Dossier

SILVIA LIBERA

Roma – Silvia Romano è finalmente libera ed è tornata a casa sua, a Milano. Ma i dubbi e le polemiche sulla vicenda del riscatto e della conversione non si placano e, anzi, si fanno sempre più accese nelle ultime ore.

La giovane cooperante milanese, rapita e tenuta prigioniera in Kenya per un anno e mezzo, è atterrata all’aeroporto di Ciampino, alle ore 14 di domenica 10 maggio. Ad accoglierla all’aeroporto, oltre ai famigliari, c’erano il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.

La ragazza, dopo 18 mesi di prigionia, subito interpellata dai giornalisti, ha detto di stare bene sia mentalmente che fisicamente, di non aver subito violenze o minacce durante il periodo di prigionia e di essersi convertita alla fede islamica di sua spontanea volontà.

La Romano è stata ascoltata inoltre dal pubblico ministero che si occupa del caso, Sergio Colaiocco, che ha aperto un’inchiesta per sequestro di persona a scopo di terrorismo.

LA BIOGRAFIA DI SILVIA ROMANO 

Milanese, 25 anni, Silvia Costanza Romano è una giovane neolaureata in Mediazione linguistica presso la Unimed CIELS.

Silvia ha sempre avuto la passione e la volontà di aiutare gli ultimi: prima un’esperienza in Kenya a Likoni (Mombasa) con la onlus “Orphan’s Dream” e poi, dopo la laurea conseguita a febbraio 2018, la partenza di nuovo per il Kenya, alla volta di Chakama, nella contea di Kilifi, stavolta come cooperante volontaria per l’Africa Milele Onlus, associazione marchigiana che ha come fine la tutela e il sostegno dell’infanzia in diversi Paesi africani.

Già in quel caso, il suo ex compagno di volontariato, Davide Ciarrapica, aveva sconsigliato vivamente a Silvia di andare a Chakama, in quanto considerato un posto non sicuro. Ma la passione e l’amore per il prossimo non hanno fermato la giovane cooperante che, il 20 novembre del 2018, è stata, come è ormai noto a tutti, rapita da un commando di tre uomini, probabilmente appartenenti al gruppo di jihadisti somali di al-Shabbab, o a loro ceduta subito dopo essere stata sequestrata. Questo gruppo, legato ad al Qaeda, da anni controlla alcune zone del territorio somalo ed è tristemente noto per gli efferati attentati terroristici di cui si è macchiato negli ultimi anni.

L’attacco ha provocato cinque feriti di cui uno grave, e le mosse dei rapitori, descritte dai presenti, lasciano pensare ad un’azione studiata nei minimi dettagli e mirata al prelievo della giovane italiana.

Le trattative per liberare la Romano sono iniziate durante l’estate del 2019, quando il gruppo terrorista ha cercato di entrare in contatto con alcuni membri dell’intelligence italiana. Nel gennaio del 2020, come riporta il Corriere della Sera, i funzionari dell’Aise, i servizi segreti italiani che lavorano all’estero, hanno ricevuto un video della ragazza in cui diceva di stare bene. Da quel momento, l’Aise, insieme alla polizia locale e ad alcuni agenti segreti turchi – la Turchia ha rapporti stabili e solidi in Somalia – hanno avviato il negoziato per procedere alla liberazione. Il presidente Giuseppe Conte, come si evince da alcune dichiarazioni rilasciate all’aeroporto di Ciampino, ha confermato che le trattative sono entrate nel vivo nei mesi di marzo-aprile 2020.

L’operazione vera e propria di liberazione della Romano sarebbe invece avvenuta tra l’8 e il 9 maggio ed è probabile che sia stato pagato un riscatto, di cui però non si conosce ancora l’entità esatta: alcuni organi di informazione hanno parlato di una cifra elevata, pari a 4 milioni di euro, ma la notizia non ha ancora trovato riscontri e conferme ufficiali.

