Storie dall'Italia

UN CALCIO AL RAZZISMO

Quale miglior modo di abbattere il razzismo se non prendendolo a pallonate. È questo quello che cercano di fare molte squadre di calcio sparse in tutta Italia. Nate per gioco, diventate veri e propri progetti d’integrazione

Roma – La felicità, se vuoi sapere cosa sia, puoi vederla nei volti color ebano immortalati nel web reportage Nessuno in fuorigioco. Una gioia di vivere autentica e contagiosa. Capace di cancellare la sofferenza e le violenza delle guerra, per farti ritornare ragazzino. È tutta qui, si fa per dire, la potenza del calcio. Nascosta, ma non troppo, nelle pozze di un campo di periferia o nell’impegno irriducibile dei volontari della Liberi Nantes, dell’Atletico Brigante o dell’Atletico diritti e chi più ne ha più ne metta. Sono decine, infatti, le squadre nate dalla volontà d’integrazione e solidarietà.

Semplici squadre di calcio, all’apparenza. Progetti sociali enormi, invece, che superano i confini e scavalcano i muri. Come la No borders cup, triangolare benefico organizzato a Pietrelcina dall’Atletico brigante lo scorso 3 gennaio. Un modo per ribadire, se ancora ce ne fosse bisogno, che siamo tutti fratelli su questa terra. Che il crogiolo delle razze è una ricchezza e che il colore della pelle, la religione e la nazionalità sono solo dei dettagli, che non fanno di te un uomo migliore o peggiore. È il cuore a fare la differenza e questi ragazzi ne hanno uno davvero grande. Così grande, da spalare la neve che ostruisce le strade o il fango dopo l’ennesima alluvione. Poco importano, le barricate alzate per non farli scendere dai pullman o i discorsi razzisti che gli scarichiamo addosso.

Siamo noi il futuro dell’Italia”, dice Henry, il giovane allenatore burkinabè della Young Italy. Dopo una traversata estenuante durato mesi, infatti, sono sbarcati in Italia e qui vogliono rimanere. Per integrarsi e dare il loro contributo ad un paese sempre più “vecchio”. Nel viaggio hanno perso amici e parenti, inghiottiti dalla profondità degli abissi. Giocano a calcio per dimenticare, racconta commosso Abdul. Per rimuovere dalla mente le immagini di quei corpi inghiottiti dal mare. Ma è impossibile farlo. Come nei peggiori incubi, infatti, le immagini di quei tragici momenti continuano a tormentarti di notte. Allora, non rimane che imparare a conviverci con quei sogni. Sperando, che chi partirà dopo di te non debba morire nel tentativo di raggiungere la felicità.

Nessuno in fuorigioco è anche, e soprattutto, un racconto di speranza. Di giovani migranti tolti dall’emarginazione e dalle grinfie della criminalità. Ma è anche un escamotage per “ripulire” l’immagine di uno sport troppo spesso ostaggio di violenti e affaristi senza scrupoli, rimportandolo nella dimensione che merita. Quella di ponte tra culture e mondi differenti. Su un campo di calcio siamo tutti uguali, si legge in apertura del web reportage: “Vivere nel mondo di oggi ed essere contro l’uguaglianza per motivi di razza o colore è come vivere in Alaska ed essere contro la neve”.

Così, può accadere che etnie da secoli in lotta si scoprano compagni di squadra, pronti a “combattere” insieme per segnare un goal. È il caso della Lions Caserta, 4 squadre di cui una femminile e una dozzina di nazionalità. Dall’Asia all’Africa passando per l’America Latina.

Il viaggio nel quale queste squadre di calcio si sono imbarcate, però, è molto più lungo di quello che si può immaginare. Abbraccia una miriade di contesti sociali e svariate problematiche. L’Atletico Diritti ne è un esempio inequivocabile. Una polisportiva nata dall’Associazione Progetto Antigone e patrocinata dall’Università di Roma Tre. Da qualche anno è riuscita a coinvolgere studenti, migranti detenuti ed ex detenuti. Un’eccezionale modello di integrazione, secondo Susanna Marietti Presidente della Polisportiva. “Una squadra che si apre a tante esperienze e a tanti vissuti diversi”.

È la conoscenza che fa superare gli stereotipi, è la conoscenza che fa superare i pregiudizi”, conclude ancora Susanna Marietti. Basta andare a Parma per rendersene conto, a “casa” dell’ASD Scanderberg. Qui il calcio parla Gegë o Toskë, i due dialetti di cui si compone la lingua albanese. La mente corre veloce a quelle enormi barche strapiene di gente che a metà degli anni ’90 occupavano tutti i telegiornali. Ne hanno fatta molta di strada quelle persone. Con riservatezza, scontrandosi con vergogni luoghi comuni che li volevano nient’altro che ladri o scippatori. Oggi, la comunità albanese sembra essersi perfettamente integrata. Anche grazie all’impegno di chi, come Gigi Arpino capitano della squadra, si è sempre battuto affinché fosse la conoscenza a dettare le regole del gioco.

Il calcio che unisce invece che dividere. Tutto questo, mentre si fa un gran parlare di curve vuote, di tessere del tifoso e di stadi di proprietà. Tempo perso, quando intorno a noi c’è un universo fatto d’impegno sociale, di lotta al razzismo e al pregiudizio. Un mondo quasi sconosciuto, in cui la contrapposizione ‘noi e loro sparisce per lasciare il passo all’inclusione. Uomini e donne salpati da terre lontane, in balia di un sistema che non smette di ricordargli che non c’è posto per loro, hanno trovato il loro angolo di paradiso. Un spazio, dove poter ricominciare a sognare un futuro migliore.

 

Mattia Bagnato

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Mattia Bagnato

E’ laureato in Relazioni Internazionali con una specializzazione in Diplomazia multilaterale e sicurezza collettiva presso l’Università degli Studi di Perugia. Attento alle questioni internazionali come la sensibilizzazione e la tutela dei diritti umani e i metodi di risoluzione dei conflitti internazionali. Ha un diploma in Diritto Internazionale Umanitario e un Diploma in risoluzione di conflitti internazionali presso l’Universidad Complutense de Madrid. Ha collaborato con diverse ONG italiane quali Oxfam Italia e la Tavola della pace di Perugia. Esperienze professionali alle quali si aggiunge un periodo di stage presso l’Ufficio relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo dell’Università di Granada. Attualmente, sta collaborando con il giornale on-line Ghighliottina.it per il quale si occupa di scrivere articoli di politica nazionale ed economia.

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