più ampia. Già l’ultimo periodo dell’amministrazione Obama ha potuto mostrare degli USA alle prese con un’emorragia interna difficilmente sanabile e, in tal senso, il “black life metter” la dice lunga. Il punto al quale si è giunti con Trump, però, ha paradossalmente reso ancora più grave questa ferita che divide e fa soffrire un’America del nord che barcolla in una pericolosa crisi d’identità, tra muri che parlano di divisione e rabbia in uno Stato che fa della libertà e del multiculturalismo la sua bandiera e misure antiterrorismo inadeguate a diminuire il pericolo proveniente dall’esterno ma aventi la capacità di rendere ancora più rischiosa la destabilizzazione che internamente sta facendo soffrire gli USA.

Esteri: Nuvole nere all’orizzonte

Nel 2016 Steve Bannon, Senior Counselor e Chief Strategist del presidente USA, sosteneva che nell’arco di 5 o 10 anni gli USA sarebbero potuti entrare in guerra con la Cina. Oggi le cose in effetti non si può dire che gli stiano dando torto. Si prenda ad esempio la scelta della Cina di schierare missili balistici con tecnologia MIRV (vettori capaci di trasportare molteplici testate nucleari), i nuovi DF-41, proprio nei giorni dell’insediamento di Donald. Si pensi poi alla difficile situazione che ancora si vive in quel del Mare Cinese Meridionale, al debito che gli USA hanno con il Paese di Xi Jinping o, ancora, riprendendo il pensiero di Bannon, al fatto che quest’ultimo reputi, tra le altre cose, che la Cina si senta intimorita dal cristianesimo. Difficile pensare ad una guerra, gli scontri tra giganti non convengono, ma non è difficile immaginare un rischioso ed incontrollato effetto snowball (o a valanga) quando si iniziano a notare un po’ troppe frane. Frane che, come se non bastasse, non riguardano solo la Cina. Inutile citare le relazioni con la Russia di Putin o lo spiacevole battibecco con l’Iran che, tanto per rendere più piccante una situazione già di per sé stessa molto complicata e tesa, ha ben pensato di testare qualche vettore a medio raggio (scatenando ovvie reazioni che già si stanno traducendo in nuove sanzioni). I problemi in politica estera non finiscono qui, e in effetti risulterebbe inutile comporre un compendio di tutti i problemi che oggi l’aquila statunitense si ritrova a dover fronteggiare.

Il posto dell’aquila

Le possibilità sono due: da un lato possiamo immaginare un’aquila che, alla fine, riuscirà a trasformarsi in un Kannon dalle mille braccia e a tenere testa a tutta questa mole di problemi (dimostrando una capacità sorprendente di controllo), dall’altro, non è difficile immaginarsi un’aquila che dovrà rinunciare a qualche preda (ipotesi più plausibile dal momento in cui già si può assistere ad accenni di distensione su vari fronti). C’è però anche una terza via che si potrebbe delineare all’orizzonte e che ci si augura che non si realizzi: qualcuno potrebbe cominciare a pensare di poter prendere il posto dell’aquila. Anche se quest’ultima è la più remota delle ipotesi, per quanto improbabile, va sempre presa in considerazione.
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