Una società patriarcale come quella in cui viveva lo storico Erodoto di Alicarnasso vedeva nella violenza sulle donne un male irrisorio. Ma cosa è davvero cambiato da 2500 anni a questa parte?
 
“È stata stuprata? Beh, è una cosa brutta, ma sta a vedere cosa avrà fatto lei.”
“Chissà come era vestita, quella sgualdrina.”
“Sicuramente se l’è andato a cercare!”
Purtroppo i casi più bui e infelici di stupro o di molestie sessuali sono spesso accompagnati da commenti del genere, il più delle volte pronunciati in situazioni private e solo apparentemente innocue, magari al pub davanti a una birra o in un caffè con un giornale tra le mani, ma spesso sono espressi addirittura sui social e sulle pagine Facebook di notiziari e giornali.

Perché per una donna che ha subito la crudeltà dello stupro, l’atto violento è solo l’inizio di una tortuosa spirale di terrore: si passa dalla vergogna alla paura, e dalla mancanza di fiducia nel prossimo al terrore di raccontare, di rivivere, attraverso le parole, quegli attimi di inferno. Perché, oltre ad essere stata violata nella propria intimità, una donna corre anche il rischio di essere additata come complice; di essere accusata di aver sotto sotto desiderato quel gesto; di averlo facilitato, addirittura tacitamente consentito. Una gonna troppo corta, degli sguardi seducenti fraintesi, un filo di trucco più spesso del solito, una confidenza inusuale: per chi commette uno stupro queste sono giustificazioni più che valide, e questo fenomeno è andato diffondendosi così tanto negli ultimi anni da essere etichettato con il neologismo “slutshaming“: in un modo o nell’altro quello che subisce la donna le deve piacere, perché con il suo atteggiamento se l’è andato a cercare. Anzi, se l’è meritato.

Dopo tanti anni, riecheggia ancora nella memoria la triste testimonianza di Franca Rame, compagna di una vita di Dario Fo, alla quale, dopo essere stata vittima di uno stupro di gruppo, i Carabinieri ebbero il coraggio di chiedere: “Signora, ma lei ha goduto?”
Nel paradossale immaginario comune, la donna è colpevole della stessa violenza sessuale che subisce, crimine che il più delle volte viene banalizzato come una bravata di pessimo gusto.

“È stupro solo all’inizio. Poi quando le entra dentro alle donne piace.” Questo era uno dei commenti osceni che si leggeva su Facebook all’indomani dello stupro di Rimini. Perché è questo ciò che pensa un minus sapiens, convinto che per conquistare le attenzioni di una donna bisogna ricorrere ai metodi dei trogloditi armati di clava: che una donna rifiuta uno stupro solo per un finto perbenismo, per una mera questione di apparente pudore. Perché in realtà le piace quello che le sta accadendo. Anche se si sta svolgendo nella più totale mancanza del suo consenso.

La domanda che la nostra generazione deve porsi è: quando finirà tutto questo? Quando ci si renderà davvero conto che una donna che subisce uno stupro è sempre e solo vittima? Quando ci si renderà conto che non esiste scusa o giustificazione che regga di fronte alla violenza?

Ma facciamo un passo indietro, tra le pagine della Letteratura Greca, in un viaggio che ci riporta a 2500 anni fa, all’indomani delle Guerre Persiane. A raccontare lo scontro tra le poleis elleniche e l’impero del Re dei Re è uno storico, un certo Erodoto di Alicarnasso, il quale, nel proemio delle sue Storie, cerca di risalire alla causa prima di quest’astio tra i Greci e i popoli dell’Asia. In un excursus a ritroso tra storia e mitologia, Erodoto individua come motivo di dissidio tra le città greche e quelle asiatiche una serie di rapimenti di donne lasciati invendicati: i Fenici sono accusati di aver rapito Io, figlia del Re di Argo; i Greci a loro volta, nella spedizione degli Argonauti, rapiscono Medea, figlia del re della Colchide, e infine Alessandro (ai più noto con il nome di Paride) rapisce Elena di Sparta, causando il primo conflitto tra Grecia e Asia, la guerra di Troia. Ma quel che ci interessa è una frase pronunciata da Erodoto stesso (che più volte nel corso dell’opera inserisce alcuni interventi personali) in un paragrafo del primo libro:
“Adesso, rapire donne è da ritenersi un gesto da persone malvagie, ma darsi pena di vendicarle è azione da folli, mentre è da saggi non avere alcuna cura delle rapite. È evidente infatti che se quelle non avessero voluto, non sarebbero state rapite.”
(Erodoto, Storie, 1,4, Traduzione di M.Porcaro)

Quale messaggio si legge tra queste righe? Che i Greci giustificavano lo stupro? Assolutamente no. Nel diritto greco la violenza, in tutte le sue forme, era punita, e quella carnale era soggetta a dure sanzioni. Ma in una società dove la donna aveva indubbiamente un ruolo marginale, confinata tra le pareti di un gineceo, senza aver la possibilità di far valere la propria opinione né nel contesto familiare (essendo soggetta al padre o al marito) né in quello sociale (non avendo la possibilità di poter votare), la violenza sessuale era vista più come un danno verso una proprietà che contro una persona. Ma al contempo lo stupro era visto anche come una dimostrazione di virilità, uno sfoggio della propria potenza sessuale: basti pensare che gli stessi dei si accoppiavano con dee, ninfe e donne mortali violentandole. Le fonti ci tramandano decine e decine di nomi: Europa, Leda, Danae, Dafne, Egina, Persefone, Semele sono sicuramente i più famosi, ma la lista potrebbe andare avanti a lungo. Gli unici stupri che sono eticamente punibili sono quelli che superano i limiti sociali imposti da delle leggi non scritte che regolano la quotidianità: nell’immaginario greco lo stupro di Cassandra da parte di Aiace il Locrese viola ad esempio ben due di questi vincoli. Ma non è il fatto di aver stuprato una donna che è biasimevole: anzi, questa violenza in realtà rientra nei diritti di guerriero che Aiace può e deve esercitare su una donna vinta, sconfitta, marchiata come prigioniera. Quel che rende deplorevole “l’eroe” acheo è l’aver violentato in primo luogo una sacerdotessa, una delle pochissime categorie di donne che nell’Evo Antico godeva di qualche privilegio, e di averlo fatto all’interno di un recinto sacro, mentre la donna chiedeva pietà alla statua della dea tutelatrice.

La cultura classica è un enorme forziere di cui noi figli del terzo millennio dovremmo essere gelosi custodi. Nelle pagine della storia e della letteratura antica leggiamo racconti, storie, valori, sentimenti ed emozioni che sembrano non conoscere epoca. Ma purtroppo, alcuni concetti come questo sono figli della mentalità di una certa società di una data epoca, indubbiamente arretrata e fortunatamente sorpassata. Dal punto di vista giuridico, si sono fatti passi da gigante: basti pensare che all’epoca di Erodoto le donne potevano denunciare una violenza sessuale solo se un cittadino si fosse proposto come garante in tribunale della parte lesa. Ma dal punto di vista morale, la strada resta ancora lunga, purtroppo: leggere o sentire commenti che esprimono gli stessi concetti rivendicati da uno storico vissuto due millenni or sono è la cartina tornasole di una mentalità che da questo punto di vista deve ancora evolversi.

L’eco della storia non si limita a tramandarci storie di persone e di luoghi lontani nel tempo e nello spazio, ma come un maestro di vita ci insegna a non commettere gli stessi sbagli di coloro che hanno calpestato questa terra prima di noi.

Perché noi siamo meglio di loro, non è vero?