Dossier

UN NO PER «ROTTAMARE» RENZI

Il 60 per cento degli elettori boccia il cambiamento della Carta costituzionale e il premier come annunciato si dimette. Quale scenario per l’immediato futuro?

Roma- Se mandar via Matteo Renzi era la priorità. Il risultato c’è. L’ormai ex premier non scende a compromessi e, come preannunciato, non si fa attendere più di tanto e poco dopo l’evidente schiacciante vittoria del “no” al 60 per cento, si presenta in sala stampa a Palazzo Chigi e formalizza le sue dimissioni.

Non è certo il rottamatore che tutti hanno conosciuto (adesso il rottamato è lui) e il nodo in gola mentre effettua l’annuncio la dice lunga su quanto bruci questa sconfitta.

Ma, a nostro parere, in questa vicenda referendiaria purtroppo non ci sono né vinti né vincitori perché lo scenario che si presenta davanti ai nostri occhi è tutt’altro che semplice.

Renzi ha personalizzato troppo il referendum”. Questa la frase che si sente a destra e a manca. Certo è così e lo ha ammesso più volte anche lui. D’altra parte, questa riforma porta la firma del suo governo e peraltro, come prevede la stessa Costituzione, prima di dare la parola alle urne, tutto era passato dal voto del parlamento. Voti a favore che non erano giunti soltanto da parte renziana.

Cosa accadrà adesso? Centrodestra e 5 Stelle vogliono il voto subito. Ma con quale legge elettorale? E questo è uno dei punti fondamentali attorno al quale ruota il risultato del 4 dicembre.

Giusto il tempo di far fare a Renzi gli scatoloni e la legge la cambiamo, due, tre settimane…” afferma a caldo Giorgia Meloni.

Ma come, una legge elettorale nuova in pochi giorni?

Ed ancora, 5 Stelle a parte che risultano essere compatti, centrodestra e centrosinistra sono più che spaccati ed ecco perché, in questo gioco al massacro (soprattutto dialettico) non ha vinto nessuno.

La verità è che non c’è più politica intesa come partecipazione, come bacino di idee. Si vota per protesta del tipo “proviamo a cambiare tanto sono tutti uguali”. Dunque, sfiducia nella politica anzi, nei politici. E questo è stato un voto contro Renzi.

Quanti tra gli elettori (e questa volta sono stati tanti) hanno realmente inteso cosa si voleva cambiare della Costituzione? Quanti ad esempio sanno che con il “sì” si toglievano alcuni poteri alle Regioni e, allo stesso tempo, si riducevano gli stipendi dei consiglieri e i relativi privilegi tanto stigmatizzati da più parti?

Gli stessi consiglieri che mediamente guadagnano 10mila euro al mese (a seconda delle Regioni) più indennizzi e assegni di capogruppo.

Le stesse Regioni che da anni sono il pozzo di San Patrizio, dalla Lombardia al Lazio, alla Sicilia, al Veneto. Niente di più semplice che un netto no sia arrivato proprio dagli esponenti regionali di qualunque fede politica; a dimostrazione che il privilegio è sacro. La nuova Costituzione prevedeva infatti una netta riduzione degli stipendi (che non potevano superare quello del sindaco del capoluogo di provincia).

 La maggior parte degli elettori si è soffermata sul taglio del Senato (che non era poca cosa) e sull’abolizione del Cnel (ricordate gli enti inutili?).

A giudicare l’operato di Matteo Renzi e del suo Esecutivo, sarà il tempo. Un operato che passa per l’Europa (economia, immigrati, riforme).

Certo è che il Renzi che incassa la sconfitta, che seppur brevemente ricorda alcune leggi approvate quale l’omicidio stradale e il “dopo di noi”. Il Renzi che piccato afferma “Tocca a chi ha vinto avanzare proposte serie”, resterà impresso per molto nella mente della gente.

Già, chi ha vinto. Centrodestra sempre più a destra con l’altro Matteo, il Salvini e la Meloni; con un Berlusconi che arranca seppur sempre con il suo seguito (ma per quanto ancora?). I 5 Stelle pronti a governare da soli e probabilmente avrebbero i numeri.

E poi c’è il centrosinistra. Spaccato anche di più con una sinistra più a sinistra, i Verdi che hanno incitato al “no”, un Pd da rifondare, dove le correnti non si contano e dove sono in tanti a festeggiare oggi. E questa è senza ombra di dubbio una delle cause della sconfitta del “sì”.

Adesso la parola passa al presidente della Repubblica Mattarella che ha già espresso un primo parere con quel “Le Istituzioni rispettino gli impegni”.

Emanuela Sirchia

Emanuela Sirchia

Nel 1983 si iscrive all'Università di giornalismo di Camerino. Nell'ottobre del 1988 approda al neo nato "Il Giornale di Ostia", dove rimarrà per 25 anni. Dal marzo 1991 è iscritta all'Ordine dei giornalisti del Lazio. Già collaboratrice per Paese Sera, ha scritto per il giornale aziendale dell'Acea e per il settimanale Free Magazine. Dal 2008 al 2013, è nell'ufficio stampa e pubbliche relazioni del Municipio X e dal 2006 a tutt'oggi ricopre l’incarico di addetto stampa del teatro Nino Manfredi. Ha scritto di cronaca nera, bianca, sport, spettacolo, arte e cultura. Tra i personaggi da lei intervistati: Tito Stagno, l’uomo della luna, Giorgio Albertazzi, Franca Valeri, Paola Gassman, Valeria Valeri, Gianrico Tedeschi e vari campioni sportivi come Bruno Conti, Rudi Voeller e Beppe Giannini. Per la giudiziaria, ha seguito la vicenda dei fratellini Brigida, il caso Marta Russo e l’omicidio di via Poma. E’ stata inviata per il Giubileo del 2000 e dal 1994 è accreditata in Campidoglio. Dice di sé: “ogni volto, ogni storia, ogni mostra visitata, ha lasciato un segno indelebile, esperienze di vita che non hanno eguali”.

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