Oltre il Ponte

SPERANDO CONTRO OGNI SPERANZA

La speranza, per i cristiani, dona luce e senso al presente.

Roma – Abramo, credette sperando contro ogni speranza, così è riportato in Rm 4,18.
Ma qual è la funzione della speranza per i cristiani? A cosa serve?

C’è una stretta connessione che intercorre tra la fede cristiana e la speranza. Ed è proprio nella speranza che, per i discepoli di Gesù, si è salvi (Spe salvi facti sumus, Rm 8,24). In questo modo la fede conduce ad una meta sicura, che giustifica ogni difficoltà e dona senso al presente. La speranza viene donata e ricevuta proprio nella fede. La speranza, nel cristianesimo, è ciò che apporta luce e senso alla vita: senza di essa si cade nel nichilismo, nel nulla, nel non-senso dell’esistenza stessa, perché sperare significa essere coscienti che la propria vita non finirà nel nulla o nel vuoto e che tutto avrò un senso.

Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente (Spe salvi n°2); e questo fa la differenza, perché chi ha speranza vive diversamente, è pieno di gioia; essa trasforma in maniera performativa la vita del credente.

Se sperare è imparare a vivere con gioia, l’uomo ha bisogno e necessita della speranza per essere felice. L’amore è la garanzia e la prova dell’esistenza di ciò che ragionevolmente si spera, e che, un giorno alla volta, dona la capacità di perseverare. Ma in tutto ciò dovrà essere la ragione ad assentire, senza dubitare, in una fede ragionevole nella speranza. Perché senza ragione, la speranza diventa sentimentalismo soggettivo e non più sostanza oggettiva. La speranza, pertanto, dovrà necessariamente essere riposta in qualcosa che esiste ma che, allo stesso tempo, deve completarsi, compiersi del tutto.

E’ salda questa speranza dei cristiani, perché è data, è un dono che parte da Dio, e non è prodotta dall’uomo. Scaturisce dalla fede e porta alla gioia nel momento presente perché si ha la certezza del futuro, che già si compie nella vita terrena, e non come idea astratta od ideologia umana.

La speranza cristiana è diversa dall’ottimismo: l’ottimismo moderno è una parodia della fede e della speranza, una cecità che acquieta le coscienze dall’interpellare scomodo sul senso della propria vita, quindi un surrogato di fede e speranza; la speranza, invece, all’interno di questo ottimismo è ritenuta come “ciò che ancora non è”(Ernst Bloch).

Quindi, nell’ottimismo moderno essa diventa una virtù ontologica, una forza dinamica verso un’utopia, in qualcosa che ancora non è. Per capire bene la grandezza e la ragione autentica della speranza cristiana, bisogna indubbiamente liberarsi da questi surrogati, che hanno come meta la liberazione dell’uomo, ma senza l’amore. Mentre il fine della speranza cristiana è l’unione tra Dio e l’uomo tramite l’amore, manifestato nella storia dell’uomo attraverso l’Incarnazione di Dio in Gesù di Nazareth. La speranza cristiana è, quindi, un dono, un dono nell’amore che esiste al di là delle possibilità dell’uomo, e grazie a questo dono l’uomo non è destinato ad un non-senso infinito davanti alla morte, ma al senso di questo dono che, in quanto dono, già inizia nella vita terrena.

Contro la speranza esiste nell’uomo la disperazione, l’akedia, quella pigrizia del cuore. È una pigrizia metafisica che conduce solo alla morte e priva l’uomo della felicità completa. Dove l’uomo è libero in maniera illimitata, ma non riesce a spegnere quella sete di infinito che lo caratterizza, avviene in esso una profonda tristezza e rassegnazione di non poter raggiungere l’amore. La speranza, nella finitezza del mondo e nella sua esperienza, diventa quindi delusione e tristezza, un’abissale disperazione davanti alla morte. Davanti a questa irrimediabile tristezza è meglio per l’uomo se non fosse mai esistito.

L’uomo che rimane solo con sé stesso, ha paura ed è terrorizzato dalla morte. Un uomo in pericolo e pericoloso per gli altri. L’uomo di oggi, posto davanti al non-senso della vita, anziché fuggire rifugiandosi nell’effimero, deve il coraggio di sperare, per essere autenticamente uomo.

Allora il motto latino, che la Società di San Vicenzo de’ Paoli ha fatto proprio nella regola stessa della Società, “Serviens in Spe”, “Servire nella Speranza” assume la radicalità del vivere cristiano nella società di oggi, dove la speranza è l’elemento discriminante nel modo di vivere e fare le cose, la sua scelta determina il senso o il non-senso della vita.

                                                                                                                              Emanuele Cheloni

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Emanuele Cheloni

È laureato in Scienze Religiose, Summa cum Laude probatus, presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, con una tesi su "L' umanesimo di Gesù: universalità ed universalismo". È impegnato a Roma con la Società San Vincenzo de' Paoli, nell'ascolto e aiuto delle difficoltà e povertà urbane. È professore di Religione.

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