Storie dal Mondo

UN LIBRO CONTRO IL TERRORISMO

La cultura, le periferie e il terrorismo. A tu per tu con Julien Dondille, direttore della Mediateca Persepolis situata nella banlieu di Sain Saint Denis, la più vicina ai recenti attacchi jihadisti di Parigi

Parigi- Abbiamo incontrato Julien Donadille, direttore della Mediateca Persepolis (il nome deriva da fumetto di Mariane Satrapi ndr) e con lui abbiamo chiacchierato di modelli bibliotecari latini e anglosassoni per poi arrivare a discutere del ruolo sociale della sua biblioteca, situata nella banlieu parigina più vicina ai recenti attacchi terroristici, Sain Saint Denis

Cosa significa politicamente e culturalmente essere il direttore di una biblioteca della periferia parigina?

Prima di rispondere è necessaria una breve introduzione alle biblioteche francesi, posso?

Prego.

In Francia, le biblioteche sono state per molto tempo, come in Italia, delle istituzioni dedicate sopratutto alla conservazione del passato. Da questo punto di vista, la storia delle biblioteche francesi e italiane, latine potremmo dire, è ben diversa da quella delle biblioteche anglo-sassoni, che da sempre si impegnano nel tessuto sociale delle città. Poi finalmente il bisogno di cultura ha iniziato a farsi sentire e la situazione è cambiata…

Cosa accadde esattamente?
Negli anni settanta è stato possibile assistere allo sviluppo sul territorio dei “grands ensembles”, cioè le banlieue che conosciamo adesso e che sono cresciute prima per ospitare i cosiddetti “pieds noirs”, cioè gli Europei rimpatriati dall’Algeria indipendente, e poi i nuovi immigrati che arrivavano dall’Africa del nord e dall’Africa nera.

In queste banlieue l’offerta culturale era , e rimane ancora oggi, molto povera in termini di librerie e di cinema, per esempio. Per molti abitanti di questi territori, le biblioteche rimangono ancora oggi gli unici luoghi di accesso alla cultura. Quindi…

 

Quindi tornando alla domanda originaria…

Il mio ruolo di direttore potrebbe sembrare paradossale. Sulla carta devo offrire a un ceto molto popolare “il meglio della cultura”. Ovviamente non è perché mi trovo davanti a una popolazione povera che devo abbassare gli standard culturali. Però questa politica ha dimostrato di avere dei forti limiti che si palesano, banalmente, in una scarsa frequentazione. Meno del 10% della popolazione.

Intuisco che non sei molto simpatico agli altri direttori parigini…

Abbiamo cambiato metodo, e provato ad aprire al massimo i nostri spazi e i nostri servizi, proponendo collezioni molto diverse (libri, CD, DVD), accesso al computer e a Internet, concorsi di videogiochi, laboratori creativi e via dicendo. Questa politica, in effetti, non è sempre apprezzata e condivisa dai miei colleghi. Il mio ruolo di direttore e quello di convincere che questa via è l’unica che ci permette di sedurre un pubblico ampio, di fare rete, di coinvolgere e di offrire ai nostri fondi autentiche chance di essere usati, apprezzati e prestati.

Cosa fa una biblioteca per combattere il terrorismo?

Niente e molto. Niente perché la risposta all’emergenza di oggi, con gli atti terroristi ancora molto recenti di Bruxelles, può solo essere militare e di polizia. Ovviamente, il ruolo delle biblioteche sarà più di lungo termine. Oggi si sviluppa nelle periferie francesi una cultura parallela basata sul maschilismo e che idealizza il potere sotto due forme: il traffico di droga (1 miliardo di euro l’anno il traffico nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, ndr), e il fondamentalismo islamico. E l’uno alimenta l’altro. Se un ragazzo di 14 anni capisce che può’ guadagnare in qualche giorno di spaccio il denaro che suo padre fatica a guadagnare in un mese, perché dovrebbe lavorare? Su questo, le biblioteche sono abbastanza impotenti. Poi, c’è un secondo punto che è culturale, direi quasi spirituale, quello di proporre un’alternativa a questa cultura maschilista che porta al fondamentalismo. Su questo, penso che noi possiamo e dobbiamo fare molto,

Come? Avete affrontato la tematica del terrorismo con una particolare attenzione?

