Il TalentoMicro

UNA RISATA PER L’INTEGRAZIONE

INTERVISTA A ROSCHDY ZEM, REGISTA CHE CONDUCE AL CINEMA “MISTER CHOCOLAT”. LA VERA STORIA DI RAFAEL PADILLA, PRIMO CLOWN DI COLORE FRANCESE, CHE SI ESIBISCE DAVANTI AD UN MONDO (BIANCO) CHE STENTA AD ACCETTARLO…

Roma – Il cinema Barberini ha accolto il regista francese Roschdy Zem e la sua opera, “Mister Chocolat”, liberamente tratta dalla storia che ha rivoluzionato la commedia clownesca. Il film ritrae infatti la vicenda del clown Chocolat, il primo artista di colore che si esibì nella Francia di fine ‘800 e che, in coppia con l’artista bianco Footit, fece parlare di sé e del suo tentativo di far ridere senza essere derisi, puntando all’integrazione della comunità di colore nella Francia bianca della Belle Epoque.

D: «Come siete riusciti ad entrare in possesso di informazioni sulla vita di Rafael Padilla, alias Mister Chocolat?»

R.Z.: «Abbiamo potuto realizzare il film grazie alle preziose informazioni che ci sono giunte da uno storico francese, che ha recuperato dagli archivi la storia di Rafael Padilla. I miei produttori, Eric e Nicolas Altmayer, si sono sin da subito mostrati molto interessati alla storia del primo clown di colore di cui si sia mai sentito parlare in Francia e così hanno messo in cantiere l’idea per il film.»

D: «Quali fatti narrati sono stati inseriti senza subire modifiche e quali invece sono frutto di pura invenzione?»

R.Z.: «Lo storico che ci aveva fornito il materiale su cui lavorare si era limitato alla raccolta di articoli cartacei dell’epoca, grazie ai quali avevamo la certezza che Rafael era stato schiavo sin da bambino, poi venduto. Riuscito a farsi notare come artista circense, nello specifico eseguendo brillanti numeri da clown insieme a Footit, suo compagno sulla scena, aveva raggiunto notorietà nazionale ed effettivamente si recò negli ospedali, come narro nel film, per piccoli spettatori malati. Abbiamo invece inserito spunti narrativi di pura invenzione quando ad esempio abbiamo lasciato che Mister Chocolat venisse incarcerato perché privo di documenti: questo pretesto drammaturgico era essenziale per sviluppare poi un profondo cambiamento nel protagonista, che arriva a chiedersi se sia giusto che sia sempre il clown nero a “prendere calci nel sedere”, ad essere denigrato in quanto “diverso” dalla moltitudine di spettatori bianchi.»

D: «Qual è stata la difficoltà maggiore che ha incontrato durante le riprese?»

R.Z.: «Indubbiamente dare vita ai numeri circensi è stata una dura prova con la quale tutti ci siamo dovuti confrontare: io ho dovuto trovare la chiave migliore per mostrarli al pubblico in sala, ma soprattutto i clown chiamati ad esibirsi, interpretati dalla carismatica coppia Omar Sy e James Thierrée, hanno dovuto superare una prova imponente. Thierée in particolare ha costruito i numeri, dando un apporto non indifferente al film. Lo ringrazio di cuore per questo.»

D: «Concludendo, qual è il messaggio racchiuso in Mister Chocolat ed è presente un nesso con l’attualità?»

R.Z.: «Quando mi sono avvicinato a questa storia il mio principale obiettivo era quello di raccontare la vicenda di Rafael, ed il suo passaggio da schiavo maltrattato a clown ben pagato, senza vittimismi, focalizzando la narrazione su un uomo, sui suoi successi e i suoi eccessi. Per fare ciò è stato indispensabile porre al centro del film la relazione di amore ed odio tra Chocolat e Footit, due compagni sulla scena, amici nella vita reale, due facce della stessa medaglia, uniti, ma diversi, uno bianco e l’altro nero. Quando oggigiorno chiediamo agli stranieri di adattarsi, di diventare uguali a noi per potersi integrare al meglio, io credo che non sia vera accettazione e lo stesso accade nel film: quando Rafael chiede di poter inserire il proprio volto sui manifesti, di mostrare se stesso, e non quello di una scimmia che gli assomigli, il proprietario del circo non fa altro che esclamare “pretendere di essere se stessi è a dir poco ambizioso!”. Come in Mister Chocolat, così nella realtà attuale, l’integrazione è difficile e quindi credo che il mio film possa definirsi un’opera sulla diversità e sull’inconciliabilità tra mondi, culture, esseri che non riescono ad andare oltre la loro diversità apparente».

Silvia Ricciardi

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Silvia Ricciardi

Laureata con il massimo dei voti in “Arti e Scienze dello Spettacolo: Cinema” presso La Sapienza di Roma con una tesi su “Partner” di Bernardo Bertolucci, collabora con diverse testate cartacee e online, tra le quali il mensile Marie Claire ed il bimestrale Just Cinema. Desiderando approfondire le sue conoscenze in settore cinematografico, ha seguito corsi incentrati su critica, ma anche su sceneggiatura e scrittura creativa, realizzando diversi cortometraggi. Ha collaborato con un ufficio stampa di cinema e libri e ha lavorato anche come segretaria di edizione per diversi film.

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