Storie dall'Italia

UN MOMENTO DI SILENZIO

Una targa. Di tutto quanto successo, rimane solo una targa.

Nel caos di una stazione presa d’assalto da chi arriva o da chi parte, un monitor ricorda ai gentili passeggeri che il treno sta per partire, mentre la voce metallica che aleggia tra i binari raccomanda prudenza, che non si superi la linea gialla.

Una scritta in ricordo di ‘diverse centinaia di persone’. La loro ultima visione.

Trolley dai colori accesi e dalle ruote agili, pronte a deviare qualsiasi ostacolo, si fanno largo tra la folla delle tante famiglie in vacanza. «Dammi la mano, non allontanarti troppo tesoro, che tra poco si parte». L’accento varia. Ora è romano, ora è milanese, ora è napoletano. Stazione, in fondo, è sinonimo di incontro, di contatto con l’altro, col diverso. O almeno così dovrebbe.

La loro ultima visione: una stazione.
E poi?
Poi l’Olocausto. Lo dice la targa.

Santa Maria Novella, e Firenze tutta, pullulano di vita.
La stazione mantiene le fattezze di un’epoca di falsi miti. Le insegne che indicano il bar o la sala d’attesa, l’architettura svettante e massiccia, fanno respirare ancora aria di anni ’30. Anche il suono dei treni in arrivo, della ferraglia che stride sui binari, se lo si ascolta ad occhi chiusi riporta indietro nel tempo.
A quando un viaggio durava giorni e notti.
A quando le valigie erano di pelle, nel migliore dei casi, o di cartone nel peggiore. Valigie fatte in fretta, piene di ricordi, di speranze. Piene di una vita intera costretta in pochi centimetri di spazio. Che «tanto il tempo per tornare a prendere il resto c’è, non preoccuparti tesoro».
«Va bene mamma, dammi la mano però.
Ma dove stiamo andando?
E perché?».

L’8 marzo del 2011, come conferma la targa commemorativa affissa ad un muro della stazione centrale di Firenze, si celebrava il quarantasettesimo anniversario della deportazione di centinaia di cittadini fiorentini nei campi di sterminio. Sono passati quattro anni da allora, ed altri settanta dalla liberazione di Auschwitz.
Di lastre alla memoria se ne incontrano un po’ ovunque, nei centri nevralgici delle varie città d’Italia. Vederle in una stazione fa salire un brivido gelido lungo la schiena. E subito dopo, innumerevoli domande.
Quante stazioni hanno visto passare le centinaia e centinaia di persone che hanno dovuto avviarsi verso il loro stesso sterminio? Quanta somiglianza c’è tra i volti, le mani, i sorrisi, gli occhi dei bambini che partiranno oggi da una stazione cittadina, ed i loro coetanei di tanti anni fa?
Quanto è fragile il castello di certezze che ogni essere umano si costruisce, se basta una lastra di marmo a sgretolarle in un minuto, con la potenza devastante del ricordo di quello che è stato?

A guardare una targa commemorativa in una stazione di una città qualsiasi d’Italia ci si può perdere. Perché il raffronto con la realtà, quando gli occhi ritornano al presente, emette un suono troppo stridulo. Quel pezzo di materiale inciso racchiude le stesse grida straziate dei deportati, gronda il loro stesso sangue. E, sopra ogni altra cosa, ricorda.
Ricorda che l’orrore c’è ancora, magari in un’altra stazione sperduta nel mondo, in un altro ghetto, in un’altra terra. Ricorda che l’uomo c’è ancora, con le sue indicibili capacità di fare del male. Ma soprattutto ricorda che ogni momento di silenzio dedicato alla memoria deve esserci ancora, per tramutarsi in riflessione, e dunque comprensione, e dunque indignazione e lotta contro ciò che è stato. E che non smette di esserci, a poche stazioni più in là della nostra.

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Simona Di Michele

Articolista e web marketer, è laureata in Lettere con una tesi sul conflitto israelo-palestinese. Appassionata di storia e letteratura, collabora da anni per testate cartacee e riviste online, e ha all'attivo ruoli di ufficio stampa per artisti ed associazioni culturali romane. I suoi amori: la scrittura per il web, i libri, e la buona tavola (soprattutto se esotica).

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