Oggi si celebra la Giornata mondiale degli oceani. C’è, però, molto poco da festeggiare a quanto pare.  I nostri oceani, infatti, sarebbero invasi da milioni di tonnellate di plastica. Una distesa di bottiglie, buste e quant’altro che minaccia seriamente l’ecosistema e la biodiversità

 

Roma – nostro mare, il nostro futuro. Con questo breve ma efficace slogan, le Nazioni Unite hanno lanciato l’edizione 2017 dell’OceanDay. La giornata mondiale per la tutela e la salvaguardia degli oceani, che cade l’8 giugno, quest’anno avrà come tema principale l’inquinamento derivato da bottiglie e sacchetti di plastica. L’idea di dar vita ad una giornata di sensibilizzazione, in merito all’impatto che la contaminazione dei mari rischia di avere sulla biodiversità marina, era nata nel 1992 a Rio de Janeiro ma è solo dal 2008 che l’Onu ha deciso di concedere il proprio riconoscimento ufficiale.

Una scelta che certifica, contro ogni ragionevole dubbio, come le acque dei mari di tutto il pianeta siano in serio pericolo. Minacciate, da una sempre maggiore presenza di componenti di plastica prodotto di lavorazione industriale o dall’incuria dell’uomo. Le conseguenze nefaste di queste pratiche sono di fronte ai nostri occhi. Le isole di plastica galleggiati e la riduzione significativa di molte specie marine (690) sono la punta di un iceberg che, secondo il WWF, in poco tempo ha prodotto un significativo innalzamento della temperatura e del livello degli oceani, oltre che un pericoloso incremento dell’acidificazione delle stesse dovuto ad un eccesso di anidride carbonica.

Effetti tutt’altro che irrilevanti, che rischiano di mettere a repentaglio l’intero ecosistema e la sua biodiversità e ai quali si aggiunge la scelta, scellerata, da parte del Presidente Trump di abbandonare gli Accordi di Parigi. Il 71% della superficie del nostro pianeta, infatti, è costituita dall’acqua. Qui è nata la vita, ed è sempre qui che questa potrebbe cessare se non si adottano misure adeguate. Questa incontaminata distesa di acqua salata, difatti, rappresenta la principale fonte per l’ossigeno che respiriamo ogni giorno, costituisce il fabbisogno alimentare giornaliero per milioni di persone ed è essenziale per la realizzazione di molti dei farmaci a cui affidiamo la nostra salute.

Stime ufficiali, parlano di 8 milioni di tonnellate di plastica presenti nelle acque del nostro pianeta. Una quantità enorme e in continua crescita, che finisce per essere assimilata dagli organismi marini entrando di fatto nella catena alimentare. Secondo la Proceedings of the National Academy of Sciences, infatti, il 90% delle varie specie di uccelli marini ha residui di plastica nello stomaco. Conseguenza, di quel misero 4% di acque salate inserito nella lista delle aree protette.

Proteggere il mare sarebbe un’evidente vantaggio per tutti, uomo compreso. Sempre sulla base dei dati forniti dal WWF, infatti, si stima che sarebbe di 2,5 trilioni di dollari il ricavato derivante dalle attività collegate al mare. Facendo degli oceani la 7° economia mondiale. Stima, che aumenterebbe di 33 milioni di dollari se queste attività fossero svolte in modo sostenibile e nel rispetto dell’ambiente. Un mare di denaro, quindi, che potrebbe servire a risanare un sistema economico mondiale da anni, ormai, in crisi profonda. Per non parlare, poi, dei vantaggi che ne deriverebbero per le piccole comunità locali, ostaggio in molti casi di una globalizzazione sempre più predatoria.

Non ci resterebbe altra scelta, quindi, che cambiare il nostro stile di vita. Altrimenti, secondo uno studio condotto da Ocean Conservancy, entro il 2025 ci potrebbe essere una tonnellata di plastica ogni tre tonnellate di pesce. Fili da pesca, bottiglie, tappi, buste di plastica e quant’altro sono solo una parte di quello che sta mettendo a repentaglio gli equilibri degli ambienti marini. C’è, infatti, un altro mostro invisibile che, lentamente ma inesorabilmente, sta distruggendo i nostri mari e gli animali che li popolano. Le microplastiche, ovvero frammenti minuscoli non più grandi di 5 mm, che hanno finito per diventare il cibo avvelenato di pesci ed uccelli. Se ciò non bastasse a convincere tutti della gravità della situazione, potrebbe essere utile ricordare che, alla fine, quei pesci  e quegli uccelli

finisco sulle nostre tavole

L’allarme arriva direttamente dalla rivista Science, che avrebbe dimostrato come alcune larve cresciute in un ambiente saturo di plastica avrebbero iniziato a modificare le proprie abitudini alimentari. Preferendo, quindi, la plastica al plancton. A poco o nulla, purtroppo, sono valsi i richiami da parte dei Governi ad un più efficace sistema di riciclaggio. Visto e considerato, che solo il 5% della plastica prodotto viene riciclato corrente, il restante 40% va in discarica mente più di un terzo finisce negli ecosistemi sensibile, tra cui il mare.

 

MATTIA BAGNATO