Dossier

SUL BUS DELLE BADANTI

Il caso delle badanti romene trovate positive al Covid-19 al rientro dal loro Paese. Hanno viaggiato sul bus che collega la Capitale con la Romania, dove ora si sta registrando una vera e propria impennata di casi. Abbiamo raccolto le loro storie.

VERSO LA DACIA. Boccate nervose di sigaretta, il solito giro di grappa e un abbigliamento fatto di jeans stretti, pantaloni a tre quarti e magliette smanicate. Ha il sapore di uno stesso e uguale rituale, il viaggio che una cinquantina di romeni affrontano per tornare a casa, nelle loro città di origine. E il virus continua a far paura: «La quarantena al ritorno proprio non ci voleva – dice una donna – a saperlo avrei rinunciato al viaggio». Il lavoro per molti è una priorità rispetto a vedere i proprio cari. Quasi duemila chilometri di pazienza. La Romania non è poi così lontana e se l’aereo costa troppo, meglio scegliere il bus che dalla Capitale d’Italia porta direttamente in Transilvania. Tutto inizia in una domenica mattina di metà estate da Roma, che per questa gente non è mai Roma. È Furio Camillio, Numidio Quadrato, Centocelle e Prenestina, nomi da metropolitana che poco hanno a che fare con il fascino della città imperiale. È davanti alla stazione di Anagnina che si ritrova chi deve partire per Sibiu, porta di accesso per Bucarest e dintorni. Sono giunti dalle campagne laziali, dalle estreme periferie romane al di fuori del Raccordo e dai quartieri della media borghesia, dove risiedono magari al servizio di un anziano o di una signora a cui devono togliere la polvere dai mobili e o lo sporco dai vetri delle finestre. Immancabili le immagini di un beato ortodosso che li protegga durante il viaggio lungo e faticoso. Il mito di Omero sembra rivivere in loro. La voglia di riabbracciare i propri cari si alterna alla stanchezza che da lì a poco arriverà sui loro volti. La prima sosta sarà soltanto in Slovenia, dunque, niente acqua perché la pausa pipì non è concessa.

VIAGGIARE AL TEMPO DEL COVID. Mina è una badante che non torna a casa da tre anni. Sa bene il significato della parola sacrificio. Come lo sanno le altre donne che in Italia cambiano pannoloni o puliscono i gradini di un condominio. La fortuna, il coraggio e il fato. Ritorna l’antica Grecia con i suoi miti e i suoi “topos”. Mina non riesce a credere come si possa lasciare una persona anziana – «un vecchio» dice- nelle mani di un estraneo. In un pieno conflitto di interessi, spiega come in Romania la famiglia sia ancora un’istituzione e chi è solo e con i capelli bianchi non va lasciato nelle braccia della solitudine. Mina e le altre sognano una casa tutta loro, ma per lo più si accontentano di una stanza o di un semplice posto letto. Vittoria, invece, lavora in un bar. È arrivata in Italia dieci anni fa, il marito è trasportatore e la notte viaggia. Dopo la chiusura della fabbrica dove era impiegata non ha avuto altre scelte, se non quella di muoversi alla volta dell’Italia. «Sono entrata nel vostro paese- racconta- come clandestina. Erano tempi difficili prima dell’ingresso della Romania nell’Unione Europea, anche se sono ancora in tanti che ci scambiano per extracomunitari. Ma d’altronde anche gli americani sono extracomunitari, ma nessuno li chiama così». Vige ancora un certo pregiudizio nei loro confronti. I continui commenti sprezzanti e denigratori restano una ferita aperta nella comunità romena in Italia. «Ora ci danno anche la colpa del coronavirus – aggiunge Elena, destinazione Ludus, in piena Transilvania- prima erano i cinesi, poi quelli del Bangladesh, adesso noi. Noi, però, questo paese lo amiamo. Io lo adoro da quando più giovane seguivo il Festival di Sanremo che guardavo anche in Romania, prima di arrivare». Unico intrattenimento canoro e televisivo consentito da Ceaușescu.

LE NORME. Il suono del fischietto del conducente avverte tutti che si sta per partire. In quest’area della stazione, tutti gridano. Pacchi e valigie passano di mano in mano, in barba alle norme anti-contagio. Il sole acceca e scalda. Le strade di questi viaggiatori casuali si divideranno per sempre. Forse si rincontreranno tra le grandi città e i piccoli paesi ai piedi dei Carpazi. L’autista mette in moto: un giorno e tre ore di viaggio. Omero diceva che «nulla è tanto dolce, quanto la propria patria e famiglia per chi è in terra lontana». Roma-Sibiu, l’odissea al tempo del Coronavirus.

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