Dossier

TREGUA ARMATA

Sono giorni incandescenti in Tripolitania e Cirenaica.
Ieri, 24 agosto, Tripoli e Misurata sono scese in strada per chiedere le dimissioni del GNA, il governo di accordo nazionale della Libia, guidato dal premier Fayez al-Sarraj.

La rabbia continua a montare nelle strade, anche alla luce dell’arrivo di mercenari siriani che hanno affiancato le truppe di Tobruk dell’LNA, l’esercito nazionale libico, guidato dal generale Khalifa Haftar. I combattenti siriani sono pagati in dollari; i libici invece non raggiungono la soglia minima di sussistenza e devono fare i conti con la mancanza di servizi essenziali come l’elettricità e l’acqua, mentre la corruzione è dilagante tra le sfere politiche e amministrative del paese.

 La sera del 21 agosto, in un discorso trasmesso in tv, al-Sarraj ha annunciato il rimpasto dell’esecutivo, la formazione di un governo di crisi e ha invocato elezioni per eleggere, nella prossima primavera, il Capo dello Stato, in attesa di leggi costituzionali che scandiscano le competenze degli organi istituzionali e portino alla separazione dei poteri, sale delle democrazie occidentali. Un comunicato di eguale tenore è stato diffuso anche dal governo di Tobruk: il presidente della Camera dei rappresentanti, Aguila Saleh, ha chiesto di “voltare pagina” e di scriverne di nuove all’insegna della pace. Per questi motivi, l’esecutivo della Cirenaica non ha condannato i manifestanti che nelle ultime ore hanno fatto sentire la loro voce, ribadendo il diritto di protestare pacificamente e di esprimere le proprie opinioni, sancito dalla stessa legge islamica.

L’ambasciatore USA in Libia, Richard Norland, ha espresso il sostegno di Washington ai dimostranti, e ha invitato i due governi a rispettare il cessate il fuoco. In quello che è apparso un annuncio storico per la fine delle ostilità tra Tripoli e Tobruk, che ha richiamato l’attenzione di tutti i media internazionali, il premier libico ha parlato della smilitarizzazione della città di Sirte e della regione di Jufra. Di “marketing mediatico per gettare fumo negli occhi”, ha parlato invece Ahmed al-Mismari, portavoce dell’esercito nazionale libico (LNA) di Khalifa Haftar.

Ed è proprio il deterioramento dei rapporti tra Haftar e il presidente dell’Egitto Abdel Fattah al-Sisi all’origine di questa prova di cessate il fuoco. Dopo le sconfitte militari, Haftar, considerato l’uomo forte della Cirenaica, sentitosi messo alle strette, è dovuto ricorrere ai contractor russi di Vladimir Putin. La risposta è stata l’asse di al-Sarraj con la Turchia di Erdogan. A questo punto al-Sisi ha scaricato il generale dell’LNA e ha aperto le sue porte al presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh.

L’intervento di Erdogan è stato decisivo e ha messo in evidenza che Putin non era pronto ad impegnarsi in Libia come aveva fatto in Siria, e – di contro – che l’Egitto non sarebbe stato in grado di sfidare apertamente la Turchia, che ha uno degli eserciti più forti all’interno della Nato. Da qui, dunque, la scelta di al-Sisi di cambiare schieramento e di appoggiare il parlamento di Tobruk, nonostante si senta un alleato naturale di Haftar, sia per la comune visione del mondo che per le caratteristiche personali. Appartengono entrambi ai regimi forti amici dei salafiti, ma ostili al concetto politico di Califfato panislamico, che domina tra le milizie della Tripolitania e nelle aspirazioni neo-ottomane del presidente turco.

Dall’uscita di scena del colonnello Gheddafi, a seguito delle rivolte della primavera araba, scoppiate nel 2011, la Libia vive una grave situazione di instabilità politica che si riflette internamente con la guerra civile, e sullo scacchiere internazionale dove prevalgono gli interessi di Egitto, Turchia ed Emirati, gli unici, questi ultimi, che continuano a sostenere Haftar. Da un lato c’è il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e guidato dal premier al-Sarraj, il quale rappresenta l’unico esecutivo riconosciuto dall’ONU. I suoi principali sostenitori sono la Turchia, l’Italia e il Qatar. Dall’altro lato, c’è l’asse di Tobruk del generale Haftar, appoggiato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Russia e Francia. E fino, ai giorni scorsi, anche dall’Egitto di al-Sisi.

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Alessandra Sozio

Giornalista professionista dal 2007, si è laureata in Scienze politiche presso La Sapienza di Roma. Ha ricoperto molteplici incarichi nel mondo della comunicazione: dalla carta stampata che l'ha vista impegnata in numerose collaborazioni, fino ad essere nominata vice direttrice del primo quotidiano del litorale romano "Il Giornale di Ostia" e capo redattrice della cronaca politica, al web nella gestione di testate giornalistiche online e siti istituzionali. Ha curato la rinascita del "Nuovo Paese Sera", anche nella sua veste cartacea di approfondimento mensile. Nel suo percorso lavorativo, è stata responsabile dei servizi editoriali del X Municipio di Roma Capitale.

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