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TRUMP: «GERUSALEMME È LA CAPITALE DI ISRAELE». PROTESTE E BANDIERE USA AL FUOCO

L’Onu critica la decisione unilaterale. Netanyahu esulta, Hamas minaccia: «Apre le porte dell’inferno». La scelta del capo della Casa Bianca sta inquietando il mondo

 

La svolta Usa che da 48 ore sta gettando il Medioriente e il mondo nel caos è arrivata. Il presidente Donald Trump ha annunciato ufficialmente la sua decisione: «È ora di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele, è l’inizio di un nuovo approccio al conflitto israelo-palestinese. Israele è uno stato sovrano che ha il diritto, come ogni altro Paese, di decidere la sua capitale. Essere consapevole di questo è una condizione necessaria per raggiungere la pace». «Gerusalemme non è solo il cuore di tre religioni, ma di una delle democrazie più importanti al mondo. Gli israeliani hanno costruito un paese dove tutti sono liberi di professare la loro religione. Gerusalemme è e deve restare un posto dove tutti possono pregare», ha spiegato Trump. Che ha concluso: «Oggi riconosciamo l’ovvio: Gerusalemme è la capitale d’Israele. È Il riconoscimento della realtà, niente di più».
L’ambasciatore di Israele all’Onu, Danny Danon, ha subito commentato: «Nel 1948 il presidente Truman fu il primo leader mondiale a riconoscere lo Stato di Israele, e oggi il presidente Trump ha corretto un errore storico riconoscendo Gerusalemme come nostra capitale», sottolineando che ora è il momento per tutti gli stati membri delle Nazioni Unite di seguire la guida Usa.
Una decisione che dà seguito alla legge statunitense del 1995 in cui Gerusalemme veniva riconosciuta come capitale di Israele, ma che finora è stata rinviata di sei mesi in sei mesi dai presidenti Usa, proprio per l’importante valore geopolitico di questa affermazione. Che infatti preoccupa i capi di Stato dalla Cina a Londra. Per tutti il timore è che il già precario equilibrio in Medio Oriente possa incrinarsi definitivamente, perché non si può entrare così, a gamba tesa, in una delle questioni più complicate della geopolitica.
Il clima sulla questione diventa sempre più teso e per questo gli Stati Uniti hanno «implementato robusti piani di sicurezza per proteggere gli americani nelle regioni interessate», ha detto il segretario di Stato Rex Tillerson. «La sicurezza degli americani è la più alta priorità del dipartimento di Stato», ha poi spiegato.
Per discutere la decisione degli Stati Uniti e le possibili contromisure è stato chiesto da Palestina e Giordania un summit della Lega araba; convocato con urgenza per sabato. Mentre, malgrado l’ondata di maltempo, in diverse località di Gaza e della Cisgiordania sono stati organizzati cortei di protesta contro la decisione di Trump. L’agenzia di stampa palestinese Wafa precisa che a Gaza migliaia di persone si sono raccolte nella piazza del milite ignoto dove hanno scandito slogan ostili agli Stati Uniti. Sul web sono comparse immagini di bandiere americane date alle fiamme.

Le reazioni
Anche papa Francesco è intervenuto per chiedere un dietrofront a Trump, senza successo: «Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani ed ha una vocazione speciale alla pace. Rispettate lo status quo».
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu era rimasto in silenzio alla vigilia dell’annuncio e si era limitato a commentare che «l’identità storica e nazionale di Israele sta ricevendo riconoscimento, soprattutto oggi». Ma dopo l’annuncio di Trump, il premier ha espresso la sua soddisfazione: «La decisione segna un giorno storico ed è un importante passo verso la pace». Altrettanto soddisfatto il presidente israeliano, Reuven Rivlin: «Grazie al presidente americano Donald Trump per il suo annuncio, non c’è regalo più bello né adeguato, quando ci avviciniamo ai 70 anni dell’indipendenza dello Stato d’Israele. La decisione della Casa Bianca di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele è un risultato nel riconoscimento del diritto del popolo ebraico alla nostra terra e una pietra miliare nel nostro cammino per la pace».
Di tutt’altro avviso l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp): «Riconoscendo Gerusalemme capitale di Israele e preannunciando lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv, Donald Trump ha distrutto ogni speranza di soluzione di pace sulla base del principio dei due Stati come previsti dagli accordi di Oslo del 1993». L’Olp, ex formazione terroristica di Yasser Arafat, è oggi l’ombrello politico che include Fatah, fazione maggioritaria nell’Anp di Abu Mazen. E il gruppo palestinese Hamas è stato ancora più diretto: «La decisione di Trump apre le porte dell’inferno». Lo stesso gruppo aveva ammonito nei giorni scorsi sul rischio di una nuova intifada.
Dal canto suo, il presidente palestinese Abu Mazen in un discorso alla Nazione, ha detto che «la decisione odierna di Trump equivale a una rinuncia da parte degli Stati del ruolo di mediatori di pace», ordinando poi alla delegazione diplomatica palestinese di lasciare Washington e di rientrare in patria. «Gerusalemme è la capitale eterna dello Stato di Palestina», ha insistito, accusando Trump di aver offerto un premio immeritato a Israele «che pure infrange tutti gli accordi». Poi ha aggiunto che la scelta su Gerusalemme «aiuterà le organizzazioni estremistiche a intraprendere una guerra di religione che danneggerà l’intera regione che attraversa momenti critici, e ci trascinerà dentro guerre senza fine».
L’Onu critica duramente la scelta di Trump: «Dal mio primo giorno qui mi sono costantemente dichiarato contrario a ogni misura unilaterale che metta a repentaglio la prospettiva della pace. Solo realizzando la visione di due Stati che convivono in pace e sicurezza, con Gerusalemme capitale di Israele e della Palestina, tutte le questioni sullo status saranno risolte in via definitiva attraverso negoziati, e le legittime aspirazioni di entrambi i popoli saranno raggiunte», ha detto il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.

