Dossier

Tutte le ombre sul caso di Patrick George Zaky

L'opinione pubblica e il mondo accademico si mobilitano per la liberazione dello studente egiziano

Roma – Sabato 8 febbraio l’Egyptian Iniziative for Personal Rights (EIPR), organizzazione che si occupa di diritti umani in Egitto, ha diffuso la notizia che un suo ricercatore, Patrick George Zaky, è stato arrestato senza apparente motivo all’aeroporto del Cairo. Il giovane sarebbe stato trattenuto per ore senza alcuna spiegazione, interrogato, bendato, torturato, e infine incriminato.

Zaky è uno studente di 27 anni di nazionalità egiziana che dallo scorso agosto stava studiando presso l’Università di Bologna, dove viveva, per un dottorato. Il ragazzo lavora anche per l’EIPR, appunto, come ricercatore sui diritti umani e di genere. La notizia del suo arresto è stata poi ripresa subito da Amnesty International, che da anni porta avanti una campagna affinché venga fatta luce sul caso Regeni: «Ho la sensazione che si tratti dell’ennesima persecuzione verso un attivista politico: ce lo dice la storia di Zaky e la storia dell’Egitto sotto al Sisi» ha riportatoRepubblica il portavoce di Amnesty, Riccardo Noury.

LE TAPPE PRIMA DELL’ARRESTO

Zaky stava tornando in Egitto, nella sua città natale, Mansoura, pochi chilometri a nord del Cairo, per una breve vacanza. Quando, però, la mattina di venerdì 7 febbraio, il giovane è atterrato all’aeroporto della capitale egiziana, secondo quanto riporta l’EIPR, è stato fermato dai servizi segreti egiziani che o hanno prelevato e hanno fatto perdere le sue tracce per 24 ore. Sempre secondo l’EIPR, Zaky dal Cairo sarebbe stato trasferito a Mansoura, dove, come riportano i suoi avvocati, è stato interrogato sul suo lavoro di attivista, in seguito minacciato, picchiato e sottoposto ad elettroshock.

Sabato mattina è poi comparso davanti alla procura di Mansoura per un nuovo interrogatorio: solo in quel frangente, sostiene l’EIPIR, è stato informato di essere accusato di pubblicazione di notizie false con l’intento di disturbare la pace sociale, di aver utilizzato i social network per minare l’ordine sociale e la sicurezza pubblica, di aver fomentato proteste contro l’autorità pubblica e di aver sostenuto il rovesciamento dello Stato egiziano e, addirittura, di aver incitato alla violenza e al terrorismo.

A quanto pare su Zaky pendeva un mandato d’arresto in Egitto da settembre 2019, ma lui non ne era stato messo al corrente. Secondo il rapporto della polizia, racconta l’EIPIR, Zaky sarebbe stato arrestato a un posto di blocco nella sua città natale, versione smentita dai fatti. Zaky è riuscito poi a mettersi in contatto telefonico con la famiglia, riporta Repubblica, confermando di essere ancora in stato di fermo. Si tratterebbe di un ordine di custodia cautelare di 15 giorni. Sempre secondo l’EIPR, dallo scorso ottobre altri sei membri dell’organizzazione sono stati temporaneamente arrestati per essere interrogati.

GLI ULTIMI SVILUPPI

Mercoledì 12 febbraio il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha chiesto l’immediato rilascio di Zaky, ricordando «alle autorità egiziane che l’Ue condiziona i suoi rapporti con i Paesi terzi al rispetto dei diritti umani». Non si è fatta attendere la risposta del presidente della Camera dei deputati egiziana, che venerdì 14 febbraio, come riporta la Mena, «respinge categoricamente le dichiarazioni del presidente del parlamento europeo» David Sassoli sull’arresto di Zaky, definendole in un comunicato «un’ingerenza inaccettabile negli affari interni e un attacco contro il potere giudiziario egiziano».

Secondo il presidente del Parlamento egiziano, inoltre, le dichiarazioni di Sassoli si sono basate su «false informazioni diffuse da organizzazioni prive di credibilità e che non fanno riferimento a prove chiare». Gli attivisti pro Patrick hanno subito replicato rispedendo le accuse al mittente: «Le affermazioni su ingerenze esterne non sono altro che una propaganda nazionalista utilizzata per spaventare gli egiziani e impedire loro di esporre i crimini dello Stato egiziano».

