Fa scandalo sul web il nuovo adattamento dell’anime Neon Genesis Evangelion elaborato da Gualtiero Cannarsi, già dialoghista e direttore del doppiaggio dei film Studio Ghibli di Miyazaki. Cannarsi continua tuttavia a difendere i suoi metodi di lavoro, fatti di costrutti aulici e vocaboli desueti e arcaici, che a suo dire si mantengono fedeli il più possibile all’originale giapponese. La letteratura e la filologia greca e latina possono dimostrare come tale metodo di lavoro sia discutibile?

Per gli amanti del doppiaggio italiano, il nome di Gualtiero Cannarsi è (più o meno felicemente) noto. Per chi non lo conoscesse, Cannarsi (noto sul web con il nickname Shito) è ed è stato per anni adattatore e dialoghista dei film dello Studio Ghibli. Quest’anno, Cannarsi è stato incaricato di una responsabilità che ha il sapore di un grande onore: dirigere il nuovo doppiaggio dell’anime Neon Genesis Evangelion in occasione della trasmissione del suddetto su Netflix. Il problema è che la metodologia di Cannarsi non è mai piaciuta agli utenti del web e ai fans dei film di Miyazaki. C’è infatti da sapere che Cannarsi non adatta i dialoghi, ma li traduce letteralmente dal giapponese, dando vita a dei periodi sintattici cacofonici e a delle traduzioni assai macchinose, che creano nello spettatore un senso di confusione e smarrimento, impedendogli di seguire le vicende del film con scorrevolezza. Quella di Cannarsi è dunque una traduzione, non un adattamento, in quanto non c’è un tentativo di conformazione del senso dei dialoghi a quella che è una cultura diametralmente opposta a quella nipponica. Non c’è l’intenzione di adattare, appunto, un prodotto nato in un contesto culturale delicato e determinato, come quello giapponese, a un pubblico italiano. Facciamo un esempio opportuno: nel film del 2000 “La Principessa Mononoke” in più scene i protagonisti della pellicola invocano o parlano di un certo “dio bestia“. Certo, Dio Bestia è la traduzione più fedele all’originale giapponese Kamikemono, ma la differenza sostanziale è una: nella Terra del Sol Levante, “Dio Bestia” non significa nient’altro che una divinità primordiale di fattezze ferali; in Italia, la ripetizione costante del “Dio Bestia” causa ilarità e imbarazzo, dato che è considerato a tutti gli effetti una bestemmia (tra l’altro molto diffusa in alcune regioni del centro-nord). Se credete che stia esagerando, guardate questo video senza ridere:

Come se non bastasse, Cannarsi inserisce nei dialoghi un lessico che poteva essere giudicato arcaico già all’epoca dei caffè illuministici. Tale scelta, ripeto, sicuramente evidenzia una fedeltà del traduttore al testo giapponese, una lingua che però ha delle strutture sintattiche e una colloquialità che sono totalmente diverse dalle nostre usanze linguistiche, e che non si possono rendere letteralmente. Tradurre, insomma, è diverso da adattare. Mi avvarrò di un altro esempio: uno dei modi, in Giappone, per augurare buon appetito è Itadakimasu. In qualunque anime o film giapponese che si rispetti, la traduzione (doppiata o sottotitolata) italiana del termine è appunto “buon appetito“. Tuttavia, questo termine contiene un’intera frase, che si può rendere letteralmente con “ricevo con gratitudine questo cibo“. In tutta onestà: quanto vi sentireste spiazzati se, vedendo dei ragazzi giapponesi intorno a un tavolo, li sentiste dirsi a vicenda “ricevo con gratitudine questo cibo”? Viceversa, se andaste in un paese anglofono e vi trovaste a mangiare con degli amici madrelingua, non credo che voi gli direste “good appetite”, almeno se non fosse nelle vostre intenzioni ricevere delle occhiatacce. Come lo stesso youtuber e amante del doppiaggio Giovanni Pizzigoni (Giòpizzi su Youtube) fa notare in un suo recente Vlog, nessuno di noi traduce l’inglese “How old are you?” con “Quanto vecchio sei tu?” ma con “Quanti anni hai?”.

