Quale migliore iniziativa, se non la creazione di museo per sensibilizzare al rispetto e alla tutela dell’ambiente. Un vero e proprio percorso interattivo, studiato per grandi e piccini nel quale prendere coscienza dell’importanza del contrasto all’inquinamento ambientale

 

RomaGiovedì 7 luglio è stato inaugurato all’interno degli spazi Bioparco il primo Museo d’Europa contro i reati ambientali. Il Museo Ambiente e Crimine, unico nel suo genere, è una vera e propria novità assoluta. Nato dalla collaborazione tra il Comando Unità e Tutela Forestale e Ambientale e la Fondazione Bioparco il M.A.CRI. è stato intitolato a Danilo Mainari, etologo e scienziato. Avrà l’obiettivo di sensibilizzare i piccoli visitatori sulle diverse tipologie di reati ambientali, attraverso 400 metri quadri di spazi interattivi suddivisi in diverse sezioni: Incendi, inquinamento e rifiuti, bracconaggio, taglio illegale delle foreste e maltrattamenti ambientali.

I crimini ambientali, ha dichiarato Federico Coccia Presidente della Fondazione Bioparco, rappresentano il 3° tipo di reati dopo armi e droga per giro di denaro. Ragione per cui, diventa fondamentale educare le giovani generazioni all’importanza della tutela delle biodiversità e del immenso patrimonio ambientale presente nel nostro paese. Soprattutto, aggiunge, in un momento così delicato dal punto di vista del cambiamento climatico.

Solo lo scorso anno, infatti, il CUTFAA ha effettuato circa 234.800 controlli si tutto il territorio nazionale in aree protette, discariche e nel settore dell’agroalimentare. Un’incessante lavoro di contrasto all’inquinamento che, grazie al Decreto Legislativo 177 del 2016, ha incorporato compiti e personale che prima apparteneva al corpo forestale all’interno del nucleo per tutela ambientale dell’arma dei carabinieri e che, quindi, d’ora in poi avrà l’arduo compito di impedire il proliferare di attività criminose lesive dell’ambiente naturale e della salute pubblica.

 Il giro d’affari per le ecomafie, secondo Legambiente, si aggira intorno ai 13 miliardi di euro e oltre 70 reati all’anno. Una gallina dalle uova d’ora, che negli anni a depredato e violentato tutta la penisola italiana da nord a sud. Palesando, tutte le criticità e le fragilità di un paese che, nonostante, l’impegno di quanti operano nel settore fatica a mettere la parola fine a questa gravissima situazione.

Una business, quello degli ecoreati, che ha suscitato preoccupazione anche a livello europeo. Spingendo, in più occasioni, Bruxelles ad ammonire il nostro paese per la mancata adozione della normativa comunitaria che introduce i reati penali in campo ambientale. Da qualche anno a questa parte, però, qualcosa sembra muoversi. Secondo Legambiente, a due anni dall’entrata in vigore del decreto legge n. 68 in materia di riforma dei reati ambientali, infatti, gli arresti così come le denunce e i sequestri sono cresciuti del 20%. Mentre, sono diminuiti contestualmente del 7% anche gli illeciti.

Una nuova speranza arriva dalla legge sugli ecoreati insieme, però, ad alcune cose urgenti da fare: più risorse per la formazione sui controlli contro i reati ambientali e i decreti attuativi per dare forza alle Agenzie regionali. Così ha commentato Rossella Muroni, Presidente di Legambiente, durante la presentazione del rapporto “Ecoreati 2017” alla Camera dei deputati lo scorso 3 luglio.

‘Quest’anno – ha dichiarato il Presidente Muroni all’Ansa – il rapporto ci restituisce una fotografia che non ha solo tinte fosche ma anche colori di speranza grazie anche alla legge che ha introdotto nel codice penale i delitti ambientali e che ha contributo a renderci un Paese normale, dove chi inquina finalmente paga per quello che ha fatto. Ora è importante proseguire su questa strada non fermandosi ai primi risultati ottenuti, ma andando avanti investendo maggiori risorse soprattutto sulla formazione degli operatori dedicati ai controlli e dando gambe forti alle Agenzie regionale di protezione ambientale, che stanno ancora aspettando l’approvazione dei decreti attuativi.

Questa battaglia campale, quindi, deve essere inevitabilmente combattuta sul fronte della lotta alla mafia tout court. Eliminare le ragion d’essere (abusivismo edilizio, ciclo illegali di smaltimento dei rifiuti e corruzione), che hanno permesso a queste organizzazioni criminali di sversare sul territorio “fiumi” di prodotti inquinanti, è la vera priorità per il nostro paese. Ne va del futuro dei nostri figli, come ha dichiarato sempre Rossella Muroni. Abbassare la guardia alla luce di questo trend positivo, infatti, finirebbe per essere un autogoal. Soprattutto, alla luce di quanto fatto finora.

A destare particolare preoccupazione, tuttavia, è il preoccupante aumento dei paesi coinvolti nel traffico internazionale di rifiuti pericolosi, saliti a 37: 15 paesi europei, 8 paesi asiatici, 13 africani e uno americano. Un’enorme rete internazionale, come spiega Legambiente, capace di 756.000 tonnellate di “schifezze” e “morte”. Una quantità di rifiuti, tale da necessitare l’impiego di 32.240 tir. Che se messi in fila indiana, uno dietro l’altro, coprirebbero la distanza che va da Modena a Roma.

Rimane comunque il fatto, che tutto quanto fatto fin qui rischia di rimanere fatica sprecata se non cambiamo la nostra cultura e il nostro atteggiamento rispetto a queste tematiche. Bisogno, infatti, ritornare a considerare l’ambiente che ci circonda come un bene comune. Una regalo prezioso, che i nostri nonni ci hanno donato e che noi, presto o tardi, dovremmo lasciare in eredità ai nostri figli. Dobbiamo cercare d’immaginare quale mondo vorremmo abitare e lottare con tutto noi stessi affinché questo si realizzi. Come si dice, infatti, il vero cambiamento avviene dentro di noi.

Mattia Bagnato