Intanto per Zaky il tribunale egiziano di Mansoura ha fissato un’udienza di riesame per sabato 15 febbraio, in cui verrà presa una decisione riguardo al provvedimento di custodia cautelare emesso contro Zaky sabato scorso: in caso positivo il giovane sarà libero. Se invece il ricorso verrà rigettato resta fissata l’udienza del 22 febbraio in cui i giudici delibereranno in merito all’interruzione o alla proroga della custodia cautelare di altri 15 giorni, motivando la decisione con l’esigenza di ulteriori accertamenti e indagini sul caso.

Patrick, inoltre, è stato trasferito a Takha, a pochi chilometri di distanza da Mansoura, in un’altra struttura detentiva, dove ha potuto riabbracciare, per meno di un minuto, la sua famiglia. Ad annunciare le novità è sempre l’EIPR, l’ong con cui Zaky ha collaborato dal 2017 fino alla partenza per Bologna, ad agosto 2019.

LA TESTIMONIANZA DELL’AMICO DI PATRICK ZAKI

Negli ultimi giorni è spuntata anche la drammatica testimonianza, rilasciata all’Ansa, dell’amico Amr Abdelwahab, cittadino egiziano 29enne residente a Berlino da qualche anno. «Sono stato rapito dalle forze di sicurezza statali» in Egitto «e interrogato per 35 ore», «non ho subito elettroshock ma sono stato picchiato, bendato e legato. Mi hanno privato del sonno e hanno cercato di distorcere il tempo». Queste le scioccanti parole di Amr che riporta l’episodio, risalente al luglio 2015, e in seguito al quale il ragazzo non ha più messo piede in Egitto. Dopo essere stato così interrogato «sono stato rilasciato, ma hanno continuato a chiamarmi per le indagini più volte e quindi mi sono reso conto che ero in pericolo e dovevo scappare dal Paese», racconta Amr, che oggi è in prima fila tra coloro che chiedono a gran voce la liberazione di Patrick.

Amr e Patrick si sono conosciuti ai tempi dell’università: i due si erano avvicinati nel momento dello scoppio della rivoluzione egiziana, nel 2011, e i loro rapporti si erano stretti ancor di più quando, nel 2012, Patrick denunciò la sua espulsione dall’università per «per motivi politici». Ora ad Amr sembra quindi scontato e anzi doveroso ricambiare il favore dell’amico e, per questo, ha lanciato su Change.org una petizione per chiedere la liberazione di Patrick, che ha ormai superato le 80.000 firme in meno di una settimana.

«In questi ultimi 9 anni ho imparato la lezione a mie spese – spiega Amr all’Ansa – Niente è più importante che coinvolgere le persone. Le persone sono il vero potere». «Pagherò un prezzo per aver fatto sentire la mia voce per Patrick, lo so – aggiunge – ma è tempo che si conosca il prezzo che paghiamo. Il mio più grande timore è che questo prezzo che noi egiziani paghiamo per la nostra sicurezza sia per nulla. E questo accadrà soltanto se le persone cominceranno a ignorare le nostre storie».

Riguardo agli ultimi sviluppi della vicenda, che sembrano aprire uno spiraglio, Amr invita alla prudenza: «Speriamo non sia una trappola per far pensare all’opinione pubblica che abbiamo vinto, in modo che cali l’attenzione» e sottolinea: «l’hanno anche trasferito in una prigione di qualità inferiore, per così dire, dove ora è circondato da criminali, mentre prima era insieme a detenuti politici».

Amr non è il solo ad essersi mobilitato però, oltre a lui migliaia di attivisti, studenti e amici, tra Egitto ed Europa, sono scesi in piazza o si sono mobilitati sul web in questi giorni in nome della liberazione di Patrick.

