Dossier

T-AGAINST-T

Roma – È guerra fra Twitter, il famoso social network dall’uccellino celeste, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Tutto ha avuto inizio martedì 26 maggio, quando Twitter ha, per la prima volta, messo in evidenza due tweet di Trump in cui sosteneva che le votazioni per posta sarebbero potute essere causa di brogli elettorali. La società ha così deciso di inserire sotto il post un piccolo banner con una scritta a caratteri blu che recitava: “Scopri i fatti relativi alle votazioni per corrispondenza!”.

IL TWEET DELLA DISCORDIA

Cliccando sulla scritta si veniva rimandati ad una pagina di verifica dei fatti creata dalla piattaforma stessa, contenente collegamenti e stralci di articoli e notizie di autorevoli testate giornalistiche contrarie alle affermazioni di Trump. Twitter non ha mai risposto su chi abbia raccolto quelle notizie o se fossero state generate automaticamente da un algoritmo. “Questi tweet (qui e qui) contengono informazioni potenzialmente fuorvianti sui processi di voto e sono stati etichettati per fornire un contesto aggiuntivo riguardo alle votazioni per posta elettronica”, ha però spiegato il portavoce di Twitter, Katie Rosborough, a Cnn Business in una e-mail.

Questa decisione è infatti in linea con la lotta alla disinformazione e alle fake news che il social aveva già annunciato a inizio mese, ma rappresenta sicuramente un caso eclatante, perché rivolto, per la prima volta nella storia di Twitter, al presidente degli Stati Uniti.

Trump, con i suoi 80 milioni e passa di seguaci, deve molta della sua popolarità mediatica all’azienda di San Francisco, che, a sua volta, ne ha beneficiato in termini di audience engagement. Negli anni le critiche sul silenzio di Twitter nei confronti dei controversi tweet di Trump si sono moltiplicate, ma il social ha ripetuto più volte che i messaggi del presidente non violavano i propri termini di servizio. Da un mese a questa parte, però, le cose sembrano radicalmente cambiate. E le conseguenze per entrambi sembrano inevitabili.

“I repubblicani – ha scritto Trump nella giornata di mercoledì – sentono che le piattaforme dei social media mettono completamente a tacere le voci dei conservatori. Faremo dei regolamenti oppure li chiuderemo perché non possiamo permettere che questo accada. Abbiamo visto cosa hanno cercato di fare, e non gli è riuscito nel 2016. Non possiamo permettere che ciò accada di nuovo, in maniera più sofisticata. Proprio come non possiamo permettere che elezioni via posta diventino un metodo radicato nel Paese”.

La decisione di Twitter di fare fact checking o meno (sulle dichiarazioni di un politico, ndr) è niente di meno che attivismo politico ed è inappropiato “, ha aggiunto il presidente, sottolineando anche come si tratti di “un’attività editoriale” che dev’essere severamente regolamentata.

Anche il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, è intervenuto sulla vicenda: “Bisogna prima capire che cosa intenda fare – ha commentato ai microfoni di Fox News – tuttavia, in linea generale, non mi sembra una giusta reazione da parte del governo censurare una piattaforma perché si è preoccupati della censura”.

Nella corso dell’intervista Zuckerberg ha anche criticato la piattaforma rivale per aver ‘corretto’ due tweet di Donald Trump: “Credo fortemente che Facebook non debba essere l’arbitro della verità di tutto ciò che la gente dice online – ha detto – In generale le società private, specialmente queste piattaforme probabilmente non dovrebbero essere nella posizione di farlo”.

IL CASO GEORGE FLOYD E L’IRA FUNESTA DI TRUMP

Tre giorni dopo, il 29 maggio, lo scontro fra Trump e il colosso di San Francisco si riaccende per via del caso George Floyd. Dopo i violenti scontri avvenuti nella città di Minneapolis, a seguito della vergognosa morte del 46enne afroamericano George Floyd, soffocato da alcuni agenti di polizia durante un controllo, Trump ha pubblicato un tweet in cui affermava che “quando iniziano i saccheggi, inizia la sparatoria“. Twitter ha però immediatamente segnalato il post del presidente perché in contrasto con gli standard sull’esaltazione della violenza.

