L’USCITA DI SCENA CON LA SVEZIA E LA NON PARTECIPAZIONE AI MONDIALI 2018 HA RICHIAMATO L’ATTENZIONE DI TUTTO IL BEL PAESE. IN QUESTE ORE FORSE LA RIFONDAZIONE NON SOLTANTO DELLA SQUADRA E DEL MISTER MA PROBABILMENTE ANCHE DEI VERTICI DELLA FEDERAZIONE ITALIANA GIUOCO CALCIO

Roma – Quelle lacrime raccontano molto di più. È l’inconscio che parla attraverso il pianto così struggente di capitan Buffon. E racconta, come da più parti è stato detto, di una disfatta annunciata e per più di un motivo.
Partendo dall’alto e quindi dalla Federazione Giuoco Calcio che vede al comando Carlo Tavecchio probabilmente inadatto per un ruolo che richiede onestà, preparazione e lungimiranza.
La disfatta milanese, il non aver centrato un obiettivo così importante quale è la qualificazione ai Mondiali di calcio del prossimo anno in Russia, va letta a 360 gradi e non può essere liquidata con il doppio incontro con la Svezia che ne uscirebbe mortificata oltre misura.
La Nazionale, quell’insieme di uomini che indossano la maglia azzurra, sta a significare coesione; la stessa che, senza alcuna retorica ci riporta nel 1970 in Messico quando Gianni Rivera, non del tutto colpevole, si vide passare il pallone del 3-3 tedesco che entrava in rete nella memorabile Italia-Germania 4-3. Le cronache raccontano di come l’abatino (come lo chiamava Gianni Brera), alle parolacce di Enrico Albertosi rispose con un “adesso vado a segnare”. E così fece entrando nella leggenda.
Eppure quella era una Nazionale da polemica con la staffetta che lo stesso golden boy ingaggiava con Sandrino Mazzola; con caratteri forti come quello di Rombo di Tuono Gigi Riva o Angelo Domenghini e via discorrendo.
Perché coesione non vuol dire “volemose bene” e sapere tutte le parole dell’Inno di Mameli, ma avere lo stesso obiettivo. E per questo ci vuole umiltà. Quella che a nostro parere è mancata a squadra e Federazione in questi ultimi anni.
E sono state ancora coesione e orgoglio a portare alla vittoria nel 1982 nonostante un rigore sbagliato da Cabrini. Coesione, orgoglio e rispetto per l’allenatore Bearzot, vero condottiero.

Gian Piero Ventura lo si può contestare dal punto di vista tattico (si sa che siamo tutti allenatori di calcio) per le sostituzioni o mancate tali ma il nodo è: la squadra è mai stata veramente sua? Crediamo di no.
Tornando alle lacrime di Buffon e all’inconscio, quel pianto lo leggiamo alla nostra maniera. La consapevolezza che “gli anni passano” e che bisogna lasciare la porta in tempo utile, che non si può fare il capitano tutta la vita, questa è la realtà non il dispiacere per i bambini. E la rabbia di Daniele De Rossi al momento della sostituzione, come con la Roma tifoso e giocatore, la dice lunga sul non intendimento all’interno dell’entourage azzurro.
E poi per vincere bisogna fare gol è scontato e gli attaccanti di questo team non sono stati all’altezza della situazione. Imprecisi, svogliati, incapaci di interpretare un’azione sotto porta.

E adesso tutti a commentare (anche noi) ad analizzare il perché di questa disfatta nazionale che tocca sì il cuore del tifoso ma anche le casse dello Stato per via dell’indotto che i Mondiali avrebbero portato al Bel Paese.
Italia da rifondare (e non solo a livello calcistico), pronti i nomi dei possibili sostituti. Solite frasi fatte sui troppi stranieri in campo. Ed è vero ma è una questione da rivedere in tutta Europa e che coinvolge anche la politica e lo ius soli.

In attesa delle decisioni un po’ di ironia non guasta.
Chiunque sia il prossimo allenatore della Nazionale, occhio alle date!
La presentazione di Ventura, lo scorso anno avvenne a distanza di 50 anni esatti da un’altra disfatta, quella con la Corea che ci eliminò dai Mondiali del 1966 quella volta in corso.
Rifondare è la parola in voga in queste ore e a dire il vero è una esortazione da allargare all’intero campionato italiano di calcio e ai suoi protagonisti.