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SUPERARE LIMITI FISICI E MENTALI CON L’ARTE DEL PARKOUR

L’intervista a Matteo Fortini, in arte Chain, per comprendere l’universo del parkour tra allenamento corporeo e crescita individuale.

Roma – Nato agli inizi degli anni ’80 in Francia e approdato in Italia nei primi anni 2000, il parkour è una disciplina di allenamento completa che unisce l’arte dello spostamento fisico e la filosofia. Originatosi in maniera libera e spontanea in strada, è stato riconosciuto come disciplina sportiva dal Coni ed è attualmente possibile praticarlo anche indoor. Tra le varie associazioni della capitale, spicca l’ASD South Clan, nata nel 2007 come semplice crew. Divenuta nel 2016 un’associazione sportiva dilettantistica a tutti gli effetti, è promotrice di un’idea di pratica basata sul gioco e sull’esplorazione degli spazi urbani. Per comprendere a fondo questa disciplina ne abbiamo parlato con uno dei fondatori del South Clan, Matteo Fortini detto Chain, insegnante di parkour impegnato attivamente nella diffusione della sua cultura attraverso l’organizzazione di eventi e il suo seguitissimo canale youtube.

Che cos’è il “parkour”?

Sembra una domanda banale, ma è molto più complessa di quanto sembra. In fondo ognuno ha la sua definizione di “parkour”. È una disciplina e non uno sport, poiché non prevede una competizione. È molto focalizzata sull’individuo e il suo sviluppo personale, stimolando la sua creatività e il problem solving. Una definizione da dizionario, piuttosto sterile e passata, sarebbe questa: «è una disciplina non sportiva che prevede un superamento di ostacoli da un punto A a un punto B nella maniera più fluida e veloce possibile».

Si tratta di un movimento nato in maniera spontanea ed indipendente. Ad oggi mantiene ancora questa libertà o ha delle istituzioni di riferimento?

Il parkour esiste in Italia dal 2003, quando sono state fondate le prime associazioni ed eventi. Da allora si sono create varie realtà, principalmente in Veneto, Lombardia, Lazio, Toscana, Umbria e Puglia sono le regioni più attive. A livello giuridico lo scorso anno il Coni ha riconosciuto ufficialmente il parkour come sport, però dato che uno sport per essere tale deve avere una qualche forma di competizione, è stato accorpato alla ginnastica artistica. Questo ha creato un vero e proprio scisma nel mondo del parkour, tra chi sente che la nostra disciplina sia snaturata e chi invece è comunque felice di avere un riconoscimento ufficiale. A tutti gli effetti è stato creato uno sport a tavolino, il “parkourgym”. Si è diffuso quindi l’ashtag #wearenotgymnastic in cui i protagonisti del parkour hanno diffuso il vero spirito del parkour e la sua cultura. L’istituzzionalizzazione spesso significa compromesso.

Una persona che volesse iniziare a fare parkour che strada dovrebbe seguire?

Oggi è molto più semplice che in passato, quando lo si scopriva per caso e non c’era Internet. La comunità è vasta e varia, anche nelle province. Consiglio di cercare scuole e associazioni sulla propria zona, anche di sperimentare autonomamente.

Per una disciplina che sfida i limiti corporei la parola chiave è sicurezza…

Il target più grande del parkour è l’adolescenza, che tende a improvvisarsi senza delle nozioni di prevenzione degli infortuni prima, durante e dopo gli allenamenti. Anche io, come tutti, sono passato in questa fase nella mia esperienza sportiva e non me ne vanto. È importante considerare il proprio livello di confidenza con il proprio corpo. Non sottovalutarsi, accettare sfide, ma al contempo non sopravvalutarsi. Se davvero si vuole imparare davvero cos’è la pratica consapevole, bisognerebbe affidarsi a un insegnante, altrimenti si finisce per “saltare i muretti” invece che far parkour rischiando per altro infortuni gravi e senza crescere a livello individuale. Tutte le fasi dell’allenamento sono importanti: dal riscaldamento, al potenziamento allo stretching. Da soli si tende a saltarne molte. Entrando in contatto con la vera disciplina si comprende quanto sia importante anche la preparazione atletica: dal camminare al quattro zampe, al rotolare, al fare piccoli salti e scavalcamenti.

Parliamo di allenamento fisico, ma in realtà non è una disciplina esclusivamente corporea.

È proprio questo il punto più importante del parkour. Non è solo saltare. C’è un aspetto mentale vastissimo. Praticando si scoprono dubbi, incertezze, domande e risposte. Credo che l’aspetto mentale sia la parte più bella dell’allenamento. Un nuovo movimento può metterti a nudo e farti capire i tuoi limiti, ti fa scavare dentro di te. Praticare è terapeutico: ti mette sempre davanti a un nuovo problema e ti costringe a trovare soluzione. Negli eventi di parkour spesso c’è una fase chiamata “talk” in cui si confrontano le proprie esperienze, ed è per questo che il parkour è uno stile di vita.

A cura di Serena Mauriello

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Serena Mauriello

Dopo aver insegnato lettere nelle scuole superiori, Serena Mauriello è attualmente dottoranda in Italianistica presso l'Università la Sapienza di Roma. Suoi contributi sono stati pubblicati su importanti riviste specialistiche come Rivista di Studi Italiani o Bollettino di Studi di Italianistica. Ha partecipato attivamente a convegni e seminari sul Medioevo italiano. Nel ambito del giornalismo, scrive principalmente di cultura e società.

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