Dossier

UNITI NELLE DIVERSITÀ

Celebrato il 60° anniversario dei Trattati di Roma è tempo di mettere in pratica quanto sottoscritto dai 27 firmatari per una vera Unione Europea

Roma – Nell’anno in cui buona parte dell’Europa è chiamata a pronunciarsi attraverso le urne, con il rischio di veder cambiare lo scenario politico, si sono celebrati nella Capitale i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma.

Si tratta certamente di uno degli atti più importanti e fondamentali per la nascita dell’Unione Europea. In questi giorni se ne è parlato molto e oggi, scampato il pericolo “disordini” e inciampi, è tempo di fare alcune considerazioni.

Il prologo è obbligatorio e riguarda la perfetta macchina organizzativa dell’evento che ha portato nella Città Eterna capi di governo e relative delegazioni. Perfetto anche il piano sicurezza e, in entrambi i casi, medaglia d’oro per quanto, istituzioni, diplomazie, cerimoniali e forze di polizia hanno saputo svolgere.

Che dire poi di come la città, dal punto di vista meteo, ha accolto l’anniversario. Il 25 marzo del 1957 pioveva; questa volta splendeva il sole che ha reso la naturale scenografia romana ancora più bella.

Un anno quindi cruciale il 2017 anche per via di questo nuovo documento firmato da 27 rappresentanti gli Stati membri, venti in più rispetto al 1957, uno in meno rispetto all’ultima composizione europea. È noto infatti di come la Gran Bretagna, attraverso un referendum, abbia deciso recentemente di uscire dall’UE. Il rischio è che altri seguano questo esempio.

Un testo tutto sommato breve, analizzato parola per parola così da non toccare la suscettibilità dei singoli Paesi e che in sostanza ribadisce la necessità di proseguire sì, ma con un cambio di passo che porti nella stessa direzione anche se con ritmi diversi.

Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario – si legge infatti tra le prime righe del documento – ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato…”.Un impegno sottoscritto per arrivare al prossimo appuntamento, quello del 2027, come specificato nel Trattato: “Per il prossimo decennio vogliamo un’Unione sicura, prospera, competitiva, sostenibile e socialmente responsabile… Vogliamo un’Unione in cui i cittadini abbiano nuove opportunità di sviluppo culturale e sociale e di crescita economica…”.

Ci sembra quantomeno importante analizzare i punti sottoscritti dai 27 Paesi dell’Unione Europea perché fino ad oggi, diciamoci la verità, alcune cose non hanno funzionato come avrebbero dovuto.

I Trattati di Roma giungevano praticamente poche ore dopo la disastrosa Seconda Guerra Mondiale che aveva mezzo ko mezza Europa. Ogni Paese si è rimboccato le maniche e, a modo suo, è rinato. Poi, il grande salto con la moneta unica, l’abbattimento delle frontiere, la caduta del muro di Berlino.

Parlare di Europa unita si può ancora?

A nostro parere sì, ma mettendo da parte egoismi e tenendo ben presente che si può essere uniti nelle diversità. Intese come patrimonio personale, come scambio culturale per crescere conoscendo le vicine realtà. L’ideale, quello sì, deve essere comune così come le finalità. Perché quelle 27 firme apposte sabato 25 marzo vogliono dire impegno, responsabilità verso gli abitanti dell’Europa unita.

Buona parte dei residenti europei oggi è scettico e lamenta un malessere che può portare alla divisione e all’isolamento vanificando quanto recita il Trattato.

Uniti nelle diversità. Ricordando le prossime/attuali sfide che riguardano la cooperazione, quella vera, per arginare l’inquietudine, l’insoddisfazione che riguarda giovani e meno giovani. Per sconfiggere le diseguaglianze. Una Europa sicura, competitiva e socialmente responsabile non dipende soltanto da una moneta unica. Il dialogo può e deve essere più pressante. Viceversa è utopia.

Gli obiettivi comuni devono fare i conti con uno scenario complesso: le guerre, il terrorismo, la non integrazione, la sovrappopolazione (soprattutto in Africa) la disoccupazione. Servono passione politica, ricerca, scambi culturali, innovazione tecnologica ma con il rispetto dell’ambiente, unica vera fonte del bene comune.

Servono regole condivise per sconfiggere gli euroscettici e oggi possiamo dire che l’Europa non è ancora compiuta. Il vero cammino inizia adesso.

 

Emanuela Sirchia

Emanuela Sirchia

Nel 1983 si iscrive all'Università di giornalismo di Camerino. Nell'ottobre del 1988 approda al neo nato "Il Giornale di Ostia", dove rimarrà per 25 anni. Dal marzo 1991 è iscritta all'Ordine dei giornalisti del Lazio. Già collaboratrice per Paese Sera, ha scritto per il giornale aziendale dell'Acea e per il settimanale Free Magazine. Dal 2008 al 2013, è nell'ufficio stampa e pubbliche relazioni del Municipio X e dal 2006 a tutt'oggi ricopre l’incarico di addetto stampa del teatro Nino Manfredi. Ha scritto di cronaca nera, bianca, sport, spettacolo, arte e cultura. Tra i personaggi da lei intervistati: Tito Stagno, l’uomo della luna, Giorgio Albertazzi, Franca Valeri, Paola Gassman, Valeria Valeri, Gianrico Tedeschi e vari campioni sportivi come Bruno Conti, Rudi Voeller e Beppe Giannini. Per la giudiziaria, ha seguito la vicenda dei fratellini Brigida, il caso Marta Russo e l’omicidio di via Poma. E’ stata inviata per il Giubileo del 2000 e dal 1994 è accreditata in Campidoglio. Dice di sé: “ogni volto, ogni storia, ogni mostra visitata, ha lasciato un segno indelebile, esperienze di vita che non hanno eguali”.

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