L’uccisione del leone Cecil, re dello Zimbabwe non è “solo” caccia. Dietro il maltrattamento sugli animali spesso si nasconde bullismo e delinquenza.

Roma- “Una barbarie.” Questa è stata la definizione che molti, tra associazioni di animalisti ed utenti della rete, hanno dato all’uccisione di Cecil, il Re Leone dello Zimbabwe. È proprio sulla rete, in modo particolare su facebook, che questa storia nasce grazie al post che ritrae la carcassa del leone simbolo dell’Africa insieme al suo aguzzino. Non è la prima volta che sulla rete si susseguono immagini di animali uccisi ed esposti come trofei, con i social che pullulano anche di gruppi che inneggiano alla violenza sugli animali identificando tali gesti in una vera e propria arte o, ancor peggio, ad un divertente passatempo con cui ridere con gli amici.

La spettacolarizzazione della tortura, della morte, dell’uccidere visto come “divertimento” da cosa è dovuto? Numerose ricerche in campo psicologico e criminologico hanno messo in evidenza una forte correlazione tra maltrattamento di animali, bullismo e tendenza alla delinquenza anche in ragazzi molto giovani. Non c’è empatia con ciò che è fuori di loro, tutto diventa un qualcosa a proprio uso e consumo. Nella revisione del DSM-III, dell’American Psychiatric Association e nella ICD della World Health Organization è stata inserita la crudeltà fisica nei riguardi degli animali tra i sintomi del disturbo della condotta. Questo disturbo, che viene generalmente classificato per la prima volta nell’infanzia o nell’adolescenza, è descritto come << modello ripetitivo e persistente di comportamento in cui i diritti fondamentali o le principali norme o regole sociali appropriate ad una determinata età vengono violati>>. La storia della cronaca nera, soprattutto quella americana in cui si sono susseguite per diversi anni stragi all’interno di istituti scolastici, riporta la presenza di maltrattamenti sugli animali da parte di coloro che si sono macchiati di queste stragi, portando a focalizzare l’attenzione su questi gesti come strumento atto a prevenire fatti molto più gravi.

Secondo una ricerca citata nel saggio “Inquietudine Omicida”, edito Phoenix, è emerso che nel 36% dei casi di assassini seriali vi sono dei segni di crudeltà verso gli animali durante l’infanzia. Una percentuale che raggiunge il 46% durante l’adolescenza. Ecco perché molti esperti suggeriscono di controllare la violenza dei bambini nei riguardi degli animali, indice non solo l’assenza di empatia, ovvero quella facoltà per cui si è sensibili alle altre persone, ma anche disturbi nelle relazioni sociali e della personalità.

Ovviamente per parlare di “abuso” non occorre arrivare alla morte dell’animale, i maltrattamenti possono essere di varia natura fisica ed anche psicologica. L’articolo 544-ter, del Codice Penale individua il soggetto che compie reato in << Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche […] >>. Si pone infatti l’accento sull’animale come portatore di diritti, egli ha il diritto di essere trattato in modo corretto secondo le sue caratteristiche specie specifiche.

Si capisce bene come molti contesti potrebbero essere scena di tutto ciò. Non solo, ad esempio, i combattimenti clandestini tra cani, ma anche i canili dove gli animali sono stipati in piccoli recinti causando in loro un fortissimo stress ambientale, capace di alterare la percezione e minare il senso della stessa sopravvivenza, ma anche in una qualsiasi situazione casalinga in cui all’animale non siano fornite le necessarie cure, dove per cure non si intendono solo quelle legate al cibo o al riparo, ma anche quelle, forse più sostanziali, della vicinanza fisica e psicologica, dell’amorevolezza, del contatto, del reciproco affetto.

Nonostante la legge, nonostante le diverse campagne atte a scongiurare questi fenomeni, ancora oggi ci si imbatte sulla rete in scene di violenza. Mi è capitato, a volte, di indagare su queste notizie per verificarne la veridicità ed ho scoperto che, anche se vere, erano di parecchi anni prima. Allora perché metterle in giro a distanza di anni? La risposta va trovata nel traffico che queste notizie portano, perché anche la sola condivisione ai fini di denuncia pubblica del post favorisce la visibilità della singola pagina. Per questo la stessa Polizia di Stato ha invitato gli utenti a segnalare queste immagini, perché la condivisione serve soltanto ad alimentare questi comportamenti ed aumentare il rischio di una emulazione. Se da un lato, infatti, si genera il disgusto e la condanna per certe scene cruente, dall’altro non tutti si identificano con le vittime ma una parte del pubblico di spettatori si identifica con il male che gli autori dei crimini incarnano. Soprattutto in fasce di età particolarmente a rischio, come quella adolescenziale, la possibilità di identificarsi con modelli negativi sui quali proiettare la propria rabbia e la propria smania di ribellione è molto alto a maggior ragione quando ad usufruire di certi contenuti mass mediatici sono ragazzi dalla personalità già di per sé problematica.

Avv.to Roberto Loizzo

Criminologo Forense