Cosa significa essere gay in Afghanistan, dove il termine omosessualità non è concepito. Il disagio di esserlo lo esprime nel suo libro di memorie “It is your enemy who is dock-tailed , Hamid Zaher, giovane farmacista della provincia di Parwan emigrato in Canada. Zaher è diventato il simbolo della lotta di tanti gay, condotta non soltanto nel paese afghano, ma nelle diverse aree del mondo dove è possibile essere perseguiti soltanto per il proprio orientamento sessuale.

Cresciuto in un villaggio di campagna nei primi anni 1980, Zaher riporta nel suo libro quanto sia stato complicato vivere la sua adolescenza. Hamid fin da bambino percepiva che in lui c’era qualcosa di diverso, comportamenti e atteggiamenti “effeminati” che in un primo momento non destavano particolari preoccupazioni.  Poi sono arrivate le prime prese in giro, le prime discriminazioni. Inizialmente veniva chiamato Hamida,  versione femminile di Hamid oppure Izak, nome che viene usato quando qualcuno non è facilmente identificabile tra un maschio e una femmina. In lui vi è sempre stata l’attrazione nei confronti degli uomini, ma il suo orientamento sessuale lo ha avuto solo all’età di 14 anni. Spesso cercava di far finta di non essere gay, ma non era così, voleva essere se stesso tanto da preferire una maschera per andare in giro, unico modo per evitare sguardi indiscreti e interpretazioni pericolose. Anche perché in Afghanistan i gay rischiano la pena di morte. Oltre al governo, anche la famiglia non accetta l’omosessualità, a volte gli stessi preferiscono uccidere “l’infedele” che tenere in casa un “pericoloso” provocatore della cultura afghana. Il libro scritto da Hamid Zaher è un attacco appassionato e provocatorio alle tradizioni conservatrici e ai pregiudizi della cultura del proprio paese, descrive senza mezzi termini, l’ignoranza culturale e le stupide superstizioni di una   società afghana, dove il termine omosessuale è totalmente sconosciuto. Basti pensare che la  sua famiglia lo ha rinnegato e non ha più alcun contatto con nessuno di loro. Vietata la distribuzione in forma cartacea nel suo paese, Hamid l’ha reso disponibile gratuitamente online. Racconta di tanti uomini come lui, che, vagano solitari per i parchi delle città alla ricerca di un incontro segreto. E’ proprio in un parco che anche lui ha vissuto le sue prime esperienze omosessuali. Anche perché i parchi in Afghanistan sono gli unici spazi dove i giovani posso incontrarsi.  Nel 2008, quando a 25 anni la madre gli impone il matrimonio, decide di lasciare il paese, fugge in Pakistan, quindi attraversa l’Iran per arrivare in Turchia. Dopo lunghe trattative per avere il riconoscimento di rifugiato dall’Onu, riesce a raggiungere il Canada, dove inizia la sua nuova avventura, quella di omosessuale “libero” e cancellare quel passato che non gli apparteneva. Sono passati quasi dieci anni da quando Hamir Zaher ha lasciato il suo paese, forse qualcosa sta cambiando in Afganistan anche se il processo di apertura è tutt’altro che a buon punto, soprattutto per i gay la strada è ancora lunga e tutta in salita, nonostante le statistiche dicono che circa il 20% della popolazione e omosessuale, certo non è facile fare indagini precise in un paese dove la gente difficilmente corre il rischio di confessare il proprio orientamento sessuale. L’Afghanistan seppur è un paese rigorosamente eterosessuale, basato sulla famiglia tradizionale, dove il sesso al di fuori del matrimonio è un reato punibile con il carcere, o peggio, nel suo libro Hamir dimostra, che dietro a questo alone di finta rispettabilità, esiste un mondo parallelo di sessualità senza regole dove tanti uomini filo governativi sono protetti.