Storie dall'Italia

TRIVELLE Sì TRIVELLE NO, QUESTO E’ IL PROBLEMA

Nascosto dietro ad “semplice” referendum sul rinnovo delle concessioni per estrarre petrolio, il futuro del Governo e del suo “Capo” è stretto tra opposizione interna al Partito e opposizione esterna

Roma – Il prossimo 17 aprile gli italiani saranno chiamati a decidere i destini delle circa 90 trivelle che operano oltre le 12 miglia dalle coste italiane. Un futuro incerto, quello delle concessioni in questione, a metà tra l’incudine e il martello. La prima, l’incudine, è incarnata dalla solita sinistra dem intenzionata a sferrare l’ennesimo colpo basso al Presidente-segretario. Il martello, invece, lo tengono ben stretto le opposizioni pronte a sfruttare l’esito negativo del referendum per delegittimare l’arcinemico di sempre Matteo Renzi.

C’è di più, però. Al netto di lotte intestine e maldestri tentativi di affossamento, la consultazione referendaria del 17 aprile prossimo sembra riproporre con forza un antico dilemma. Una diatriba che, prima d’oggi, interessò Pierluigi Bersani al tempo dei Ds. All’ora, il tema era l’articolo 18 e lo smacchiatore per antonomasia ritenne opportuno liberare i suoi dal fardello di votare per un referendum, a suo dire, inutile. Oggi come allora, la questione è ritornata a galla sospinta dalle dichiarazione di Renzi che invitano ad andare al mare. Una gitarella fuori porta che, a detta di alcuni, rischia di minare alle fondamenta l’assetto democratico del bel paese.

Al mio segnale scatenate l’inferno – Andiamo per gradi. Il momento è catartico, direbbe qualcuno, non tanto perché il dibattito potrebbe interessare il futuro energetico del nostro paese, figurarsi. Magari sì, ma non è questo il punto. Se non fosse altro per l’assenza di una strategia di lungo periodo in tal senso, come confermato dalla recente cancellazione degli incentivi per le energie alternative. Revoca che si aggiunge alle modeste stime con cui l’Italia si è impegnata nei confronti dell’UE. A scaldare gli animi già incandescenti di mezzo parlamento, infatti, è stata la flebile sensazione di poter mettere davvero i bastoni tra le ruote al Governo. Tanto basta per ringalluzzire anche i più rassegnati.

Chi va in America perde la poltrona – Sulle ali dell’entusiasmo, infatti, sono state rispolverate metafore che sembravano ormai obsolete. Così, i venditori di tappeti hanno fatto largo ai venditore di pentole. Il tutto, condito da un sempre verde richiamo alla responsabilità politica che non guasta mai. Da Chicago, tuttavia, Matteo Renzi non sembra batter ciglio, preso com’è dal mettere in mostra le sue doti canore. Ci si può mettere la mano sul fuoco, però, che la questione lo tange e come. Visto e considerato che, dall’altro lato dell’oceano, ogni occasione buona per far naufragare quel consenso, ampio fin a poco tempo fa, così tanto sbandierato. Marino docet.

Chi di consenso ferisce, di consenso perisce – Lo stesso consenso che, adesso più che mai, sembra far rima con affluenza. Una partecipazione che a Largo del Nazereno non hanno mai temuto così tanto. Talmente tanto da rischiare di mettere a nudo i limiti di una strategia politica che comincia a vacillare. Niente di meglio, allora, che fare appello al fisiologico astensionismo, remake di un film già visto. Quello in cui la “mala” politica era la protagonista ed andare alle urne solo una perdita di tempo. Pensare che fu proprio Matteo il Rottamatore, dagli studi di Sky, ad impegnarsi per una netta inversione di marcia, riportando la fiducia nelle urne degli italiani. Tutta fatica sprecata, sembrerebbe.

La paura fa novanta – Si sa, la politica è il luogo dell’incerto e dell’imprevedibile. Dove può succedere tutto e il contrario di tutto. Così, può accadere che anche Matteo il Risoluto cominci, d’improvviso, a mostrare lievi sintomi d’inquietudine. L’inevitabile conseguenza, a mio avviso, di una strategia politica centralista e personalistica. Una rivisitazione della teoria copernicana in versione renziana. Il risultato, inevitabile, è che ogni tornata elettorale finisce per diventare un sondaggio di gradimento. Chi non è con me è contro di me, un motto di evangelica memoria capace di far passare in secondo piano questioni delicate come la politica energetica.

 Il nemico del mio nemico è mio amico – Il momento è catartico dicevamo poc’anzi. A confermarlo, in ultima analisi, uno stravagante quanto inimmaginabile scenario futuro. La prospettiva che non ti aspetti. Stando così le cose, infatti, c’è il rischio quanto mai reale che la volontà di sabotare il referendum finisca per far passare Berlusconi & company come i guardiani dell’ambiente. I paladini di un ecosistema in pericolo. Rilegando Matteo Renzi nel ruolo, forse non troppo spiacevole, di longa manus dei petrolieri. Chi lo avrebbe mai detto…

 Matteo Renzi è accerchiato, stretto in un abbraccio mortale dal quale fatica a divincolarsi. I più maliziosi potrebbero pensare che in questo pericoloso cul de sac Matteo ci si è messo da solo. Con la sua arroganza e il suo irriducibile egocentrismo. Poca importa, aggiungerei io. Quel che conta, invece, è che a due anni e mezzo dal suo insediamento la conta dei nemici è cresciuta a dismisura. Prima erano i sindacati, poi è stato il turno dei suoi “compagni” di partito e, dulcis in fundo, gli ambientalisti. Nessuno fin ad ora, però, è stato capace di mettere in discussione la leadership di quel Matteo il Rottamatore che, in fondo in fondo, non ha mai voluto rottamare un bel niente.

Ieri era il Job acts, oggi il referendum abrogativo sulle trivellazioni in mare e domani sarà qualcos’altro. Il destino delle opposizioni, interne quanto esterne, sembra sempre più quello di una falena che continua a sbattere contro la lampadina accesa di un lampione. Un destino infame, certo, ma che dovrebbe far riflettere quanti stanno cercando, invano, di farlo cadere. Matteo Renzi è là e, salvo sorprese, ci rimarrà fino alla fine. Perché se c’è una cosa che il Presidente-segretario sa fare bene è tessere le sue alleanze e stringere alleanze. Un po’ per un non fa male a nessuno, dicevano gli antichi. Eccola, con tutta probabilità, la chiave di lettura del successo della sua strategia.

 

Mattia Bagnato

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Mattia Bagnato

E’ laureato in Relazioni Internazionali con una specializzazione in Diplomazia multilaterale e sicurezza collettiva presso l’Università degli Studi di Perugia. Attento alle questioni internazionali come la sensibilizzazione e la tutela dei diritti umani e i metodi di risoluzione dei conflitti internazionali. Ha un diploma in Diritto Internazionale Umanitario e un Diploma in risoluzione di conflitti internazionali presso l’Universidad Complutense de Madrid. Ha collaborato con diverse ONG italiane quali Oxfam Italia e la Tavola della pace di Perugia. Esperienze professionali alle quali si aggiunge un periodo di stage presso l’Ufficio relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo dell’Università di Granada. Attualmente, sta collaborando con il giornale on-line Ghighliottina.it per il quale si occupa di scrivere articoli di politica nazionale ed economia.

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