È tra le pratiche più dolorose e disumane, ma anche tra le più diffuse e radicate. Coinvolge milioni di donne e di bambine ogni anno. Per la Giornata mondiale contro le MGF, ActionAid ha lanciato la campagna social: #endMGF

Le chiamano le “tagliatrici”, come se la pratica dell’infibulazione non fosse già di per sé abbastanza macabra. Secondo l’Osservatorio Diritti, sono membri molto autorevoli all’interno delle rispettive comunità d’appartenenza. Per “operare”, generalmente, utilizzano lamette o strumenti affilati di qualsiasi genere. Ovviamente non sterilizzati, con la tragica conseguenza che le infezioni, le emorragie e le complicazioni durante e dopo il parto sono quasi un’inevitabile certezza. Portando, in alcuni casi anche alla morte della madre o del bambino.

Se il taglio degli organi genitali è doloroso, la ricucitura lo è ancora di più”. Lo sanno molto bene queste donne. Lo hanno provato loro stesse sulla propria pelle. Madri e nonne costrette da un contesto culturale che le obbliga a ripetere sulle figlie e sulle nipoti la più dolorosa e disumana delle pratiche. Ribellarsi è pressoché impossibile. La pena, infatti, per le donne che si rifiutano di sottoporsi alle mutilazioni genitale è l’esclusione dalla comunità; scaraventando su tutta la famiglia l’onta della vergogna e del disonore. Un oltraggio che non gli permetterà mai più di trovare marito.

Comincia così, sempre secondo l’Osservatorio Diritti, quella che può essere definita come una vera e propria fase di passaggio per queste piccole “donne”. Con la più atroce delle violenze, appunto Dopo di che, per loro inizierà una nuova “vita”. Accantonati i libri i di scuola, si incamminano verso un’altra condizione sociale: quella di mogli.

Ad oggi, secondo l’UNICEF, sarebbero circa 3 milioni le donne e le bambine che ogni anno, solo in Africa, vengono sottoposte a mutilazioni genitale. 140 milioni in tutto il mondo, divisi in 29 paesi tra America Latina, Asia e Paesi Arabi. 44 milioni delle quali hanno meno di 14 anni. È proprio contro questa gravissima violazione dei diritti umani che ogni 6 febbraio di celebra la Giornata contro le mutilazioni genitali. Per cercare di rompere il muro del silenzio che avvolge questo deprecabile fenomeno ancora così tanto diffuso e radicato.

Ma non basta solo sensibilizzare in casi come questo. È necessario fare molto più. Ed è proprio quello che, dal 2008, stanno cercando di L’UNICEF e UNFRA attraverso un programma volto ad eradicare questa pratica una volta per tutte. Il grimaldello per raggiungere questo ambizioso progetto è quello di coinvolgere le comunità locali, i vari referenti religiosi e le stesse ragazze.

 “Piuttosto che condannare apertamente il fenomeno, viene incoraggiato l’abbandono collettivo per evitare che coloro (soprattutto donne) che la esercitano reagiscano con ostilità anziché giungere ad una rinuncia volontaria”, si legge sul sito dell’Agenzia delle Nazioni Unite.

I risultati sembrano già molto evidenti. Secondo le stime, infatti, dopo 3 anni sarebbero già 600.000 le comunità che in Africa hanno scelto di rinunciare all’infibulazione. Molti responsabili, inoltre sono stati consegnati alla giustizia. Un grande risultato, amplificato dal fatto che questo è avvenuto attraverso il dialogo, favorendo così importanti mutamenti nelle regole sociali e culturali che disciplinano la sfera sessuale. Donne e uomini, che lottano fianco a fianco per tutelare i diritti di milioni di altre donne e di bambine. Rimane, però, ancora molto da fare. Soprattutto, se si considera che l’eliminazione totale delle mutilazioni genitali è stata inserita all’interno dell’Agenda ONU per lo Sviluppo Sostenibile da realizzarsi entro il 2030.

Va detto, tuttavia, che da un po’ di tempo a questa parte l’attenzione di alcune ONG che operano in tale ambito si è spostato anche sulle comunità di emigrati sparse un po’ in tutto il mondo e anche in Europa. Una cosa non molto incoraggiante, purtroppo. Tra queste c’è ActionAid che, oltre alla campagna social #endFGM, ha sviluppato uno specifico programma di sostegno. After, rivolto alle donne migranti attraverso corsi di formazione ed incontri informativi alla presenza di testimoni ed attivisti, infatti, è già attivo in Italia, Spagna, Svezia, Irlanda e Belgio.

Le nuove tecnologie, però, sembra si stiano rivelando molti utile anche negli stessi paesi d’origine. In Tanzania, per esempio, è attiva dal 2015 un app aggiornata in tempo reale che indica luoghi sicuri in cui le ragazze, che stanno per subire l’infibulazione, possono trovare riparo. Crows2map Tanzania è un progetto messo in piedi da alcuni volontari che unisce una mappa di tutto il paese ad alcuni luoghi sicuri. Il compito di questi operatori sociali è quello di individuare il villaggio da cui arriva il segnale e raggiungerlo per poi farsi carico della ragazza in questione.

Lo stesso sta avvenendo anche in Kenya. Dove un’app simile, iCut, fornisce assistenza medica e legale alle ragazze vittime di mutilazione genitali e offre soccorso a chi sta per esserne vittima mettendola in contatto con dei centri specializzati in tutto il paese.

 

Mattia Bagnato