Nei film dello Studio Ghibli tradotti (TRADOTTI) da Cannarsi, invece sentiamo:

“Papà! Mi concedi la radio? Eh! La radio si può?” (cit. Kiki – Consegne a Domicilio)
“E di converso, venite al mio locale, dove vi sarà offerto un gran servizio.” (Cit. Porco Rosso)
“Ragazzo, noialtri non è mica che ci facciamo la guerra.” (Cit. Porco Rosso)
“Partiamo subito, chè a intontirmi mi spingerete a portare financo una nonnina” (Cit. Porco Rosso)
“Papà! Che stanotte si va a prendere in prestito era promesso, eh?” (cit. Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento)

Insomma, i protagonisti dei film di Miyazaki, per lo più bambini o ragazzi adolescenti, nella traduzione italiana finiscono per parlare con un frasario degno di Cyrano de Bergerac, in poche parole. Chi è che, in un contesto di  quotidianità si avvale di certe forme dialogistiche e di certi termini? Roba che sembra la fusione tra il pessimo Google Traduttore della prima metà degli anni 2000 e Diego Fusaro, ma senza i deliri sul turbocapitalismo e sugli euroinomani. 

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Con queste premesse, era legittimo che, quando fu annunciato che sarebbe stato proprio Cannarsi a curare la traduzione di Neon Genesis Evangelion, gli storici fan della saga che conoscevano la triste fama di cui gode Cannarsi abbiano sentito un lungo brivido ghiacciato scorrergli lungo la schiena. E, come volevasi dimostrare, Cannarsi ci ha tenuto a inserire il suo “amabile” tocco d’autore anche in Neon Genesis Evangelion, un anime che, che piaccia o meno, ha innegabilmente fatto storia e scuola per la trama avvincente ma soprattutto per l’esorbitante quantità di contenuti, temi e significati spirituali, religiosi, metafisici e filosofici. Al contempo è innegabile che, proprio perchè impegnativo e notevolmente più maturo rispetto ai classici cartoni giapponesi, NGE è molto difficile da seguire e l’intreccio non sempre è chiaro e cristallino (per intenderci, il finale della serie era così confusionario, caotico e complesso che i fans della voce costrinsero letteralmente la casa di produzione a fare un finale più chiaro dell’intreccio narrativo). Tornando a Cannarsi, se un anime, come dicevamo complicato, come Neon Genesis Evangelion viene tradotto con l’inserimento nei dialoghi di battute come: 

“Nessuna recalcitranza!”
“Una giustificazione che manca di forza persuasiva”
“Quando manca altresì la forza-lavoro e non c’è neanche tempo”

Senza contare l’ingiustificata trasformazione di “Angeli” in “Apostoli”, l’intero anime anziché essere alleggerito viene reso ancora più enigmatico, dal momento che lo spettatore, prima di capire i messaggi che NGE vuole comunicargli, deve essere in grado di adattare la traduzione a un linguaggio che gli è più comune. Soprattutto se consideriamo che il vecchio doppiaggio e adattamento dei dialoghi dell’anime erano decisamente più leggeri e comprensibili. Con il nuovo adattamento elaborato da Cannarsi si perde il senso di numerosi dialoghi, dettaglio che a Cannarsi stesso non sembra importare, dal momento che il suo fine è quello di essere fedele al testo giapponese.

IL MONDO CLASSICO PUÒ SPIEGARE I SIGNIFICATI DI TRADUZIONE E DI ADATTAMENTO?

Voglio dunque affrontare Cannarsi in un campo comune, quello della traduzione: non conoscendo il giapponese, o meglio conoscendo solo quelle poche decine di parole giapponesi famose in tutto il mondo grazie ad anime, manga e videogames (Sensei, Konnichiwa, -san, -kun, kuma ecc…), voglio parlare invece delle due lingue antiche con cui ho più dimestichezza, il greco e il latino. Premessa opportuna: tradurre letteralmente una versione, un testo poetico o di prosa dal greco o dal latino non è peccato, dato che alla fine in italiano verrebbe fuori una traduzione tutto sommato comprensibile. Questo perché la distanza che intercorre tra l’italiano e il latino e il greco è minima in confronto a quella con il giapponese. Tuttavia, la questione traduzione-adattamento si può applicare, a mio dire, anche nel campo delle lingue antiche. Partiamo da un testo abbastanza conosciuto, il proemio dell’Eneide:

Arma uirumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Lauiniaque uenit
litora,

Adesso, tradurre letteralmente queste due righe parola per parola sarebbe una follia, visto che parliamo di un testo di poesia che, per esigenze metriche e stilistiche presenta una sintassi diversa da quella dei testi prosastici. Al che uscirebbe fuori:

“Le armi e l’uomo io canto, di Troia il quale per primo dalle coste in Italia, profugo per fato, e i lavini giunse lidi“. 

