Dossier

STATI UNITI D’EUROPA?

E se dopo i “piccoli passi” fosse il caso di farne solo uno, ma più grande?

Roma- “C’è differenza tra i popoli europei, quindi non potranno mai unirsi. L’Europa non è come gli Stati Uniti d’America”. Purtroppo frasi di questo genere se ne sentono tante in giro e, inutile nasconderlo, l’Europa ha un problema. Il problema però è che, ancora, non c’è l’Europa. Chi sono io?Io sono un cittadino italiano, buttato dalle correnti della storia nel grande processo di globalizzazione, in un mondo che, sotto certi aspetti, mi chiede di essere cittadino del mondo (senza che il mondo sia unito), cittadino europeo (senza che l’Europa sia unita) e cittadino italiano (e anche sull’Unità d’Italia ci sarebbe molto da dire).

L’Europa è nata dalla volontà di frenare le guerre partendo da un presupposto: la sovranità nazionale, vissuta nella sua pienezza, può portare (e forse, a causa del necessario grado di competitività che richiede, porta necessariamente) alla guerra, quindi, va limitata. Il ragionamento fila e, facendo l’occhiolino a Locke, potrebbe sembrare quasi un passo in più verso una maggiore comprensione del concetto filosofico espresso attraverso l’idea di “contratto sociale” (chiaramente guardando alle Nazioni come persone). Così come l’uomo ha dovuto limitare la propria infinita libertà al fine di vivere in società, così (forse) dovrebbero fare gli Stati. Una domanda che è quantomeno corretto porsi è: le differenze esistenti sono davvero tali e tante da non permettere una reale integrazione europea, o le differenze esistenti potrebbero dar vita ad una Unione incommensurabilmente poderosa dal punto di vista artistico, culturale, sociale e, perché no, spirituale?.

La politica dei piccoli passi, scelta dettata dal rifiuto della tesi federalista e di quella confederalista di fronte a quella funzionalista, ha dato avvio all’esperimento Europa che, purtroppo, ha saputo risolversi quasi esclusivamente in un tentativo di unione prettamente economica (nella quale però si mantiene viva la competizione in luogo ad una collaborazione e ad una cooperazione che stentano a prendere il volo). Come si può pretendere una reale Unione se i piccoli passi verso tale traguardo sembrano diventare sempre più piccoli? I popoli europei hanno delle differenze, certo, e tali differenze devono (o dovrebbero) essere lette come un patrimonio da difendere e valorizzare, un arricchimento per tutti coloro che decideranno di parteciparvi. Di certo non come un ostacolo. La scoperta della diversità è il momento in cui ci si accorge della propria contingenza, della propria limitatezza e, in tal senso, non è sbagliato sostenere che il dialogo e la relazione con il prossimo siano in definitiva ciò che permette il superamento di sé stessi.

L’eccellente pensatore, grande uomo di Chiesa e raffinato filosofo Raimon Panikkar ci insegna che esso (il dialogo) è il momento in cui si scopre che “l’altro rispetto a me” può raccontarmi qualcosa che io non posso sapere senza il suo contributo”, è il luogo in cui la mia identità, venendo a contatto con un’altra identità, scopre che “c’è dell’altro”. Se questo è vero, e sembrerebbe esserlo sotto molti aspetti, allora perché popoli culturalmente diversi, ma vicini sotto molti aspetti, non potrebbero avvicinarsi in maniera più concreta riuscendo (tra le altre cose) a superare tutte quelle divisioni che fanno oggi dell’Europa una non-Europa? Un dialogo che sia un dialogo non può limitarsi ad essere semplicemente dialettico o diplomatico, non può limitarsi ad essere la contrapposizione di due monologhi ed il suo obiettivo non è quello di raggiungere una sintesi tra due tesi né tantomeno potrebbe essere quello di aumentare il peso del proprio portafoglio. Il vero dialogo è quello che permette di diventare qualcosa di più, mantenendo vivi sé stessi e la propria identità. Così come il dialogo interreligioso di Panikkar invita a mantenere viva la propria identità religiosa aprendosi alle verità dell’altro (riferendosi ad una relatività che non è assolutamente relativismo e che ha permesso a Panikkar di essere induista e buddista pur rimanendo cristiano), il momento del vero dialogo tra gli Stati dell’Eurozona dovrebbe mirare a quel qualcosa di più elevato che si risolva in quell’Unione in cui io cittadino italiano, mi potrei sentire pienamente (anche) cittadino europeo. Guardando alle difficoltà che l’Europa sta vivendo oggi, non è assurdo domandarsi se non sia il caso di smettere di fingerci uniti in una comunità divisa, facendo quel grande passo che permetta di creare una comunità in cui, accolta la diversità e limitati i propri interessi personali, si possa  cominciare a parlare di vera Unità.

Federico Molfese

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Federico Molfese

Laureato in Relazioni internazionali presso l’Università di Roma La Sapienza, ha approfondito i suoi studi seguendo un master in Mediazione interculturale e interreligiosa presso l’Accademia di Scienze Umane e Sociali di Roma. Appassionato di geopolitica e attento a temi quali diritti umani, dialogo nelle sue più svariate forme, fondamentalismi e metodi per la risoluzione dei conflitti, ha svolto diverse conferenze presso alcuni istituti scolastici di Roma. Attraverso un periodo di stage presso l’Onlus “InMigrazione”, nel campo dell’accoglienza dei migranti in territorio nazionale, ha potuto ulteriormente approfondire la sua conoscenza riguardo il rapporto che intercorre tra lo Stato italiano, l’Unione Europea ed il fenomeno migratorio. Per diletto si interessa allo studio delle religioni e della simbologia sacra, nonché all’insegnamento di diverse discipline marziali. Ama storie fantasy di autori come Tolkien, Michaele Ende, Jule Verne e Stevenson e nutre una grande passione per la scrittura.

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