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UN GIGANTE SUL PALCOSCENICO

Gianrico Tedesci è il protagonista dello spettacolo “Farà Giorno”. Dagli esordi con Giorgio Strehler alla televisione del varietà. A tu per tu con un attore di grande versatilità dall’umorismo molto particolare.

Roma- Sarà la passione per il palcoscenico. Sarà che il teatro è magia. Sarà che il mestiere dell’attore c’è chi lo definisce un “gioco”, sarà… Fatto sta che Gianrico Tedeschi i suoi 94 anni li vive da gigante. La sua interpretazione in “Farà giorno”, un ruolo che lo fa stare in scena dal primo all’ultimo minuto, è l’ennesimo lavoro di cesello di una carriera che lo ha visto protagonista tragico, brillante, interprete di musical e di film. È passato dal classico con Molière all’operetta “Al cavallino bianco”, che gli spettatori tv ricordano ancora. Senza sosta, senza distinzione di genere perché il teatro è il teatro e si può e si deve far tutto.

L’orrore della Guerra. In “Farà giorno”, Tedeschi interpreta un ex partigiano, mica per dire, di quelli che hanno combattuto sul campo e che hanno visto da vicino l’orrore della guerra e dell’odio. Di quelli che hanno creduto negli ideali e che ritenevano essenziale “esserci”, per continuare a credere e sperare. Tutto in prima persona insomma. E l’attore milanese, questo ruolo lo ha veramente vissuto nella sua vita, finendo anche in prigione, dopo l’armistizio, internato nei campi di Beniaminovo e Sandbostel dove peraltro, il suo amore per il teatro gli fece mettere in scena, nonostante tutto, l’Enrico IV di Shakesperare.

Gianrico Tedeschi, un leone sulla scena
Gianrico Tedeschi, un leone sulla scena

È quindi naturale che il ruolo di Renato gli calzi a pennello. Ma è la naturalezza nel recitare, la forza che Gianrico Tedeschi mette in ogni frase, in ogni parola, in ogni espressione del volto che incanta. E la platea è coinvolta non soltanto dalla vicenda ma anche dalla eccezionale verve dell’artista.

Verve che il pubblico riscontra anche in Alberto Onofroietti, il giovane Manuel della commedia targata Menduni-De Giorgi. Onofroietti è ugualmente un leone e tra i due c’è empatia palpabile. C’è stima e amore profondo. “Gli voglio veramente bene”, dice al termine dello spettacolo parlando di Tedeschi. E lo si vede quando in due occasioni prende in braccio il Maestro (Tedeschi nello spettacolo si rompe una gamba). Lo fa con delicatezza e leggerezza.

“Farà giorno” dunque e tra i due personaggi, prima in contraddittorio poi sempre più vicini, nasce un rapporto profondo come solo quello tra un giovane e un anziano può nascere, se genuino. Se ognuno dei due mette quel pizzico di umiltà che in tutti i rapporti bisogna mettere.

Lo Spettacolo. Quando Renato, vecchio partigiano e medaglia d’oro al valore della Resistenza, si trova sulla strada di Manuel, giovane bulletto di periferia con spiccate simpatie nazifasciste, il loro rapporto nasce già con tutte le caratteristiche dello scontro: Manuel, uscendo dal garage condominiale con una manovra scellerata, investe con l’auto Renato e “tratta” con lui un periodo di assistenza domiciliare solo per evitare una denuncia. Comincia così una sfida senza esclusione di colpi, anzi, una partita di poker a due che tra azzardi, bluff ed inganni assumerà poco per volta i contorni di un confronto tra due opposte visioni della vita e del senso della Storia. In questo percorso ora aspro e diffidente, ora scanzonato e ironico, la comune ricerca di umanità e di verità li aiuterà a vincere le rispettive diffidenze rivelando le proprie debolezze e paure: il bilancio di una vita intera per l’uno, la mancanza di prospettive per il futuro per l’altro. L’inaspettato e improvviso ritorno a casa di sua figlia Aurora è, per Renato, l’evento che riapre la strada a dolorosi ricordi, ma anche alla speranza di una riconciliazione in cui ormai non credeva quasi più: li hanno separati trent’anni di silenzio e di lontananza ma, ancora prima di questo, la scelta di vita di Aurora e la decisione più difficile che un padre possa prendere. Nell’ultimo e più importante confronto della sua vita, Renato si ritrova a trasmettere a due generazioni così diverse e distanti tra loro un’eredità che oggi sembra ormai dispersa, fatta dei più alti ideali di libertà e di responsabilità. Renato, Aurora e Manuel con le loro storie, le loro sconfitte, le loro illusioni e la loro voglia di riscatto sembrano diventare figure simboliche di un Paese che cerca di ritrovare il senso di sé. Fino a domenica al teatro “Nino Manfredi” di Ostia.

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Emanuela Sirchia

Nel 1983 si iscrive all'Università di giornalismo di Camerino. Nell'ottobre del 1988 approda al neo nato "Il Giornale di Ostia", dove rimarrà per 25 anni. Dal marzo 1991 è iscritta all'Ordine dei giornalisti del Lazio. Già collaboratrice per Paese Sera, ha scritto per il giornale aziendale dell'Acea e per il settimanale Free Magazine. Dal 2008 al 2013, è nell'ufficio stampa e pubbliche relazioni del Municipio X e dal 2006 a tutt'oggi ricopre l’incarico di addetto stampa del teatro Nino Manfredi. Ha scritto di cronaca nera, bianca, sport, spettacolo, arte e cultura. Tra i personaggi da lei intervistati: Tito Stagno, l’uomo della luna, Giorgio Albertazzi, Franca Valeri, Paola Gassman, Valeria Valeri, Gianrico Tedeschi e vari campioni sportivi come Bruno Conti, Rudi Voeller e Beppe Giannini. Per la giudiziaria, ha seguito la vicenda dei fratellini Brigida, il caso Marta Russo e l’omicidio di via Poma. E’ stata inviata per il Giubileo del 2000 e dal 1994 è accreditata in Campidoglio. Dice di sé: “ogni volto, ogni storia, ogni mostra visitata, ha lasciato un segno indelebile, esperienze di vita che non hanno eguali”.

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