Spazio Kabul

TRA PASSATO E PRESENTE

Mentre il Governo sta decidendo in queste ore cosa fare del contingente italiano in Afghanistan, il paese asiatico resta in bilico tra gli spiragli di speranza e la minaccia dei talebani che si stanno riprendendo le proprie città.

Herat- La storia di Herat è fatta di valli e montagne, di guerre e conquiste, di progresso e distruzione. E’ stata definita la culla dell’arte e della cultura,  la perla della regione in epoche diverse. Qui le stelle illuminano la notte come nessun altro posto al mondo, le tracce delle costellazioni sono evidenti, la luna è un ritratto a portata di mano. Questi non sono sogni è una realtà vera non alterata, a Herat c’è tanto altro di vero, la consapevolezza che nonostante i continui atti terroristici si segue in ogni caso un processo naturale della vita. Forse i sogni di un cambiamento esistono per chi non riesce ad uscire da quell’ansia continua che è la “guerra”, non certo voluta da un popolo chiuso, diffidente spesso misterioso.  I sogni sono quelli di chi vorrebbe vivere senza l’incubo della morte.

I progressi nell’ultimo decennio sono evidenti ce lo confermano due giornalisti di Herat, che conoscono bene il terrore e la sofferenza, il loro lavoro è pericoloso ma nello stesso tempo stimolante, il loro coraggio e la voglia di rinnovamento non li intimorisce. Fatima Shefaie una delle poche giornaliste freelance donna in un paese dove l’uomo predomina anche sull’informazione ed Hamed Mehry giornalista fino a pochi mesi fa speaker a Radio Bayan West,  un’emittente ideata dai militari italiani e realizzata da giornalisti afgani.  Fatima e Hamed sono convinti che questa è una fase storica importante, quella della svolta, il loro dilemma si scontra col futuro. Quale sarà il destino del nostro Paese? Stiamo lottando per far cambiare le cose, lavoriamo intensamente ogni giorno per raccontare al nostro popolo che stiamo sulla strada giusta, tutto questo servirà a qualcosa?  Fatima osserva che molto è cambiato dalla fine  del regime  talebano.  “Una metamorfosi evidente incentrata su dati inconfutabili , lo sviluppo, la ricostruzione, l’istruzione, la sicurezza con la presenza di  forze di polizia sul territorio, la sanità, la condizione della donna, questi sono aspetti da non sottovalutare. Passare da una fase di arretratezza permanente ad un governo democratico più aperto ai cambiamenti ci lascia fiduciosi”.

La realtà femminile afgana è un aspetto che il mondo occidentale  guarda con preoccupazione forse qualcosa si sta muovendo verso l’emancipazione ma la strada è ancora lunga.  “Le donne in Afghanistan continuano ad essere la parte emarginata della società –  afferma la giornalista afgana  –   dobbiamo  raggiungere la parità dei diritti su tutti i campi a partire da quello dell’istruzione e raggiungere la libertà di poter scegliere autonomamente il percorso della nostra vita – aggiunge Fatima  –  oltre il 70 per cento delle donne sono condizionate dal retaggio di antiche tradizioni. Siamo in una fase di trasformazione sta nascendo un movimento forte e determinato con l’intento di difendere i diritti che appartengono alla donna come essere umano, è una piccola percentuale in espansione che lotta per un cambiamento – osserva  –  ora è  possibile trovare una crescente presenza femminile  nelle università, in attività sociali; la donna ha subito il potere dell’ignoranza sulla ragione, deve reagire”.  Fatima ritiene che il presente è fragile,  il  futuro un’incognita  come  giornalista che conosce il tessuto sociale e le sue complessità spiega le cause che generano questa instabilità e non sottovaluta la possibilità di un ritorno talebano. “Le ragioni sono plurimi, le diversità  etniche e tribali hanno una grossa incidenza, i talebani di etnia pashtun, non avrebbe mai dato la possibilità a qualsiasi altro gruppo etnico di crescere in Afghanistan  – conclude la giornalista – presumo che i talebani siano in grado di tornare se le potenze occidentali dovessero lasciare definitivamente il nostro paese. Fortunatamente stiamo creando una forza militare adeguata e rispetto al passato  anche il popolo afgano ha maturato la coscienza di ribellione a difesa delle propria tradizione e identità”.

Negli occhi di Hamed si percepisce la paura del passato, i suoi ricordi sono nitidi e nello stesso tempo drammatici era bambino quando i talebani erano al regime, come ci tiene a precisare. “La paura ha condizionato la mia infanzia, ogni giorno sentivo storie di uccisioni di persone innocenti.  Credo che il regime talebano è stato il periodo più buio nella storia del nostro paese – aggiunge – ricordo che  perseguitavano persone innocenti senza ragioni logiche. Erano nemici dell’istruzione, dei giovani e dello sviluppo, per le ragazze era vietato andare a scuola, era  bandito l’ascolto della musica – prosegue – avevo circa otto anni, in casa  avevamo un vecchio apparecchio musicale , un giorno io e miei fratelli  ascoltavamo musica, improvvisamente due persone con barbe lunghe, turbanti alti e abiti bianchi bussano alla porta, ci portano al quartiere generale della polizia con una determinazione e violenza inaudita, per fortuna mio padre era un medico, i talebani rispettano questa professione e cosi grazie al suo intervento ci siamo salvati”. Si percepisce attraverso gli occhi del giornalista la volontà di raccontare al mondo le sue sofferenze non ha paura di descrivere il suo passato. “Durante il periodo talebano non sono andato a scuola per due anni, perché le condizioni di sicurezza erano scarse e avevo l’obbligo di indossare un turbante bianco in testa, costrizione che non ho mai accettato”.  Hamed  ritiene che ci siano dei margini di crescita . “Nel corso dell’ultimo decennio ci sono stati grandi cambiamenti è stato creato un Afghanistan democratico. Migliaia di ragazzi e ragazze afgane stanno studiando nelle scuole, nelle università statali e private con possibilità di scegliere il proprio percorso scolastico. Il più grande successo è la libertà di parola, al momento buona parte della popolazione possiede una  televisione e vi sono  decine di stazioni radio e giornali”. “Le sfide sono ancora molteplici – aggiunge  preoccupato Hamed – per esempio quella dei  giornalisti è della loro sicurezza, molti colleghi sono stati vittime di violenza; altri aspetti da non sottovalutare,  la lotta al terrorismo che minaccia il popolo, abbiamo bisogno di sicurezza e forze di polizia adeguate, servono azioni concrete per  contrastare la produzione e il traffico di oppio,  il centro di propagazione è nella provincia di Helmand nel sud del paese, continua ad essere una risorsa economica importante  per i talebani ed il terrorismo, infine la corruzione  – ci tiene a sottolineare il giornalista afgano – la popolazione è  preoccupata per la sua escalation la ritengono causa di una morte lenta dell’attuale governo”.

Pierluigi Bussi

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Pierluigi Bussi

Pierluigi Bussi è giornalista dal 2003 e inviato in zone di guerra e all'estero. E’ stato, tre gli altri paesi in Afghanistan e Tunisia. Si è laureato in Relazioni Internazionali presso L’Università La Sapienza di Roma con approfondimenti sui conflitti nel Corno d’Africa e Medio Oriente. Da anni segue le sorti politiche e sociali afgane. Tra i vari ruoli ricoperti è stato capo redattore del mensile Europe Today, ha collaborato con i quotidiani Pubblico, Roma News, Il Mezzogiorno d’Italia, con approfondimenti in materia di politica estera. Ha scritto, inoltre, per Storia in Network. Attualmente collabora con La Stampa.

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