In una società che combatte per i pari diritti per ambo i sessi, sta emergendo nell’ultimo periodo una fiorente rivoluzione nel mondo del wrestling femminile: un cambiamento di cui però i Media sembrano non accorgersi.

Quando si parla di wrestling, solitamente vengono in mente i più imbarazzanti e spregevoli luoghi comuni circa questa disciplina: se ne parla come di uno sport finto, predeterminato, violento, ridicolo, banale, puerile, fatto di omoni e marcantoni oliati e dopati che oscillano tra le corde e sbattono i piedi su un ring. Portabandiera del mondo dello Sport Entertainment (altro nome con cui di norma viene definito il Pro Wrestling) è la WWE, World Wrestling Entertainment, la grande federazione che ha visto sbocciare talenti del calibro di Hulk Hogan, Eddie Guerrero, The Undertaker, Shawn Michaels e John Cena. La WWE sta portando avanti, oramai da anni, iniziative che provano a stemperare le maldicenze che circolano in merito al mondo del wrestling: a quei genitori bacchettoni che puntavano il dito contro la WWE per l’eccessiva violenza e ostentazione di comportamenti diseducativi, la federazione ha risposto proponendo un prodotto PG (accessibile alle famiglie), dove la violenza, il sangue, le parolacce e i riferimenti sessuali sono ridotti al minimo storico (inoltre, gli atleti della federazione partecipano molto spesso a iniziative come Be A Star, in cui viene seriamente affrontato il tema del bullismo); alle accuse di uso massiccio di doping, steroidi e di prodotti anabolizzanti da parte dei wrestler, il presidente della federazione Vincent McMahon ha risposto invece con l’instaurazione del Wellness Program, una procedura sistematica che sottopone i wrestler a periodici test antidoping, e punisce con pesanti sanzioni gli atleti che risultano positivi agli accertamenti.            

Ma quella di cui parliamo oggi è tutta un’altra faccenda. Domenica notte si è infatti tenuta la ventesima edizione della Royal Rumble, uno degli eventi principali della WWE. Per chi non lo sapesse, la Royal Rumble è un match in cui un wrestler, per vincere, deve eliminare gli altri contendenti (che nel frattempo entrano nel quadrante a brevi intervalli di tempo) facendoli cadere fuori dal ring spingendoli al di sopra della terza corda (quella più alta, per intenderci). Particolarità dell’edizione di quest’anno sono state ben due: infatti non solo si è svolta, per la prima volta, una Royal Rumble con 30 lottatrici, ma la versione femminile della Rissa Reale firmata WWE è stata addirittura il Main Event, ovvero il match che ha concluso l’evento (di conseguenza, il più importante della kermesse).            

Questa piacevole notizia ovviamente non è da ricondurre a un unicum, ma si collega un lungo percorso d’evoluzione che ha infuso nuova linfa vitale alla categoria del wrestling femminile, che rispetto alla generazione passata (quando il wrestling andava in onda su Italia 1 con il commento di “Ciccio” Valenti e di Christian Recalcati) ha fatto passi da gigante. Fino a pochi anni fa infatti, nella WWE vigeva il concetto di Divas, di “lottatrici” con fisici mozzafiato da copertina di Playboy che entravano sul ring in abiti succinti che lasciavano poco spazio all’immaginazione, e i cui match si risolvevano in delle catfight, ovvero degli incontri in cui non veniva risaltato il talento scenico o il lottato, ma che facevano leva sul fattore ormonale del pubblico maschile. Nelle storyline inoltre, le donne ricoprivano spesso il ruolo di gatte morte, che avevano il potere di sedurre o provocare un wrestler della categoria maschile, o addirittura di far nascere una contesa tra due lottatori che si affrontavano per entrare nelle grazie della Diva.             
Da un certo punto in poi tuttavia, nello scenario del wrestling WWE hanno cominciato a spirare i venti del cambiamento: la stessa federazione parla di “Women’s Revolution”. Women, donne, non più Divas (lo stesso titolo massimo della divisione femminile, un tempo “Divas Championship” ora è stato rinominato “Women’s Championship”). Da quel momento le cose sono cambiate: le lottatrici non hanno più bisogno di sculettare o di sedurre i compagni dello spogliatoio, ma sono dei veri e propri fenomeni del quadrato: i loro incontri sono scanditi da poderosi calci, pugni, mosse aerobiche e prese di sottomissione, che offrono uno spettacolo al pubblico di certo non inferiore a quello esibito dai compagni della sezione maschile. Donne, perché non si tratta più di modelle tutte curve che hanno come unico scopo far sbavare i maschietti nelle arene o il pubblico che segue lo spettacolo da casa. Sono lottatrici determinate, aggressive, agguerrite, che si fanno rispettare, che puntano sempre al massimo e che sono pronte a tutto per perseguire i propri obiettivi, arrivando a creare alleanze o a tradire le proprie amicizie pur di agguantare la cintura o pur di poter calcare il ring di Wrestlemania, lo show più importante dell’anno targato WWE (uno dei più visti in America, secondo solo al SuperBowl e ai Playoff NBA).   

E se un tempo i match della categoria femminile servivano a far riposare il pubblico e a prepararlo ai match più attesi della serata, ora sono gli incontri femminili a dare spettacolo: a poco a poco, le faide tra lottatrici hanno cominciato a essere le più importanti dei vari show settimanali (RAW e SmackDown) e dei PPV (i Pay per View, gli show più importanti del mese) al punto da spingere la federazione a proporre dei match inediti nel settore del wrestling femminile: nell’Ottobre 2016 si è tenuto per la prima volta un Hell in a Cell Match (incontro nella gabbia) tra due donne (Sasha Banks, all’epoca detentrice del titolo femminile, e Charlotte, figlia del leggendario pluricampione Ric Flair); l’estate successiva si è svolto invece il primo Money in the Bank match femminile (incontro in cui vi era in palio una valigetta con all’interno un contratto per sfidare la campionessa in carica in ogni momento), mentre, come sopra detto, la scorsa Domenica il pubblico di Philadelphia ha assistito al primo Royal Rumble match femminile. E proprio alla fine di quest’ultimo evento è comparsa Ronda Rousey, lottatrice e artista marziale più volte campionessa del titolo femminile UFC, la federazione più importante delle MMA, che senza troppi artifici di parole ha fatto intuire di essere intenzionata a rivoluzionare ancor di più il wrestling femminile.         

La divisione femminile del wrestling WWE sta conoscendo un periodo di enorme lustro, dove la figura della lottatrice ha ben poco da invidiare ai wrestler della categoria maschile. Verrebbe quasi da dire “Sesso debole a chi?”       
Ma la domanda che viene da porsi è: dove sono i media in tutto ciò? Dove sono quei movimenti femministi che un tempo criticavano la WWE perchè “le ragazze apparivano come oggetti sessuali, mantenute dalla WWE solo per soddisfare i bisogni dei fan maschili”? Perché quando succede una tragedia che, in un modo o nell’altro, è collegata al wrestling subito parte una pioggia di fischi contro questa disciplina, mentre in un’occasione più che felice come questa, di cui tutta la categoria femminile dovrebbe andarne orgogliosa, nessuno si spreca di scrivere due parole?  

Quel che è certo è che risulta davvero un peccato che una rivoluzione/evoluzione come questa, che restituisce pari dignità alle donne rispetto ai lottatori uomini, passi sotto il più totale silenzio della stampa, dei media e del web.

 

                                                                                                                                                         Michele Porcaro