L’assurda pratica cinematografica di fare interpretare dei personaggi di un film o di una serie televisiva ad un attore di un’etnia diversa non risparmia neanche l’Iliade di Omero: nel 2018 Netflix e la BBC trasmetteranno Troy: Fall of a City, rifacimento televisivo del celebre poema greco, con un Achille… afroamericano!

Divino, piè veloce, biondo, Pelide: tra i tanti epiteti che il poema Omero adottò per descrivere il glorioso eroe acheo Achille non figura certo “di colore”. Ma questo dettaglio deve essere sfuggito alla BBC e a Netflix, che in barba ai ventiquattro libri dell’Iliade, hanno deciso di scritturare David Gyasi (attore afroamericano, già noto per i suoi notevoli ruoli in Interstellar e ancor prima in Cloud Atlas) nel ruolo del comandante mirmidone. Nulla da togliere all’attore di Hollywood, che sicuramente saprà come farsi apprezzare con spada e scudo sul set, ma è pleonastico sottolineare, vuoi per motivi geografici (Achille è figlio di Peleo, re di Ftia, in Tessaglia) vuoi per motivi storici-culturali (Achille rispecchierebbe un principe vissuto in epoca micenea) il famigerato guerriero acheo doveva avere sicuramente altre caratteristiche fisiche, e soprattutto una pelle molto più chiara di quella di Gyasi. 

Per usare un termine caro agli utenti della rete e ai cultori della cinematografia, siamo di fronte a un caso di blackwashing, ovvero quando un personaggio bianco, ispanico o asiatico viene interpretato da un attore di colore. L’esempio più evidente di questo escamotage registico si è riscontrato in un’altra produzione Netflix, “DeathNote”, adattamento cinematografico dell’omonimo e famosissimo manga e anime, dove il detective L, dalla pelle bianca cadaverica, era stato interpretato dall’afroamericano Lakeith Stanfield.

Ma andiamo per ordine. Netflix, l’indiscusso leader mondiale dello streaming in abbonamento di film e serie TV, e la BBC, noto emittente televisivo britannico, hanno unito le forze nella produzione di Troy: Fall of a City, una serie televisiva che sarà disponibile alla visione a partire dall’anno prossimo. Le informazioni date al pubblico circa questo telefilm sono poche, ma per il momento sufficienti: Troy: Fall of a City sarà una serie televisiva in otto parti, che racconterà la tragica guerra tra Greci e Troiani per la conquista di Ilio, la grande rocca che affacciava sullo stretto dei Dardanelli. Particolarità di questo telefilm sarà, stando a quanto rivelano le fonti, che il conflitto verrà raccontato dal punto dei vista dei Troiani, normalmente descritti come “i nemici”, e verrà dato particolare risalto alla travagliata storia d’amore tra il troiano Paride e la stupenda principessa Elena.

Tuttavia, poche ore fa la produzione ha mostrato al mondo degli internauti i primi scatti del telefilm: con una rapida ricerca sul web si possono vedere alcuni primi piani che ritraggono il vecchio re Priamo, sovrano della città di Troia (qui interpretato da David Threlfall) o Paride ed Elena (rispettivamente Louis Hunter e Bella Dayne) che si scambiano uno sguardo pieno d’intensità e di passione. Ma tra le foto diffuse sul web, ne è spuntata una che deluderà sicuramente quegli spettatori che, ancora una volta, speravano che gli americani e gli inglesi producessero un film che riproducesse con fedeltà la storia originale, senza (o almeno con pochi) strafalcioni imbarazzanti: nella serie, a rivestire i panni (o meglio, le armi) del fiero figlio di Peleo sarà un afroamericano. Smanettando poi con la tastiera sull’internet, non sono mancate le sorprese: Patroclo sarà interpretato da Lemogang Tsipa, il pio Enea da Alfred Enoch e il padre degli dei Zeus da Hakeem Kae-Kazim. Cosa hanno in comune questi tre attori? Tutti e tre afroamericani. Il numero di personaggi soggetti al blackwashing ammonta a ben quattro.