LE OMBRE SUI SOLDI DEL RISCATTO

Lo scopo del rapimento era, come è stato confermato anche al quotidiano “La Repubblica” da Ali Dehere, portavoce del gruppo terroristico, quello di ottenere soldi per comprare armi e finanziare altri attacchi, in cambio del rilascio della prigioniera.

“Il denaro servirà in parte ad acquistare armi, di cui abbiamo sempre più bisogno per portare avanti la nostra guerra santa”, ha spiegato Ali. “Il resto servirà a gestire il Paese: a pagare le scuole, a comprare il cibo e le medicine che distribuiamo al nostro popolo, a formare i poliziotti che mantengono l’ordine e fanno rispettare le leggi del Corano”. Il portavoce ha anche spiegato poi perché Silvia non è stata maltrattata: “Silvia Romano rappresentava per noi una preziosa merce di scambio. E poi è una donna, e noi di Al Shabaab nutriamo un grande rispetto per le donne”. “Abbiamo fatto di tutto per non farla soffrire, anche perché Silvia Romano era un ostaggio, non una prigioniera di guerra”. Quanto alla conversione di Silvia, il portavoce ha detto: “Da quanto mi risulta Silvia Romano ha scelto l’Islam perché ha capito il valore della nostra religione dopo aver letto il Corano e pregato”.

In seguito, la Romano – in compagnia di altri tre terroristi, diventati poi suoi carcerieri – ha dovuto affrontare un lungo viaggio, in moto e a piedi, durato settimane per superare il confine e raggiungere la Somalia. Da quel momento, le informazioni di cui siamo in possesso diventano poche e confuse: non sappiamo, infatti, in quale luogo, di preciso, sia stata trattenuta per tutti questi mesi. La tesi più accreditata sostiene che sia stata reclusa in sei abitazioni diverse, soprattutto in grandi centri abitati della Somalia.

LA CONVERSIONE

Nel corso dell’interrogatorio, la cooperante ha riferito al pm di essere sempre stata trattata bene e di non aver subito violenze fisiche o psicologiche. Anche per quel che riguarda la tanto discussa questione della conversione religiosa, non ci sarebbe stata alcuna coercizione da parte dei carcerieri e la decisione di convertirsi alla fede islamica sarebbe stata una scelta squisitamente personale.

In realtà i dubbi di molti esperti sulla bontà di queste affermazioni permangono e anche il nuovo nome scelto dalla ragazza, A’isha, non sembra stato scelto caso.

A’isha, infatti, è un nome arabo, che significa “viva”. È così denominata la compagna più intima e amata di Maometto, dopo la morte della prima moglie Khadija, ed è un nome diffusissimo tra i musulmani di tutto il mondo.

A’isha bint Abi Bakr era la figlia di Abu Bakr, uno dei capi più influenti della prima comunità musulmana, che divenne uno dei compagni del Profeta e poi, dopo la sua morte, il primo califfo dell’Islam. La figura di A’isha viene anche collegata alla pratica delle spose bambine, ancora diffusa in alcuni paesi di fede islamica: secondo alcuni studiosi, infatti, la donna fu promessa in sposa al Profeta a sei anni, secondo altri a nove anni.

A’isha era una donna estremamente influente: svolgeva il ruolo di leader politica, accompagnava a dorso di cammello il marito, e, come attestano tutte le tradizioni, era l’unica persona che poteva permettersi di rispondere a tono a Maometto. Non è un caso che il Profeta dell’Islam morì proprio fra le sue braccia.

L’antagonismo tra le fazioni di A’isha e ‘Ali, cugino e genero del Profeta, sarà poi alla base delle divisioni tra sunniti e sciiti e la renderà un personaggio odiato da questi ultimi, tanto che ai nostri giorni hanno preso il suo nome anche brigate anti-sciite che hanno rivendicato attacchi contro l’Hebzollah. Oggi A’isha viene spesso citata da fronti opposti: da chi si richiama a lei per difendere la pratica delle spose bambine, ma è anche diventata un simbolo per le femministe saudite che rivendicavano il diritto a condurre l’auto ricordando che lei guidava il cammello.