Assolutamente incomprensibile, converrete con me. Se volessimo essere letterali ma meno rigidi, la traduzione che verrebbe fuori sarebbe:

“Le armi e l’uomo io canto, che dalle coste di Troia venne in Italia, profugo per fato, e i lidi lavini.”

Questo mio secondo tentativo di traduzione in italiano è andato bene, ma la resa è ancora macchinosa. Nella prima metà del XVI secolo un erudito di nome Annibale Caro tradusse questi versi con:

L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
Che pria da Troia, per destino, ai liti
D’Italia e di Lavinio errando venne;

Questa traduzione, per quanto nel complesso fedele al testo virgiliano, è ai più incomprensibile, dal momento che contiene costrutti e termini (pria, errando, liti…) che oggi sono caduti in disuso e rimpiazzati con termini più comuni. La mia proposta definitiva di traduzione sarebbe: 

Canto le armi e l’eroe che per primo dalle coste di Troia, fuggiasco per volere del fato, giunse in Italia e alle spiagge lavinie”

Come vedete, io non solo ho tradotto il testo rispettando la sacralità di ciascun termine (non ho tradotto fato con “destino”, visto che nel mondo classico quello del fato come motore immobile era un tema importantissimo) ma al contempo ho adattato il testo di Virgilio a un pubblico moderno, in modo tale che possa essere compreso sia da un classicista sia da un ragazzo delle medie sia da un qualsiasi individuo che si avvicina allo studio dell’Eneide per la prima volta. Un esempio, sempre estraibile dal latino, ci è offerto proprio dalla versione di maturità che è stata assegnata come seconda prova proprio pochi giorni fa: il testo, stavolta in prosa, è tratto dagli Annales di Tacito; più precisamente, si tratta di un brano relativo alla morte dell’Imperatore Galba. In una frase della versione, si legge. 

Otho, causam digressus requirentibus, cum emi sibi praedia vetustate suspecta eoque prius exploranda finxisset, innixus liberto per Tiberianam domum (…) pergit.

 Tacito, vuoi per la sua brevitas, vuoi per la sua sintassi articolata e per la varietà della sua prosa, è noto per essere un autore tutt’altro che facile da adattare e da tradurre. Se dovessimo tradurre letteralmente la frase, anche se non necessariamente parola per parola, otterremo:

Otone, a coloro che chiedevano il motivo del (suo) allontanamento, avendo finto che un podere era da essere comprato per lui e che in esso prima erano da ispezionare le parti pericolanti a causa della vecchiaia, appoggiatosi al liberto avanza attraverso la domus di Tiberio… 

Sono sicuro che molti di voi abbiano capito il senso della traduzione. Tuttavia, sono altrettanto sicuro che se ciascuno di voi leggesse una frase del genere in un libro, lo chiuderebbe sconfortato senza leggere oltre. Questo perché l’ho tradotto, è vero; e l’ho fatto anche mostrando una certa aderenza e fedeltà alla sintassi latina, ma rimane il fatto che una traduzione del genere è indubbiamente un pugno negli occhi. Ho tradotto ma, indovinate un po’, non ho adattato! Una traduzione che sarebbe dunque comprensibile a un pubblico eterogeneo sarebbe:

Otone, a coloro che chiedevano il motivo del suo allontanarsi, dopo essersi inventato che doveva comprare un podere ma che prima doveva ispezionarne le parti pericolanti a causa del deterioramento, appoggiatosi al liberto, avanza attraverso la casa di Tiberio…

Siamo di fronte a una resa semplice, comprensibile, ma che al tempo stesso mi permette di trasmettere a un pubblico di oggi un messaggio di ieri senza intaccarne i contenuti e i significati. Ho appena tradotto un testo dell’inizio del II secolo d.C. e reso fruibile per un lettore che dovrà leggerlo (e capirlo) ben duemila anni dopo. Questo è un esempio di “adattamento”.

