Dopo l’ultima strage in Florida e le grandi proteste contro la lobby delle armi il Presidente si è espresso favorevole a migliorare i controlli su chi le acquista. La questione passa ora al Senato.

 

Washington – Un passo verso la restrizione dell’uso delle armi negli Stati Uniti. Ci sono volute altre vittime innocenti e altre contestazioni popolari per scuotere la coscienza di Donald Trump sul tema della sicurezza e del diritto a possedere armi. Un portavoce della Casa Bianca, Raj Shah, ha dichiarato che Trump «sostiene gli sforzi per migliorare il sistema di controlli federali sull’acquisto di pistole e fucili e la base per questo tipo di azione potrebbe essere una legge bipartisan presentata al Senato». Una legge che aiuterebbe a migliorare il sistema di controllo dei precedenti per coloro che vogliono acquistare armi. «Il presidente ha parlato al senatore John Cornyn (Repubblicano del Texas) venerdì sulla legge bipartisan che lui e il senatore Chris Murphy (Democratico del Connecticut) hanno presentato per migliorare il sistema federale di controllo dei precedenti penali» ha precisato il portavoce.
Un cambio di passo coraggioso quello dell’inquilino della Casa Bianca, arrivato nella giornata dedicata ai presidenti degli Stati Uniti; è la prima volta che Trump si propone in un’apertura sul fronte del controllo delle armi, visto che sin dalla sua campagna elettorale si era detto nettamente contrario a ogni intervento, tanto da essere considerato uno dei punti di riferimento della potentissima lobby di settore. Ma ora il presidente potrebbe essere pronto ad una piccola svolta, sotto la pressione di un’opinione pubblica sempre più terrorizzata per le stragi agevolate dal far west delle armi da fuoco in America. 

Il progetto di legge che potrebbe portare a una futura rivoluzione riguardo l’uso delle armi, è stato presentato a novembre e mira a garantire che le autorità federali e locali applichino la legislazione esistente e segnalino correttamente le fedine penali rilevanti al National Instant Criminal Background Check System (Nics). Si tratta del registro che va consultato prima di vendere un’arma, per verificare la fedina penale di chi la acquista e se ha il diritto di compiere quell’acquisto. Attualmente il sistema di controlli prevede che i rivenditori autorizzati di pistole e fucili traccino un background del potenziale acquirente sulla base delle informazioni fornite dallo stesso. Il profilo del cliente viene quindi sottoposto al NICS (gestito dall’Fbi), che solo lo scorso anno ha condotto circa 25 milioni verifiche di questo genere. Il metodo tuttavia presenta falle sistematiche, perché si basa sulla affidabilità di funzionari statali e federali a denunciare la sussistenza di precedenti penali o problemi mentali da parte del potenziale acquirente. Il progetto di legge al Senato, impone alle agenzie federali vincoli di maggiore accuratezza nel riportare informazioni sensibili, e propone incentivi finanziari agli stati per fare altrettanto, introducendo al contempo penalità per comportamenti negligenti.
Un nuovo sistema per evitare tragedie e casi come quello di Nikolas Cruz, l’autore della sparatoria in Florida, che aveva ottenuto l’autorizzazione a comprare la sua arma nonostante fosse stato segnalato per comportamenti violenti. Anzi, lo stesso Cruz nell’ultimo anno avrebbe acquistato fino a 10 fucili, secondo quanto ha riferito la Cnn, e tutti legalmente.