Analizziamo la questione da due punti di vista: quello storico e quello “cinematografico”. Se dobbiamo valutare la serie sotto criteri storici e filologici, risulta molto facile attestare la banalità di questa scelta. Tempo fa sul web scoppiò un putiferio mediatico a causa di un legionario che, in documentario della BBC, veniva mostrato con la pelle scura (ne ho parlato in un articolo qui). Se in quel caso la scelta era giustificabile, qui risulta essere insensata: nessun personaggio del ciclo troiano viene descritto (o raffigurato in statue e vasi greci) dall’etnia subsahariana. Neanche gli eroi dell’epica greca di origine etiopica, come Memnone, re degli Etiopi, o la principessa Andromeda compaiono mai con la pelle scura. 
Ma risulta difficile anche capire quale sia stata la ragione che ha indotto i produttori a scegliere degli attori di colore per interpretare dei personaggi di tutt’altra etnia. Contestare questa scelta, opportuno precisarlo onde evitare inutili polemiche, non significa sfociare nel razzismo: infatti, questo è un problema che si è verificato anche (e soprattutto!) a parti inverse, quando alcuni film sono stati sottoposti a un processo di “sbiancamento” (da cui il neologismo “whitewashing“) . In “Batman Begins” di Christopher Nolan, ad esempio, Ras’ al Ghul, mentore e poi nemico dell’uomo pipistrello (il cui nome fa intuire le sue indubbie origini arabe) è interpretato dal caucasico Liam Neeson, mentre il protagonista di “Prince of Persia: Le sabbie del tempo” altri non è che il famosissimo e bianchissimo  Jake Gyllenhaal. Per non parlare di tutti quei film basati su manga e anime giapponese, dove gli eroi del Sol Levante venivano ricoperti da attori americani (ci limiteremo a citare in questa sede Ghost in the Shell e DragonBall Evolution)

In Troy: Fall of a City, ci troviamo di fronte a un cast eterogeneo, formato tanto da attori bianchi quanto da attori di colore, ma scelti senza alcun criterio logico o una spiegazione che renda questa selezione minimamente plausibile, il che fa temere che sia stata decisa per rendere più appetibile il prodotto anche a un pubblico etnicamente misto o per renderlo “politically correct“. A dispiacere, dunque, non è il fatto che a far strage di Troiani in battaglia ci penserà un Achille più scuro di quello che immaginiamo, ma che non esista neanche un motivo ben preciso che possa far chiudere un occhio agli spettatore più amanti della tradizione in merito a questa scelta.

Pier Paolo Pasolini, se vogliamo fare un opportuno parallelismo, prima di morire, aveva meditato un adattamento cinematografico dell’Orestea di Eschilo ambientata tra l’Uganda e la Tanzania (tutto ciò che ci è rimasto di questo progetto è contenuto nel documentario “Appunti per un’Orestiade africana“) con protagonisti, chiaramente, tutti attori africani. Ma in quel caso questo parametro era inopinabile: in primo luogo, perché rientrava nel pieno stile di Pasolini “etnicizzare” le opere classiche (basti pensare che “Edipo Re” è ambientato in Marocco e “Medea” in Turchia, e anche gli abiti di scena rispecchiano l’esotismo delle location scelte dal regista) e inoltre per adattare la tragedia, che avrebbe avuto come sfondo non la Grecia omerica ma l’Africa della stagione immediatamente successiva alla decolonizzazione.

Qualora la regia e la produzione di Troy: Fall of a City abbiano pensato questa soluzione per trasformare la serie in un telefilm politicamente corretto che non scontenti nessuno, la motivazione diventa senz’altro deprecabile: sacrificare l’autenticità e la veridicità storica e filologica per accalappiare il consenso del pubblico non fa’ che sminuire il valore di un prodotto che avrebbe potuto senz’altro essere migliore. 

Per il resto, non ci si può che augurare che questa serie televisiva riproduca fedelmente la narrazione dell’Iliade di Omero, un poema già avvincente di suo e che non necessità di troppi cambiamenti. Il pubblico serio, quello stufo dei classici film peplum dove compaiono solo muscoli d’acciaio, scene epicheggianti e sangue sparso ovunque, ne ha abbastanza dei vari kolossal sull’antica Grecia o Roma pieni di errori (anzi, orrori) storici in ogni dove, che non fanno che fornire nel grande pubblico un’idea confusa e totalmente deformata delle civiltà antiche, di quel mondo a cui non possiamo che essere grati per tutto ciò che ci hanno trasmesso.

Perchè adattare è bene, ma stravolgere è disgustoso.

                                                                                                                                                           Michele Porcaro