Nonostante l’ammonimento del social, anche il profilo ufficiale della Casa Bianca ha ritwittato il messaggio del presidente. Mentre il candidato democratico alla presidenza, Joe Biden, si è scagliato contro il suo avversario alle elezioni di novembre scrivendo: “Sono furioso, Trump istiga alla violenza“.

Nello stesso giorno, il presidente americano, ormai su tutte le furie, ha firmato un ordine esecutivo per ridurre l’immunità di cui godono ad oggi i social per i contenuti dei loro siti che li protegge da eventuali cause. Come sempre, la sua battaglia si sposta anche sul social preferito, sul quale scrive: “Revoke 230!“, in riferimento alla Sezione 230 del Communications Decency Act, la legge del 1996 che negli Usa regola la diffusione dei contenuti su Internet e che tutela i provider da eventuali responsabilità civili e penali per i contenuti pubblicati sulle loro piattaforme.

FRA CENSURA E LIBERTÀ DI ESPRESSIONE

Il terreno di scontro fra Trump e Twitter si gioca tutto sul concetto di libertà di parola e di espressione, ovvero il cardine del primo emendamento della Costituzione statunitense.

Il presidente ha spiegato che il suo “ordine esecutivo” contro la legge del 1996 vuole tutelare proprio questo diritto che, secondo lui, è messo a rischio dalle politiche portate avanti negli ultimi anni dai social network.

D’altra parte Twitter, in quanto società privata, ha tutto il diritto di segnalare post e dettare una linea d’indirizzo e regole di comportamento ben precise. Anche a seguito degli scandali del Russiagate e di Cambridge Analitica, i social hanno deciso di darsi forme di “autoregolamentazione” interna, che però non può essere considerata risolutiva.

Sicuramente l’informazione online necessita di una regolamentazione legislativa, ma molto probabilmente questa non potrà avvenire attraverso un ordine esecutivo del presidente. Sul tema può intervenire la Corte suprema che, però, fino ad oggi non si è mai espressa e di certo non lo farà in tempi brevi. È chiaro che il problema resta e il dibattito è ormai aperto: i social network si stanno comportando sempre più da editori, e quindi dovrebbero rispondere penalmente e civilmente dei contenuti che ospitano sulle proprie piattaforme, oppure il loro è solo un tentativo di contrastare la diffusione di fake news e di effettuare un sempre più rigoroso compito di fact checking sui contenuti pubblicati dagli utenti?

I nobili intenti dei social si scontrano però con i gretti interessi economici degli stessi che, per anni, hanno lasciato proliferare notizie false, haters e profili anonimi, che hanno contributo ad accrescere l’audience e la capacità di influenza di queste piattaforme, le quali, ad oggi, detengono un potere che non può essere considerato più solo di carattere ludico e sociale, ma anche e soprattutto di natura politica e informativa.

Lo spiega bene Riccardo Luna nella sua rubrica che cura per La Repubblica, Stazione Futuro:

“Ora da Twitter dicono che è stata la pandemia, l’azione di contrasto alle fake news durante la pandemia, a far cambiare rotta al social network di Jack Dorsey. La riga azzurra, quella discreta, garbata, quasi timida, che ha fatto infuriare Trump, ‘get the facts’, non nasce adesso, nasce per le fake news del covid-19: ‘Per dare agli utenti un contesto’. Giusto, ma è un’azione da piattaforma o da editore? Perché se è editore, lo abbiamo visto, viene giù tutto, l’Internet come lo conosciamo. Se invece è da piattaforma, una piattaforma evoluta che si prende le sue responsabilità, ora va fatto sempre, va fatto su tutti. Il fact checking dico. Su tutti i politici, di tutti i paesi”.

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Alessandro Mancini

Direttore editoriale e fondatore di Artwave. Laureato in Letteratura e Linguistica italiana, appassionato di fotografia e di arte, inguaribile sognatore, ritardatario senza speranze. Cerco la bellezza nei dettagli.

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