Tra le tante storie e i diversi aspetti di cui si parla in tema di migranti, ce n’è uno che passa spesso in secondo piano. Riguarda lo stress psicologico che affrontano uomini e donne che lasciano il proprio paese – per motivi di guerra o perché alla ricerca di una vita migliore – affrontando traversate snervanti al limite della sopravvivenza, fino a giungere in paesi in cui tutto è estraneo e dove faticano ad essere accettati.

Sindrome di Ulisse

E’ stata descritta per la prima volta nel 2002 dallo psichiatra spagnolo Joseba Achòtegui, professore all’Università di Barcellona ed è caratterizzata da specifici sintomi, sia psicologici che fisici. Tristezza, pianto, sensi di colpa, idee di morte; stati d’ansia – tensione, insonnia, nervosismo, irritabilità; somatizzazioni come affaticamento, dolori alle ossa e articolari, mal di testa, emicranie; sintomi di tipo confusionale.

Riferimento all’eroe epico

Ulisse è il protagonista dell’Odissea scritta da Omero. Dopo aver passato dieci anni a Troia per la guerra vuole tornare a Itaca ma il dio del mare Poseidone glielo impedisce. Perciò deve affronta pericoli e disagi prima di poter rientrare. Gli stessi che sono costretti a sopportare i migranti quando raggiungono i nostri confini, vivendo situazioni anche più drammatiche di quelle descritte nell’Odissea. E quando Polifemo chiede ad Ulisse qual è il suo nome, lui risponde “Il mio nome è Nessuno”. Allo stesso modo gli immigrati, per sopravvivere devono essere invisibili, senza identità e integrazione sociale.

Sindrome Ulisse. Colpisce immigrati, è combinazione di solitudine, mancato raggiungimento obiettivi, esperienze estrema privazione, terrore.

Sindrome Ulisse. Colpisce immigrati, è combinazione di solitudine, mancato raggiungimento obiettivi, esperienze estrema privazione, terrore.

Fattori di stress

Sono la solitudine, la separazione forzata dalla famiglia e dalle persone amate, il senso di fallimento del progetto di migrazione, la lotta quotidiana per la sopravvivenza, soprattutto per procacciare cibo e casa. A questi fattori si aggiunge la paura, quella provata durante il viaggio ma anche quella che si vive nel paese di approdo, legata alla possibilità di espulsione o arresto. E non vanno scordati i fattori di stress di migrazione ‘classici’: il cambiamento della lingua, la cultura, il paesaggio.

Difficoltà di diagnosi e influenza della cultura d’origine

I sintomi relativi a questo malessere possono essere mal diagnosticati, perché scambiati per disturbi depressivi, psicotici, di malato organico; i sofferenti subiscono trattamenti inadeguati o addirittura nocivi. Altro aspetto è quello dell’interpretazione culturale dei sintomi. Gli immigrati spiegano le loro disgrazie come conseguenze di atti di stregoneria o magia, e le considerano punizioni per aver infranto norme sociali dei loro gruppi. Questo vale soprattutto per gli africani nelle cui società sono prevalenti i valori della famiglia allargata e della comunità.

Come affrontarla

La sindrome di Ulisse rientra nell’ambito della salute psico-sociale e la prevenzione è fondamentale; ha lo scopo di evitare che queste persone peggiorino sempre di più e arrivino ad avere un disturbo mentale. Le figure deputate non sono solo psicologi e psichiatri, ma anche infermieri e assistenti sociali. I fattori di stress infatti aumentano a causa dell’assenza di una rete di sostegno sociale e ad un’attività di controllo. La soluzione a questa problematica non si trova solo nelle forze dell’immigrato ma necessita anche di sistemi sanitari preparati e soprattutto di una volontà politica che possa attenuare almeno in parte le difficoltà che causano il malessere.
Fonte: pubblicazioni scientifiche di Joseba Achotegui