Con l’acuirsi degli attriti tra le due potenze nucleari e la corsa agli armamenti dell’India, la preoccupazione che si arrivi ad un nuovo conflitto non è certo infondata. La soluzione sarà nei fucili o nel dialogo?

Il mai sopito conflitto che tra India e Pakistan continua ad imperversare nel territorio del Kashmir ha di nuovo fatto parlare di sé. Questa volta il motivo del riaccendersi degli attriti è da attribuirsi ad un non meglio specificato attacco ai danni della base indiana di Uri nel Kashmir nel quale sono rimasti uccisi 17 soldati indiani e quattro assalitori. Nonostante il Kashmir neghi qualsiasi coinvolgimento, l’India non sembra avere dubbi sulle responsabilità di Islamabad e sulla necessità di mantenere una linea dura che sta provocando una costante (per quanto moderata) escalation di tensione.

La tensione, in effetti è assai elevata, come dimostrano le accuse che, reciprocamente, si stanno lanciando le due potenze. Accuse che vanno al di là della particolare questione dell’attacco alla base di Uri e che, difatti, toccano una molteplicità di argomenti. Ne è un esempio l’intervento del primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif all’Assembrlea generale dell’ONU a New York, dove ha accusato l’India di portare avanti “un rafforzamento armato senza precedenti” invitando poi le Nazioni Unite e la Comunità internazionale ad investigare sulle atrocità commesse dalle forze di sicurezza indiane in Kashmir. Non sono ovviamente mancate stoccate anche dalla parte indiana. “Ironico che oggi abbiamo visto la predicazione dei diritti umani e il sostengo per l’autodeterminazione da un Paese che si è affermato come l’epicentro globale del terrorismo” ha risposto senza troppi giri di parole Eenam Gambhir, inviata indiana per le Nazioni Unite. Senza contare le parole di Rajnath Singh, ministro degli affari interni indiano, il quale ha definito il Pakistan uno Stato terrorista che dovrebbe essere isolato.

Dopo l’indipendenza del Pakistan nel 1947 (e nonostante la divisione del territorio del Kashmir operata per mezzo delle Nazioni Unite nel 1949 in qualità di mediatore tra India e Pakistan – concedendo i due terzi di questo al primo ed il restante al secondo) il conflitto tra le due potenze non si è mai realmente risolto. Si pensi alle pericolose crisi vissute tra gli anni ’80 e gli anni ’90, come ad esempio quella legata alla presenza di contingenti pakistani vicino alla città indiana di Kargil (che costò la vita a circa un migliaio di persone) o quella legata all’operazione Brasstacks (una grossa esercitazione militare indiana che fece temere per un preventivo attacco nucleare da parte di una delle due potenze), nel Rajasthan, ai confini con il Pakistan. 

Il security dilemma (ovvero la preoccupazione derivante da azioni –corsa agli armamenti, nuove alleanze ecc.- che, per la loro natura, possono minacciare la sicurezza di uno Stato), come ovvio, è sempre stato uno dei principali motivi del riaccendersi degli attriti e, anche questa volta, non si può dire che non c’entri nulla. Il primo ministro del Pakistan ha difatti voluto sottolineare come l’India stia portando avanti “un rafforzamento armato senza precedenti”, cosa nient’affatto falsa se si pensa ai 36 jet da combattimento Rafale con capacità di compiere attacchi nucleari tattici (senza contare l’obiettivo della Bhāratīya Vāyu Senā –Indian Air Force- di poter disporre entro il 2027 di circa 44 squadriglie da combattimento). In tal senso, però, non si può non tener conto delle motivazioni dell’India. Da un lato, in effetti, la crescente forza militare cinese potrebbe generare non poche preoccupazioni e, dall’altro, l’essere vicini di casa di uno Stato che ha già minacciato più volte di poter ricorrere all’uso dell’atomica (ad esempio nel 1999 –durante la crisi del Kargil- e nel 2001 – per paura di un’azione militare indiana dopo gli attacchi terroristici a New York, Washington e Nuova Delhi) non gioca certo a favore di una distensione della situazione. La corsa agli armamenti indiana, al momento, non è quindi sbagliato leggerla come un aumento della capacità di deterrenza di quest’ultima. Resta comunque da chiedersi se la vicinanza tra due potenze nucleari così agguerrite (con un Pakistan che certo non brilla per chiarezza di intenti) non possa tramutarsi in un nuovo conflitto limitato o in qualcosa di estremamente più pericoloso, eventualità estremamente improbabile ma comunque plausibile (soprattutto se si crede che un’atomica tattica sia realmente diversa da un’atomica ad uso, per così dire, strategico). Una situazione, quindi, da tenere sotto controllo e nella quale, almeno per il momento, sono la moderazione e la diplomazia a fare da padrone.