Spazio Kabul

UOMINI CHE AMANO LE DONNE

Dopo la caduta dei taliban, l’Afghanistan è ancora un paese dove essere donna sembra una sfida contro il destino. Oggi, anche grazie ad un’ONG, si intravedono i fiochi segnali di un cambiamento

 

Kabul– Le chiamano Bacha Posh che nel dialetto persiano Dari significa “vestite come un ragazzo”. Sono le bambine invisibili di un Afghanistan che, nonostante la caduta del regime taliban, continua a manifestare forti connotati di maschilismo e discriminazione di genere. Un società conservatrice, che fatica ad uscire da un immobilismo che sembra aver cristallizzato il paese all’età medievale. Dove privilegi e diritti politici sono ancora una prerogativa degli uomini, i quali non sembrano aver nessuna intenzione di voler mollare la presa. Così, può accadere di vedere delle bambine di 9 o 10 anni che di mattina indossano abiti tipicamente femminili, per poi riporli nell’armadio infilandosi gli stessi vestiti dei loro compagni maschi.

 Questa singolare pratica trasformista è molto diffusa in paesi come l’Afghanistan o il Pakistan e viene, comunemente, fatta risalire all’epoca pre-islamica. Come racconta Niima, una bambina afghana di 10 anni, alla base di un comportamento così inusuale, per noi occidentali, c’è un incomprensibile necessità di sicurezza. Lo stesso bisogno di protezione che le obbliga a vestirsi da maschio per poter passeggiare da sole, senza essere accompagnate da un uomo, o per portare le loro sorelline a scuola scongiurando il rischio di essere molestate dagli uomini che incontrano per la strada.

Le Bacha Posh, però, sono anche il frutto avariato di una società dove il rispetto e la dignità di un nucleo famigliare si misurano sulla base del sesso. O meglio, in base alla quantità di uomini presenti in una famiglia. Si, perché, come afferma Jenny Nordberg, in questo angolo di mondo rischi di non essere considerata un “donna d’onore” se non hai messo al mondo almeno un figlio maschio. Non ha nessuna importanza la tua estrazione sociale, puoi appartenere ad una famiglia povera o benestante, quello che conta è poter dimostrare di far parte di una “famiglia completa”.

 Quello che, però, lascia oltre modo sgomenti è questa impensabile dinamicità di ruoli che sembra caratterizzare la famiglia afghana. Un’apparentemente incomprensibile scambio di funzioni, dietro alla quale, comunque, si nasconde un triste realtà. Le bambine invisibili, infatti, sono le uniche donne a cui è concesso il “privilegio” di lavorare fuori da casa. È proprio per questo, quindi, che una volta raggiunta l’età della pubertà, le piccole Bacha Posh rientreranno fra i ranghi di una società che ha già deciso quale sarà il loro amaro destino.

 Come diceva Moa però: “Grande la confusione sotto al cielo, perciò il momento è favorevole”. Favorevole per un cambio di direzione epocale. Quello che d’improvviso può cambiare per sempre il destino di un paese e della sua gente. Il segnale che qualcosa sta per accadere, infatti, è arrivato lo scorso 6 marzo. Lo scenario è quello di una Kabul in procinto di lasciarsi alle spalle il gelido freddo invernale per fare spazio al caldo torrido dell’estate. Lì, in quella città ancora sfregiata da una guerra mai realmente terminata, un gruppo di ragazzi ha deciso di inscenare una particolarissima protesta.

 Lo slogan dietro al quale marciavano gli attivisti dell’Afghan Peace Volunteers è di quelli che non ti aspetteresti mai: “non dire ad una donna cosa indossare, piuttosto copriti gli occhi”. La data, quella anche, non è casuale e fa eco alla giornata mondiale della donna. A colpire ancora di più, però, sono le modalità. Infatti, in un paese dove le donne sono costrette a celare la propria identità, loro hanno voluto indossare, anche se solo per un giorno, quel burqa simbolo di oppressione ma anche indumento dal forte connotato identitario, come fa notare Bibi Gul. Questa anziana donna, infatti, ci tiene a sottolineare che nessuno glielo abbia mai imposto, ma che dopo 35 anni non ne può fare più a meno.

 La manifestazione, come era prevedibile, non ha raccolto il favore di tutta la popolazione femminile. Alcune di loro, infatti, sembrano fermamente convinte che non dovrebbero essere gli uomini a preoccuparsi dei diritti delle donne. Ciò che conta, però, è il messaggio. E quello è arrivato forte e chiaro, lanciato da un gruppo di ragazzi preoccupati per le discriminazioni che le donne afghane sono costrette a subire. Così, per dimostrare tutta lo loro solidarietà, hanno cercare di capire cosa significa girare tutto il giorno con un burqa che offusca la vista e soffoca il respiro.

 L’Afghanistan, comunque non è l’unico paese dove una donna rischia di scomparire “sepolta” da un burqa o dentro “posticci” abiti da uomo. Una condizione che, purtroppo, accomuna molte donne nel mondo. Quello che è accaduto lo scorzo marzo a Kabul, però, sembra il flebile segnale che le vecchie generazioni stanno per lasciare il passo alle nuove. Un piccolo barlume di speranza, anche lì dove sembrava impossibile. Perché, come disse Pablo Neruda: “la speranza ha due figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle.

Mattia Bagnato

 

 

 

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Mattia Bagnato

E’ laureato in Relazioni Internazionali con una specializzazione in Diplomazia multilaterale e sicurezza collettiva presso l’Università degli Studi di Perugia. Attento alle questioni internazionali come la sensibilizzazione e la tutela dei diritti umani e i metodi di risoluzione dei conflitti internazionali. Ha un diploma in Diritto Internazionale Umanitario e un Diploma in risoluzione di conflitti internazionali presso l’Universidad Complutense de Madrid. Ha collaborato con diverse ONG italiane quali Oxfam Italia e la Tavola della pace di Perugia. Esperienze professionali alle quali si aggiunge un periodo di stage presso l’Ufficio relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo dell’Università di Granada. Attualmente, sta collaborando con il giornale on-line Ghighliottina.it per il quale si occupa di scrivere articoli di politica nazionale ed economia.

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