Da una parte “Il capo dei capi” di Cosa Nostra; dall’altra un gerarca nazista, tra gli esecutori materiali della “soluzione finale”: un confronto tra due personaggi noti per la loro crudeltà, mentre il dibattito sulla natura del male insita nell’essere umano rimane sempre acceso.

Guardate la foto di questa persona anziana in alto a sinistra: sembra un vecchietto come tanti altri, molto simile a uno dei nostri nonni, uno di quei vegliardi attempati e appassionati di bocce, partite a briscola e racconti nostalgici; magari uno di quei signori simpatici e un po’ brontoloni, ma senza dubbio amabili e affettuosi. Eppure, dietro a questi occhi spenti e socchiusi, e a questi capelli bianchi che mostrano i segni del tempo, si nasconde il volto di Salvatore “Totò” Riina, padrino di Cosa Nostra, morto poche ore fa mentre scontava il ventiquattresimo anno di 41bis, altresì noto come “carcere duro”. Passato alla storia come uno dei più crudeli criminali della storia italiana, forse il più brutale, al nome di Riina sono associati numerosi omicidi, eseguiti molte volte con quei feroci metodi disumani che solo la Mafia sa applicare. Ma facciamo un passo indietro, fino al 1961.

In quell’anno, mentre la Germania è intenta a separare il suo territorio in due parti con il muro di Berlino, il Mossad, il servizio segreto israeliano, rapisce in Argentina Adolf Eichmann (foto in alto a destra) gerarca nazista annoverato tra gli esecutori della Shoah, al fine di deportarlo nel neonato Stato di Israele, sicché venga processato per i suoi crimini commessi durante il secondo conflitto mondiale. I giornali di tutto il mondo seguono il processo con un più che discreto interesse: d’altronde, quello a Eichmann è il primo processo tenuto contro un burocrate nazista dopo quello di Norimberga. Il settimanale statunitense The New Yorker manda come propria inviata la giornalista, storica e filosofa Hannah Arendt a Gerusalemme per seguire il processo e tratteggiarne poi un resoconto da pubblicare sul giornale. Il fatto che il periodico americano invii proprio la Arendt non è casuale: Hannah infatti è una donna ebrea tedesca, un tempo brillante studentessa di filosofia (suo mentore e amante era il celebre filosofo Martin Heidegger) la cui cittadinanza era stata revocata nel 1937 dal regime nazista, motivo per cui la donna era stata costretta a fuggire negli States.    

La Arendt parte per Gerusalemme, dove è incaricata di assistere e riassumere i capi del processo contro Eichmann, responsabile diretto della morte di migliaia e migliaia di persone, ebree proprio come lei: Hannah, che aveva già ottenuto una fama non indifferente grazie al saggio “Le origini del totalitarismo”, si aspetta di ritrovarsi di fronte ai suoi occhi un burocrate ritto e severo, dallo sguardo duro e arcigno. Ma colui che siederà al banco degli imputati non mostrerà nessuna di queste “qualità”: Eichmann, fatto entrare in aula dai suoi carcerieri, appare come un uomo semplice e comune, “tutto fuorché anormale” come lo definirà la stessa Hannah Arendt. Ed è proprio questa caratteristica del burocrate nazista che spaventa maggiormente la filosofa tedesca naturalizzata americana: a essere colpevole della deportazione e uccisione di un numero smisurato di prigionieri ebrei è una persona semplice come tante altre; mediocre e in molti casi contraddittoria, ma pur sempre normale. Ancor più spaventose saranno le testimonianze di Eichmann, che nel corso del processo ammetterà che contro la razza ebraica non provava alcun rancore o risentimento, ma si limitava a obbedire a quegli ordini che gli impartiva il Reich. Eichmann, accusato di crimini contro l’umanità, viene condannato alla pena capitale, da scontare tramite impiccagione (sarà l’unica pena di morte sanzionata dallo Stato d’Israele), mentre Hannah Arendt, di ritorno negli Stati Uniti, trasformerà questo suo reportage in un saggio filosofico ancor oggi controverso, dal titolo La banalità del male”: Eichmann non era consapevole di avere le mani macchiate del sangue di numerosi prigionieri, tanto che durante il processo aveva più volte sottolineato di non provare alcun rimorso per le sue azioni, che a conti fatti rappresentavano solo i voleri del Fuhrer. In questo senso, Eichmann rappresentava la banalità di quel male, che non avviene tramite un processo di crudeltà insito nell’anima dell’uomo, quanto piuttosto a una mancata consapevolezza e presa di coscienza in merito alle proprie azioni.

Pochi anni dopo il processo a Eichmann, nel 1969, a Palermo avviene il più feroce regolamento di conti della storia della Mafia: un commando composto da scagnozzi di varie famiglie mafiose del palermitano irrompe negli uffici del boss Michele Cavataio, situati a Viale Lazio, e apre il fuoco contro “Il Cobra” e i suoi uomini.  A guidare le operazioni, dall’interno della sua macchina, è Salvatore Riina, detto Totò. Questo è solo uno dei più clamorosi crimini di cui si macchia “U curtu”, soprannome che viene affibbiato a Riina: Salvatore viene infatti in contatto con il mondo della malavita e del crimine da giovanissimo. Introdotto nella cosca corleonense dal mafioso Luciano Liggio e dallo zio Giacomo, Salvatore comincia la sua “carriera” da mafioso con attività losche di portata minore, quali lo smercio di bestiame rubato e il contrabbando di sigarette estere, per poi macchiarsi di reati e crimini sempre più gravi e riprovevoli, tra cui la sopra citata strage di Viale Lazio del ’69. Mandante e complice della morte del piccolo Giuseppe di Matteo, dell’uccisione del colonnello Russo, del capitano Basile, del giudice Montalto, della strage di Via D’Amelio e di Capaci, Riina non si è mai pentito di nessuna di queste azioni, che anzi ha sempre rivendicato con una punta d’orgoglio. E fino alla sua morte, sopraggiunta alle 3:37 del 17 Novembre, non ha mai collaborato con la giustizia ma, irredimibile fino alla fine, continuava a vantarsi dell’omicidio di Falcone e a minacciare di morte i magistrati.

Eichmann e Totò Riina: due esempi di malvagità inaudita, manifestata senza alcun ripensamento o pietà, frutto di situazioni sociali e storiche che li hanno resi vittime e carnefici allo stesso tempo. Scenari antropologici che li hanno resi incapaci di immagine o realizzare fino in fondo quello che stavano facendo. Ovviamente, tale paragone non può che presentare forti limiti, e sicuramente rimarcare il concetto della banalità del male già espresso dalla Arendt non giustifica gli orrori perpetrati da queste due figure. Ma il male, inteso come crudeltà e assenza di bene, è stato e continuerà ad essere oggetto di discussione della letteratura e della filosofia: dalla Bibbia a Platone, da Sant’Agostino a Kant, da Leopardi a Montale, e la lista potrebbe continuare a lungo.        
In conclusione, citando Hannah Arendt:
“Il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e non possiede né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale.”                       
                                                                                                                                               

                                                                                                                                                               Michele Porcaro