Dossier

Il Mekong e la guerra

Pensi alla guerra in Vietnam e pensi ad Apocalypse now e a Platoon.
Forse a Full metal Jacket  e anche un po’ a Forrest Gump. Pensi di sicuro a Rambo e a Springsteen che canta Born in the Usa e pensi che sia il film sia la canzone parlano di un reduce che torna a casa ancora ignaro che sarà lì che inizierà il suo vero Vietnam. Una guerra senza guerra. Una guerra sociale, si direbbe forse oggi.

Viet e Vet. Sono due parole, anzi due abbreviazioni. La prima sta per Viet Cong e la seconda per Veterano. Sembrano così distanti, ma sono solo le due facce di una sola medaglia. Chi ha combattuto dalla parte giusta – dalla parte giusta secondo i vietnamiti, si intende – lo ritrovi ad Hanoi, pluridecorato e in fila ordinata per entrare nel mausoleo di Ho Chi Minh.
Chi ha combattuto con gli americani se è stato fortunato è finito in un campo di rieducazione. Come se aver fatto la guerra contro il comunismo fosse un errore di sistema da correggere. Arresta il sistema e aggiorna. Devi amare il tuo paese.
Cicatrici, incubi e un numero tatuato su un braccio è il ricordo che si porta dietro chi da questi campi è uscito vivo.

Sul Delta del Mekong le barche hanno due occhi dipinti a prua: per spaventare i coccodrilli pare, e pure per far piacere a qualche divinità di cui è impossibile ricordare il nome.
Il Delta è enorme e sconfinato. Un suo braccio, uno dei tanti, è grande quanto il Po ed è profondo undici metri. Il motore a scoppio, l’acqua melmosa del fiume, la seduta bassa a pelo d’acqua e ci pensi costantemente.
Alla guerra. 

Quella guerra però, io credo di averla capita solo parecchi giorni dopo, quando il Fiume (con la effe maiuscola quando si parla del Mekong) era ormai lontano. In giro per la cittadina di Hué, alla ricerca di un posto dove bere mi imbatto in una vetrina piazzata, in perfetto stile vietnamita, nel bel mezzo del marciapiede.
Tra Rolex finti, ben fatti, spicca un ripiano più basso con una decina di accendini Zippo. Erano dei soldati americani. Qualcuno è andato perso, ma la maggior parte è appartenuta a soldati che non ce l’hanno fatta. Era usanza americana durante la guerra tenere in tasca, a mo’ di amuleto, un accendino Zippo che riportasse su uno dei due lati un disegno, una dedica, delle iniziali, un’incisione di qualsiasi tipo.
Dietro quell’accendino c’era un uomo che lo usava, che lo teneva in tasca e che non ha fatto in tempo a fumarsi un’altra sigaretta. Quell’accendino non è mai tornato a casa, trafugato dalle tasche di un corpo, con ogni probabilità disperso, e poi passato di mano in mano e oggi venduto come souvenir feticcio al costo di circa 80 dollari (la paga di un anno per un vietnamita) a qualche turista curioso, che della guerra vuole forzatamente portarsi indietro un ricordo.
Forse il ricordo più brutto di un Vietnam bello, ma aspro, duro, avaro di sorrisi e ricco di controsensi, ma forse quello che più di tutti ti fa capire quello che è stato il Vietnam per un americano o per un comunista.
Forse l’unico ricordo che ti dà la cifra di quel che è stato, a te che fino a quel giorno Vietnam ci chiamavi l’incrocio di Porta Maggiore alle otto del mattino.

 

Federico Vergari

Nato a Roma il 3 giugno del 1981. Giornalista pubblicista dal 2011, collabora con diverse testate scrivendo prevalentemente di sport, cultura, fumetti e costume. Nel 2008 pubblica, per la casa editrice Tunué, Politicomics un saggio sul rapporto tra comunicazione politica e fumetti.

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