IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DELLA LEGALITÀ, NEL CORTILE DELL’ISTITUTO LIDENSE LABRIOLA RICORDATA LA FIGURA DEL GIUDICE A 26 ANNI DALLA STRAGE DI CAPACI. UN IDEALE PONTE CHE UNISCE SOPRATTUTTO I GIOVANI PER LA LOTTA CONTRO LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

 

Roma, 23 maggio – Anche Ostia ha il suo albero di Falcone. Non grande e ben radicato come quello di via Notarbatolo, davanti all’abitazione del giudice, nel capoluogo siciliano. Più piccolo, quasi indifeso ed è un melograno. Darà i suoi frutti, con i suoi grani rosso sangue come quello versato nella strage di Capaci e in via D’Amelio, dove fu ucciso il giudice Paolo Borsellino, entrambi 26 anni fa.    

L’albero lidense è stato piantato nel cortile dell’Istituto Labriola, in occasione della giornata della legalità e non a caso. Davanti passeranno i giovani che affrontano le scuole superiori, che 26 anni fa non c’erano e che hanno soltanto sentito parlare della scia di stragi degli anni ’90. Gli stessi che in questi ultimi anni hanno invece sentito parlare di mafia ad Ostia, della collusione tra malavita, imprenditoria e politica, di processi in corso, di illegalità diffusa per acquisire potere e soldi. Da rimandare al mittente per consentire a questa cittadina, che dovrebbe essere a vocazione turistica perché ne ha le potenzialità, di vestirsi del suo abito migliore, fatto di albe e tramonti splendidi, di tesori d’arte quali i vicini scavi di Ostia Antica, la Torre di Michelangelo all’Idroscalo, il bellissimo Borgo anche questo ad Ostia Antica, vestirsi del suo mare.

      Già, i giovani, gli uomini di domani. A loro è affidato il futuro e alle scuole e alle famiglie è affidato il compito di educarli alla conoscenza; perché senza conoscenza, senza approfondimento, senza la voglia di crescere e cambiare, ogni parola viene gettata al vento. Ed allora quello che viene chiamato “sacrificio”, da parte delle vittime chiamate loro malgrado ad essere “eroi”, è inutile e vano. Di quanti hanno perso la vita per mano violenta si dice anche che facevano il loro dovere, che servivano lo Stato. O forse facevano soltanto il loro lavoro con passione e con fiducia, come lo fanno molti altri uomini e donne, negli uffici, negli ospedali, nelle caserme delle forze dell’ordine, ovunque, anche nelle redazioni dei giornali. Altro argomento spinoso. Cosa sono oggi i giornalisti e cosa sono in generale oggi i media. Che non si faccia di loro eroi a tutti i costi, che si ricomponga la passione per la ricerca della verità, con garbo, spesso in silenzio, a capo chino sulla tastiera del computer come ieri sulla tastiera della macchina da scrivere. Ricordando che il mestiere di giornalista è un mestiere intellettuale e non da avanspettacolo. I ruoli. Anche questi dovrebbero essere ricomposti perché non si può prescindere da essi. Ed oggi, troppo spesso, ci si appropria di un ruolo inadatto.

Apprezzabili tutte le iniziative che ad ogni anniversario, puntuali vengono approntate ma contano i fatti. I giovani hanno soltanto bisogno di esempi, in famiglia come all’interno della società. E quindi esempi dalla politica e dalle Istituzioni in generale. Viceversa sentiremo dire anche da loro “tanto sono tutti uguali” e saranno uomini senza identità.