Le proteste
Giovedì scorso, durante il discorso alla nazione trasmesso in tv in risposta alla sparatoria in Florida, Trump non aveva usato la parola “armi da fuoco”, ponendo piuttosto l’accento sulla necessità di individuare le persone che soffrono di problemi psichiatrici. E la scelta linguistica ha scatenato un’ondata di polemiche e proteste in tutta la nazione. Il 17 febbraio Trump poi aveva accusato i democratici su Twitter per non aver fatto passare la legge sul controllo delle armi durante l’amministrazione Obama, ma l’anno scorso aveva rovesciato le restrizioni introdotte dal suo predecessore per impedire a persone mentalmente instabili di entrare in possesso di armi automatiche.
«Dovete vergognarvi», ha urlato Emma Gonzalez, sopravvissuta alla strage, ai microfoni di una grande manifestazione davanti al tribunale federale di Fort Lauderdale per ricordare le vittime e protestare contro le troppe armi negli Usa (357 milioni su 317 milioni di persone). La ragazza ha attaccato il presidente Donald Trump, denunciando fortemente i suoi legami con l’NRA. «Se il presidente viene a dirmi in faccia che si è trattato di una tragedia terribile (…), io gli rispondo con una domanda: quanti soldi riceve dalla National Rifle Association. Anzi, non importa, perché lo so già: 30 milioni di dollari» ha polemizzato la ragazza, che si è salvata perché nascosta nell’anfiteatro della scuola quando Nikolas Cruz, 19 anni, ha aperto il fuoco nei corridoi dell’edificio.
In reazione a quest’ultima strage, nella quale 17 persone hanno perso la vita e 15 sono rimaste ferite, a Washington centinaia di studenti e genitori si sono radunati davanti alla Casa Bianca per protestare contro Trump e contro la potente lobby delle armi, la Nra, che proprio all’allora candidato presidente donò 30 milioni di dollari per la campagna elettorale. Decine di manifestanti, al grido di “Am I next?” (“Sarò io il prossimo?”) si sono sdraiati a terra simulando le vittime di tutte le stragi nelle scuole degli Stati Uniti. Nell’iniziativa, promossa dal gruppo Teens for gun reform, 17 ragazzi stesi a terra per 3 minuti per ricordare le 17 vittime della scuola di Parkland e per simbolizzare quanto poco tempo l’autore della strage, Nikolas Cruz, impiegò per acquistare l’arma del massacro, un fucile semiautomatico Ar-15. I manifestanti hanno gridato: «chiediamo al presidente Trump e ai leader di entrambi i partiti di agire finalmente nell’interesse dei giovani e di mettere fine a queste tragiche sparatorie di massa». Oltre 500 persone hanno già annunciato la partecipazione tramite i social media.
E proprio dal web è stata lanciata la campagna “One-less gun” (un fucile in meno): diverse persone hanno aderito, filmandosi mentre distruggevano pistole o fucili. All’insegna del motto: “Non voglio che la mia arma possa togliere la vita a qualcuno. E questo vale più di un qualsiasi diritto”. Molte persone hanno applaudito la scelta, mentre altri l’hanno violentemente contestata. Perchè purtroppo il problema resta lo stesso: molti ritengono che non ci sia nulla di male ad avere un arsenale in casa, visto che la Costuzione permette di farlo. E che chi usa le armi per uccidere gli altri è solo un caso isolato. Peccato che ogni anno negli Usa oltre 10 mila persone perdono la vita a casa dei “casi isolati”.
Ma non finisce qui, non si fermeranno le proteste contro le armi che gli studenti stanno promuovendo nel paese: per il 24 marzo, gli studenti della scuola di Parkland hanno già annunciato una «marcia per le nostre vite» a Washington che dovrebbe essere replicata lo stesso giorno in altre città americane.

Intanto sempre dall’America arrivano due notizie significative e allarmanti: in Mossouri un giovane di 13 anni è stato arrestato con l’accusa di aver minacciato una sparatoria in una scuola, con un fucile AK-47, in un video postato su un suo profilo social. Un’azienda texana offre uno sconto del 10% sul cosiddetto “Bump Stock”, il congegno usato dall’autore della sparatoria di Las Vegas (59 morti) dello scorso ottobre per aumentare il ritmo dei colpi sparati da un’arma semi-automatica: per ottenerlo basta usare il codice “MAga”, nato dalla contrazione del celebre slogan «make America great again», usato da Trump della campagna elettorale.
Insomma un cambiamento nella legislazione delle armi diviene sempre più urgente e necessario negli Stati Uniti, ma servirà ancora di più una rivoluzione sociale e culturale per questo tema che coinvolge tragicamente politica, denaro e sangue umano.

 

Emanuele Forlivesi