Si, siamo in prima linea, non solo perché gli attentati sono stati commessi anche sul nostro territorio (vicino al Stade de France, a Saint-Denis), non solo perché una collega della mia squadra era al Bataclan il 13 novembre, ma semplicemente perché i ragazzi che hanno commesso queste stragi sono ragazzi come quelli che frequentano le nostre biblioteche: stesse origini, stesse famiglie, stesso ambito sociale. La risposta che proviamo a dare si appoggia sul “vivre ensemble”, cioè il “vivere insieme”, la coesistenza pacifica, e il dibattito. Per dirlo altrimenti, i valori della Repubblica. E si concretizza in diversi modi, tra i quali: un’offerta di libri da far girare nelle scuole che promuovano la coesistenza tra persone di origini, religioni e situazioni sociali diverse. L’organizzazione di dibatti su temi sociali nelle biblioteche, diretti a un pubblico adulto. L’educazione alla filosofia per i bambini, dalle elementari alle medie. Questo accanto alla nostra offerta abituale che comunque punta a proporre collezioni, libri, servizi per tutti con un obiettivo di apertura e di emancipazione. Tra l’altro, da qualche anno, proponiamo il mese di marzo una programmazione culturale dedicato all’uguaglianza tra uomini e donne.

Quello che in Italia si fatica a capire è che non si tratta di un problema di integrazione. Il terrore arriva dall’interno. Quali azioni può muovere, allora, il tessuto sociale francese?

Sinceramente, non so se si tratta di un problema di integrazione o no. Da un lato, si tratta di ragazzi di seconda o terza generazione, nati in Francia, unico paese del quale hanno la cittadinanza. Spesso, hanno una conoscenza superficiale del paese di origine, dove sono percepiti come “francesi”. Ci sono anche francesi bianchi, senza origine straniere, che si sono convertiti. Quindi, in effetti, forse non si tratta di un problema di integrazione. Anzi, potremmo dire che si tratta di un problema di “dis-integrazione”. 20 o 30 anni fa, la contestazione dei “beurs” (cioè i francesi di origine arabe) si sviluppava rigorosamente nel quadro della legalità e della cultura politica francese, con il movimento “touche pas à mon pote” e SOS Racisme. In quel periodo i giovani di origine araba, di prima o seconda generazione erano forse più integrati di oggi.

E allora come siamo arrivati alla situazione di oggi?

Secondo me ci sono diverse questioni in gioco: la repubblica che non ha mantenuto le promesse, la povertà, una cultura alternativa che si impone con prepotenza.

Andiamo con ordine: le promesse non mantenute.
La repubblica non ha tenuto le sue promesse. Questi ragazzi aspettavano una forma di emancipazione dalla scuola che non è mai arrivata. Mi piace ricordare la citazione del filosofo francese René Girard: “solo gli esseri che ci impediscono di realizzare un desiderio che hanno loro stessi suscitato sono veramente l’oggetto del nostro odio“.

La povertà?

Con le diverse crisi degli anni 90, 2000 e 2008, la povertà si è radicata nelle banlieu e adesso si sovrappone a problemi sociali scottanti.

La cultura alternativa…

Si sta sviluppando una cultura alternativa che conferisce ad alcuni ragazzi un sentimento di forza, di potenza e di orgoglio che non trovano nel resto della società. Si tratta della cultura della quale parlavo prima, violenta, intollerante, fondata sul maschilismo, sul traffico di droga e sul fondamentalismo islamico.

Quali conclusioni dovremmo trarre da questa chiacchierata?
Questi ultimi tre aspetti non possono essere isolati da un contesto più ampio, internazionale, di radicalizzazione di una parte del mondo islamico.Come uscirne? Non c’è un’unica risposta. C’è la risposta militare e di polizia che ho già detto. C’è la necessità assoluta di uscire dalla crisi economica che va avanti da 30 anni. Infine, bisogna ridare a questi ragazzi speranza e orgoglio. È più facile da dire che da fare. La risposta non può’ essere demagogica (cioè accontentandosi di semplice dichiarazioni di principio multiculturali) e non può’ neanche essere solo “repubblicana” nello senso rigoroso francese tradizionale (cioè integrazione e assimilazione definitiva degli immigrati nella società francese), perché non funziona più. Bisogna proporre un progetto che mobiliti la gioventù francese, e, direi, europea. Ho la speranza che la risposta a questa situazione possa essere europea, ma in questi tempi, questa speranza assomiglia a quel che in Francia chiamiamo la “foi du charbonnier”, cioè una fede un po’ ceca e disperata.

Federico Vergari

Federico Vergari

Nato a Roma il 3 giugno del 1981. Giornalista pubblicista dal 2011, collabora con diverse testate scrivendo prevalentemente di sport, cultura, fumetti e costume. Nel 2008 pubblica, per la casa editrice Tunué, Politicomics un saggio sul rapporto tra comunicazione politica e fumetti.

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