 

LA ONLUS AFRICA MILELE AL CENTRO DELLA BUFERA

Silvia Romano era una delle volontarie impiegate con la Onlus Africa Milele nel dare sostegno ai piccoli orfani della contea di Kilifi. “Siamo una piccola realtà e questa vicenda per noi ha voluto dire molto”, ha raccontato Lilian Sora, presidentessa della Onlus. “I nostri beneficiari ne hanno risentito e, a gennaio, abbiamo dovuto lasciare a casa i bambini che sostenevamo a scuola. I fondi non bastavano più. Ancora mi sembra non sia successo davvero, non riesco a metabolizzare tutta questa gioia. Non ho parlato con i genitori – ha concluso – non ho parlato con Silvia. Aspetto di poter dire loro quanto sono felice”.

La Onlus, negli ultimi giorni, è però entrata al centro di una bufera mediatica che non sembra placarsi: l’accusa è quella di aver mandato alla sbaraglio la giovane cooperante in una zona dove, in precedenza, erano già stati denunciati attacchi contro volontari stranieri.

“Mi hanno mandata allo sbaraglio. Senza scorta e senza collaboratori”, ha dichiarato Silvia, interrogata dai magistrati, non nascondendo d’essersi sentita sola e abbandonata il giorno in cui fu rapita dall’orfanotrofio di Chakama, in Kenya, da una banda di terroristi.

Le parole della giovane milanese non hanno fatto altro che confermare i sospetti che i genitori di Silvia avevano già maturato nei confronti della Onlus di Fano, con cui avevano rotto i rapporti già dal momento del rapimento. Adesso anche gli inquirenti stanno indagando per capire se davvero la Onlus con la quale la giovane milanese si è recata in Africa ha fatto tutto il possibile per garantire la sua sicurezza e incolumità. Anche se non c’ è ancora una delega formale ai Ros dei Carabinieri, la Procura di Roma intende riprendere in mano il dossier della Farnesina e i controlli che l’Unità di crisi aveva intrapreso dopo il rapimento su quell’attività di volontariato messa in piedi a decine di chilometri da Malindi. Quello che è certo, ad oggi, è che Silvia si trovasse in Kenya a fare volontariato senza l’assicurazione per malattie e infortuni, come appurato dai carabinieri del Ros.

“Silvia non è stata mandata da sola a Chakama – si è difesa Lilian Sora, meglio conosciuta da amici e colleghi come La Sora Lella – è partita con due volontari e ad aspettarli c’era il mio compagno con un altro addetto alla sicurezza, entrambi masai. I due dovevano rientrare a Malindi il 19 novembre e Silvia doveva andare con loro”. Ma quel giorno deve essersi verificato un problema, poiché la ragazza alla fine è rimasta sola a Chakama e il 20 è stata sequestrata. “Qualcuno la spiava – ha sostenuto Lilian – e sapeva quando entrare in azione. La sicurezza a Chakama c’era: lo so, ci hanno buttato addosso tanto fango ma la protagonista ora è Silvia e risponderà lei, sono sicura”.

Lilian Sora, 42 anni, di Falcineto Castracane (Fano), nel 2009 è andata in Kenya in viaggio di nozze e, rimasta profondamente colpita dalla povertà e dalle condizioni del Paese africano, ha deciso di fondare lì la sua Onlus con il suo nuovo compagno, Joseph, dopo essersi separata dal marito. La buona volontà c’era tutta: il progetto di un orfanotrofio, l’educazione dei bambini, la raccolta di cibo, il sostegno a distanza. Ma il rapimento di Silvia Romano ha cambiato tutto: l’improvvisazione, l’ingenuità di Lilian e i limiti della Onlus che ha tirato su sono venute a galla e con loro i racconti di chi, da anni, lavora sul campo, e consigliava a Lilian maggiore prudenza e selettività nella scelta dei collaboratori: “Io per esempio smisi nel 2013 d’accettare volontari, perché sono pericolosi”, è stato il commento a caldo di Fabrizio Popi, dopo il sequestro. Popi è un ex discografico che ha collaborato con Renato Zero e che a Chakama aveva aperto una fattoria solidale, prima d’avere discussioni proprio con Lilian Sora e di andarsene.