LA MOBILITAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI E DEL MONDO ACCADEMICO

In molti hanno sottolineato le inquietanti similitudini fra il caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano rapito, torturato e ucciso dai servizi segreti egiziani quattro anni fa, e quello di Patrick Zaky. Anche i genitori di Giulio hanno espresso vicinanza ai famigliari di Patrick: «Stiamo seguendo con attenzione e apprensione l’arresto al Cairo dello studente egiziano Patrick George Zaky –  hanno affermato in una nota Paola e Claudio Regeni e il loro legale, Alessandra Ballerini – Patrick, come Giulio, è un brillante studente internazionale e ha cuore i diritti inviolabili delle persone. I governi democratici dovrebbero preservare e coltivare la crescita di questi nostri giovani impegnati e studiosi e dovrebbero tutelarne in ogni frangente l’incolumità».
E aggiungono: «Siamo empaticamente vicini ai familiari e agli amici di Patrick George Zaky dei quali comprendiamo l’angoscia e il dolore. Noi sappiamo di cosa è capace la paranoica ferocia egiziana: sparizioni forzate, arresti arbitrari, torture, confessioni inverosimili estorte con la violenza, depistaggi, minacce. Il tutto con la complicità ipocrita di governi e istituzioni che non voglio rompere l’amicizia con questo Paese».

Infine un invito:  “Speriamo che le istituzioni italiane ed europee sappiano questa volta trovare gli strumenti per salvare la vita e l’incolumità di questo giovane ricercatore internazionale, senza far più passare neppure un’ora. Se si vuole veramente salvare la vita di questo ragazzo occorre che i Paesi che si professano democratici abbiano la forza e la dignità di dichiarare l’Egitto paese non sicuro e richiamare immediatamente i propri ambasciatori. Il resto sono solo prese in giro. Patrick, come Giulio, merita onestà e determinazione, non chiacchiere imbarazzanti e oltraggiose”.

Anche l’ateneo di Bologna, da parte sua, si sta mobilitando per esprimere vicinanza e sostegno a Patrick. «Confidiamo di coinvolgere tutta la città”, ha spiegato il rettore, Francesco Ubertini. “L’idea è organizzare verso la metà della prossima settimana, in ogni caso prima del 22, giorno in cui dovrebbe scadere il fermo per Zaky, un corteo per dare l’immagine dell’università che esce, manifesta e fa sentire la propria voce” annuncia Anna Zanoli, presidentessa del consiglio studentesco. In una nota firmata dal sindaco e dal rettore, Virginio Merola afferma: “Avrà un forte valore ritrovarci sotto al Gonfalone del Comune di Bologna su cui è impressa una sola parola: Libertà”.

Sempre dall’Alma Mater è partito un accorato appello a tutte le università d’Europa affinché si mobilitino per far sentire la propria voce, in particolare ai sei atenei europei che, insieme a Bologna, sostengono il master Gemma, che è inserito all’interno del programma Erasmus Mundus, a cui è iscritto Zaky.

La consapevolezza del peso e dell’importanza della mobilitazione internazionale sul caso Zaky è tale che da oggi fino a domenica Amnesty e vari associazioni studentesche internazionali hanno organizzato più di un flashmob al giorno, da Berlino a Milano, da Pescara a Padova.

IL MURALE CON ZAKY E REGENI APPARSO A ROMA

Nella notte fra l’11 e il 12 febbraio, in via Salaria, a Roma, in via Salaria, è apparso sul muro di cinta esterno di Villa Ada, al cui interno è ospitata l’Ambasciata d’ Egitto, un murale che ritrae Giulio Regeni che abbraccia Patrick, che indossa una divisa da carcerato. Nell’opera Giulio sembra rassicurare lo studente egiziano, rivolgendogli parole di conforto: «Stavolta andrà tutto bene». Davanti alle due figure, invece, si staglia la parola ‘Libertà’ scritta in lingua araba.

L’autrice dell’opera è la street artist Laika, che era già balzata agli onori della cronaca pochi giorni fa per un altro murale, in zona Piazza Vittorio, sempre a Roma, che ritraeva Sonia, una donna cinese proprietaria di un noto ristorante nel quartiere romano, negli ultimi giorni disertato dai clienti per la psicosi del coronavirus.

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Alessandro Mancini

Direttore editoriale e fondatore di Artwave. Laureato in Letteratura e Linguistica italiana, appassionato di fotografia e di arte, inguaribile sognatore, ritardatario senza speranze. Cerco la bellezza nei dettagli.

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