Durissima la reazione del presidente francese, Emmanuel Macron: «la Francia non approva la deplorevole decisione del presidente Usa», ha detto il capo dell’Eliseo, che però invita alla calma.
«Siamo in disaccordo con la decisione degli Stati Uniti di spostare la loro ambasciata a Gerusalemme e riconoscerla come capitale d’Israele prima di un accordo sullo status finale. Inoltre crediamo essa non sia utile per quanto riguarda le prospettive di pace nella regione», ha detto la prima ministra britannica, Theresa May, che in precedenza aveva dichiarato che Gerusalemme dovrebbe diventare capitale condivisa nella soluzione a due Stati.
E un no arriva anche dalla cancelliera tedesca Angela Merkel: «Il governo tedesco non appoggia questo comportamento, perché lo status di Gerusalemme va negoziato all’interno della cornice della soluzione di due Stati», ha scritto via twitter la sua portavoce, Steffen Seibert.
L’alta rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, ha detto che «l’Unione europea esprime grave preoccupazione per l’annuncio di oggi del presidente americano su Gerusalemme e le ripercussioni che questo può avere sulle prospettive di pace» e ha ribadito che la posizione europea sulla ricerca di una soluzione a due Stati resta immodificata.
Anche il presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni, ha esortato a definire il futuro di Gerusalemme «nell’ambito del processo di pace basato sui due Stati, Israele e Palestina».

Estrema preoccupazione per la mossa di Trump e per le possibili conseguenze sulla stabilità in Medioriente è stata manifestata dall’Egitto, in una nota: «L’Egitto denuncia la decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele e respinge ogni effetto di questa decisione».  La Turchia, poi, ha bollato come irresponsabile e illegale la decisione dell’amministrazione americana. «Condanniamo questa dichiarazione irresponsabile dell’amministrazione americana. La decisione è contro il diritto internazionale e contro importanti risoluzioni Onu», ha scritto su Twitter il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu.
Il timore che si possa scatenare la violenza ha spinto il ministero degli Esteri iraniano a chiedere alla comunità internazionale di far pressione sugli Stati Uniti perché non procedano con il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, né con il riconoscimento: la scelta di Trump «inciterà i musulmani e infiammerà una nuova intifada, incoraggerà l’estremismo e il comportamento violento la cui responsabilità ricadrà sugli Usa e sul regime sionista».

Prima dell’annuncio
Iran e Turchia avevano lanciato messaggi preoccupati: «Segno di incompetenza e fallimento. La Palestina sarà libera e i palestinesi vinceranno», aveva detto il leader supremo dell’Iran Ali Khamenei. E il tono del presidente Rohani non era dei più cordiali: «Non tollereremo una violazione dei luoghi santi musulmani». Mentre su Twitter il vicepremier turco Bekir Bozdag aveva scritto: «Questa scelta potrebbe far precipitare la regione in uno scontro senza fine».
Il presidente turco Erdogan, aveva definito Gerusalemme come una “linea rossa” e aveva ipotizzato la possibile rottura dei rapporti con Israele.

 

Emanuele Forlivesi

 

Emanuele Forlivesi

Dottore in Lettere a Roma Tre e laureato magistrale con Lode in Scienze dell'Informazione, della Comunicazione e dell'Editoria a Tor Vergata, prosegue le sue passioni cercando sempre nuove esperienze e orizzonti. Pianista, batterista, sportivo e creativo, ha trovato in Kim una seconda avventura giornalistica che possa permettergli di offrire ai lettori il racconto e le riflessioni più utili e profonde per conoscere ed essere critici verso la realtà circostante. Con curiosità vive il nostro tempo, seguendone i più interessanti ritmi, dalla politica all'arte.

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