L’ennesimo atto terroristico in Svezia e l’ordigno trovato ad Oslo rischiano una ulteriore chiusura in se stessi dei Paesi europei

Stoccolma- Negli anni ’60 sinonimo di libertà nelle regole. Libertà senza pregiudizi di sorta: da quella sessuale a quella del vivere la propria vita senza ipocrisie e all’insegna della natura come peraltro è ancora abitudine nei Paesi del nord.

Oggi la Svezia è attaccata dal terrore e dall’imprevedibilità dei fatti che stanno avvolgendo tutto il mondo. Lo scenario è quello degli ultimi episodi di terrorismo: da Nizza a Berlino, a Londra. Un mezzo, camion, tir o auto guidati da isolati presunti affiliati all’Isis che seminano morte nel bel mezzo di una giornata normale.

Normale come viene definito in queste ore l’uomo che con la sua folle corsa in una strada centrale di Stoccolma (isola pedonale) ha travolto e ucciso quattro persone e tra queste una bambina di 11 anni appena uscita da scuola e ne ha ferite altre 15.

Ex muratore di 39 anni, padre di quattro figli, uzbeko, stando alle testimonianze di chi lo conosce “non parlava mai di politica né di religione, ma solo di come guadagnare di più per mandare i soldi alla famiglia”.

È stato arrestato per comportamento sospetto all’interno di un negozio, dopo essere riuscito a fuggire, prima in metro e poi in treno, dal luogo della strage. Era sceso dal camion e, approfittando del fumo e del panico, si era sfilato il passamontagna, scrollato i vetri rotti dai vestiti, ed era scappato inosservato nel fuggi fuggi generale. E l’ordigno inesploso trovato nel camion investitore fa pensare ad un attentato che doveva assumere proporzioni ben più eclatanti e distruttive.

Si dice che alle spalle abbia una rete uzbeka e che fosse noto ai Servizi segreti come “figura marginale”, anche se il quotidiano Aftonbladet, riferisce che l’uomo aveva postato materiale di propaganda dell’Isis su Facebook, e apprezzato una foto  dell’attentato alla maratona di Boston del 2013.

Si scopre così che nella “tranquilla Svezia” del premio Nobel, della monarchia soft, della festa di Santa Lucia e dei candelabri accesi a Natale davanti alle finestre, si annidano i tormenti della mancata integrazione di chi, negli ultimi anni è emigrato per migliorare la propria condizione sociale. Così come accaduto in Belgio, Francia, Germania, oggi nel mirino dei terroristi come il resto d’Europa.

Ed ancora una volta torna il termine “integrazione” e ci si chiede se gli stessi immigrati e i politici abbiano mai voluto capirne il significato: “l’insieme di processi sociali e culturali che rendono l’individuo membro di una società”.

Perché è chiaro che accanto alla volontà di integrarsi di molti c’è la volontà, il disegno di altri che intendono destabilizzare il concetto.

Per ideologia? Per fanatismo? Per soldi?

La Svezia dell’accoglienza si interroga così come fa il resto d’Europa. Abbiamo visto proprio a Stoccolma, molti negozi del centro storico gestiti da immigrati. Negozi che restano aperti oltre l’orario di chiusura previsto e rispettato dagli altri esercizi commerciali della città. Ma questa vuole essere soltanto una sottolineatura per dire come le cose stiano cambiando rispetto ad alcune regole del luogo.

Da Stoccolma ad Oslo dove poche ore dopo nei pressi di una stazione della metropolitana è stato trovato e fatto brillare un ordigno.  L’esplosione è stata chiaramente udita nel centro della città, completamente isolato dalla polizia.

Lo scenario in queste ore è completato da un’altra notizia che ufficialmente non riguarda il terrorismo internazionale e che giunge dalla Svizzera dove tre valichi chiudono ogni notte “per evitare che i ladri italiani sconfinino”.

Ma serve poi chiudere i confini ed alzare muri quando la minaccia è all’interno?

 

Emanuela Sirchia