Il giorno del rilascio, dopo tanto silenzio, sul sito di Lilian sono comparse due parole scritte in maiuscolo: “LA GIOIA”. Nessuno dalla famiglia Romano ha però condiviso con lei questa felicità. E, oltre a loro, anche i donatori della Onlus si sono eclissati: i suoi progetti sono fermi e la scuola allestita a Chakama semichiusa. La vicenda del rapimento di Silvia Romano macchierà indelebilmente la storia di Africa Milele.

LE POLEMICHE, LE MINACCE E LE INDAGINI

Alla fine anche l’Ue è scesa in campo sulla vicenda: nella giornata di martedì 12 maggio l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha definito “un problema” la scelta dell’Italia di pagare un riscatto ai terroristi per la liberazione della cooperante milanese.

La notizia è arrivata nel giorno in cui la ragazza è stata ascoltata dal capo dell’antiterrorismo di Milano, Alberto Nobili, nell’ambito dell’inchiesta sulle minacce ricevute sui social network. Lei stessa si è trovata costretta a chiudere i suoi account social.

La polemica sul pagamento del riscatto, che potrebbe contribuire a finanziare attacchi terroristici, e sulla conversione all’Islam “spontanea” dichiarata dalla ragazza, ha infatti acceso una violenta discussione in rete. Tra i post più violenti ed esecrabili comparsi in questi giorni rientra sicuramente quello del consigliere di Asolo (Treviso), Nico Basso, capogruppo della civica “Verso il futuro”, ex assessore della giunta comunale leghista del comune trevigiano, che ha pubblicato su Facebook una foto di Silvia Romano con sotto la scritta shock “impiccatela”. Il post è stato subito cancellato, ma le polemiche e le richieste di dimissioni del consigliere nelle ultime non si arrestano.

La quantità di offese e minacce ricevute dalla cooperante hanno convinto Nobili ad aprire un’indagine contro ignoti per minacce aggravate. Si sta inoltre valutando, da parte delle forze dell’ordine, il tipo di tutela, fissa o mobile, a cui verrà sottoposta la ventiquattrenne. La Prefettura sta decidendo in merito.

È di oggi, invece, la dichiarazione del deputato della Lega, Alessandro Pagano, che in un intervento alla Camera, ha definito Silvia Romano una “neoterrorista” legata alla cellula terroristica di al-Shabbab, sostenendo di riportare le parole del quotidiano “Repubblica”.

Immediata la reazione della vicepresidente Carfagna che ha subito ripreso Pagano, definendo le sue parole “inaccettabili”. Dopo che il deputato della Lega ha concluso l’intervento ha preso la parola Emanuele Fiano (Pd), che ha accusato Pagano di utilizzare l’Aula per “diffamare e calunniare una persona in termini di codice penale, una persona che è stata 18 mesi prigioniera dei terroristi”.

Il clima resta molto teso e il dibattito infuocato: seguiremo l’evolversi della vicenda e i risvolti delle indagini nei prossimi giorni, che promettono di offrire nuovi dettagli e maggiore chiarezza su un caso che divide il Paese e di cui si parlerà ancora a lungo.

Alessandro Mancini

Direttore editoriale e fondatore di Artwave. Laureato in Letteratura e Linguistica italiana, appassionato di fotografia e di arte, inguaribile sognatore, ritardatario senza speranze. Cerco la bellezza nei dettagli.

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