Lo stesso principio di traduzione e adattamento si può applicare in greco antico. Prendiamo in esame il suggestivo Inno ad Afrodite (fr. 1 V. = 1 G.) della poetessa Saffo:

ποικιλόθρον’ ἀθανάτ’ Αφρόδιτα,
παῖ Δίος δολόπλοκε, λίσσομαί σε,
μή μ’ ἄσαισι μηδ’ ὀνίαισι δάμνα,
πότνια, θῦμον.

Nel 1781 Ippolito Pindemonte, illustre neoclassicista, tradusse questi versi con:

Afrodite eterna, in variopinto soglio,
Di Zeus fìglia, artefice d’inganni,
O Augusta, il cor deh tu mi serba spoglio,
Di noie e affanni.

La traduzione di Pindemonte è sicuramente elegante e poetica; la scelta della rima alternata rende la musicalità e il pàthos del testo saffico e mantiene al contempo la potenza della passione e la soavità della composizione. Tuttavia è una traduzione datata, barocca, dal linguaggio ampolloso. Era un’ottima traduzione e un ottimo adattamento per l’intellettuale medio del Settecento, ma inadeguata per il lettore del XXI secolo che vuole godersi la lettura della lirica greca in italiano. In questo caso interviene l’adattamento, ovvero la ricerca dei termini italiani più adatti e più comprensibili che tuttavia rendono al meglio il concetto originale. Proprio nella traduzione di Pindemonti possiamo trovare un esempio. Intanto traduciamo, anzi adattiamo meglio l’incipit del frammento di Saffo:

O Afrodite immortale dal trono variopinto,
figlia di Zeus, tessitrice di inganni, ti supplico:
Non tormentare l’animo, o signora,
nè con dolori nè con dispiaceri. 

Oltre ad aver preferito “trono” a un più arcaico “soglio”, ho reso in italiano πότνια con “Signora”, con la stessa accezione religiosa con cui ad esempio il Dio cristiano viene invocato dai fedeli come “Signore”. Ma soprattutto, e questo è il punto forte di questo mio adattamento, ho tradotto ἄσαισι μηδ’ ὀνίαισι con “dolori e dispiaceri”, laddove il Pindemonte traduceva con “noie e affanni”. Perché questa scelta? Perché, nel corso dei secoli, nel linguaggio comune e quotidiano, questi due termini hanno assunto una sfumatura e un significato diverso da quello che intendeva Pindemonte. Se la noia ad esempio per Leopardi era “manifestamente un male, e l’annoiarsi una infelicità”  oggi la intendiamo invece come un’insoddisfazione causata dalla mancanza di attività che ci occupino il tempo. Allo stesso modo, se un tempo con il termine affanno si definiva uno stato di pena e afflizione, al giorno d’oggi addirittura associamo questo termine quasi esclusivamente a un disturbo respiratorio! 

Il mondo del doppiaggio e quello della letteratura ovviamente presentano notevoli differenze di pubblico, d’utilizzo, di applicazione e di fruizione. Tuttavia tradurre un’opera, ovvero trasporre un testo da una lingua all’altra, significa anche adattare, ovvero creare delle condizioni tali che chi deve godere di quel prodotto possa farlo nella maniera migliore possibile. Banalizzare questo processo in una traduzione letterale, ampollosa e stalattitica con una resa ermetica e oscura non solo non permette al pubblico di godere della bellezza immediata e  significati intrinsechi di quell’opera, ma ottiene un effetto di repulsione e di distacco. Nel caso di Neon Genesis Evangelion abbiamo vecchi fan che sono delusi dal nuovo adattamento e nuovi spettatori che, se prima erano curiosi di avvicinarsi a questo meraviglioso capolavoro dell’animazione nipponica, saranno costretti a desistere sfiduciati da una traduzione che appesantisce un intreccio già di suo fin troppo vorticoso. Gualtiero Cannarsi d’altro canto si ritiene soddisfatto del suo lavoro e dei suoi metodi, ma la vera domanda è: oltre al tam tam mediatico che ha fatto finire Neon Genesis Evangelion sotto i luci della ribalta, chi ci ha veramente guadagnato? Cui prodest?

                                                                                                                                                                                         Michele Porcaro