Dossier

SIAMO TUTTI BABBU MANNU

Nassirya (Iraq) – La luna piena illumina il campo base dell’italian joint task force in Iraq. È l’ultima notte “serena” a Nassirya, prima dell’esplosione. Quel 12 novembre 2003, un camion cisterna pieno di esplosivo scoppiò davanti l’ingresso della base MSU (Multinational Specialized Unit) italiana dei Carabinieri, provocando successivamente l’esplosione del deposito munizioni della base e  la morte di 19 italiani tra Carabinieri, militari e civili.

Sono passati sedici anni da quel tremendo boato. E solo pochi giorni fa la Cassazione ha definitivamente condannato al risarcimento, in favore dei familiari dei caduti di Nassirya, l’ex generale dell’Esercito Bruno Stano, comandante della missione italiana in Iraq nel 2003, quando il 12 novembre un camion kamikaze distrusse base Maestrale provocando la morte di 28 persone, tra le quali 19 italiani e fra loro 12 carabinieri, 5 militari dell’Esercito e due civili.

Stano – che è uscito indenne dal procedimento penale – nel conseguente giudizio civile è stato invece ritenuto colpevole di aver «sottovalutato» l’allarme dell’intelligence su un attentato «puntuale e prossimo» alla nostra base e responsabile per la «complessiva insufficienza delle misure di sicurezza».

LA VICENDA

«È una grande vittoria dopo anni di battaglia giudiziaria combattuta in tutte le sedi, sono riuscita a far togliere il segreto militare, ora ci rivarremo su Stano che è l’unico condannato: la responsabilità del Ministero della Difesa è stata esclusa perché la sottovalutazione dei rischi è stata grave», ha sottolineato l’avvocatessa Francesca Conte che difende quasi tutte le parti civili. «Ora la giustizia ha fatto il suo corso», ha detto mestamente Paola Cohen Gialli, vedova del carabiniere Enzo Fregosi. «Non c’è nulla da festeggiare: per noi familiari delle vittime – ha concluso – è stato un percorso molto lungo e doloroso che ora è finalmente arrivato a compimento».

Senza successo, Stano – difeso dall’Avvocatura dello Stato – ha sostenuto che la Corte di Appello di Roma nel 2017 lo ha ingiustamente condannato senza che il suo comportamento sia stato «lassista» o macchiato da «macroscopiche inosservanze». Ma gli “ermellini” replicano che «si ha colpa grave anche quando chi agisce non fa uso della diligenza, della perizia e della prudenza professionale esigibili in relazione al tipo di servizio pubblico» di cui si è incaricati. Per il verdetto, la «condotta colposa» di Stano evidenzia «profili di negligenza ed imprudenza, in particolar modo con riferimento alla valutazione dei livelli di rischio», da lui conosciuti come «pericolo effettivo e crescente, e come imminente, almeno dall’ottobre 2003», e per quanto riguarda la necessità «di innalzare le misure di protezione passiva» di base Maestrale. Si segnala «la mancanza di un’area di rispetto, inesistenza di una serpentina, hesco-bastion troppo bassi e riempiti di ghiaia anziché di sabbia» e lo si accusa di «non aver provveduto a temporanei posti di blocco o alla chiusura del ponte e della via».

La misura del risarcimento a carico di Stano, che ha già beni sotto sequestro nell’ambito di una causa intentatagli da un militare sopravvissuto alla strage irachena, sarà quantificata in una causa ad hoc.

Con un altro verdetto, la Suprema Corte ha invece confermato il proscioglimento del colonnello dei carabinieri Georg De Pauli, comandante di base Maestrale. Non era stata sua la decisione di «collocare la base nel contesto urbano di Nassiriya» e «aveva tentato di ottenere la chiusura della strada da parte del competente comandante», il generale Stano subentrato al generale Vincenzo Lops, «ma gli era stata concessa solo la chiusura di una corsia».

LA MOBILITAZIONE

Sui social è scattata la mobilitazione. Tanti gli attestati di solidarietà e sostegno all’ex generale amato da sempre dai “suoi” ragazzi della Sassari. Per tutti, Stano è stato il “Babbo Mannu”, un soprannome importante per i Dimonis, un padre per le sue truppe: «Da un lato sono lusingato – diceva – dall’altro mi spaventa». Per poi riprendere:  «Questi sono i miei ragazzi e io ogni giorno mi tuffo dentro loro. Li vedo crescere, diventare uomini. Avere l’affetto dei ragazzi è una cosa tremendamente bella».

«Le sentenze si devono accettare e non si possono commentare, ma penso di non avere alcuna responsabilità. Mi sono sempre comportato da soldato prima che da comandante, come la mia etica militare mi impone, difendendo tutti i miei dipendenti, qualunque sia la casacca», si è difeso il comandante Bruno Stano. Parlando con l’Adnkronos afferma: «Non mi sento in colpa». Questi anni di processo sono stati «un dolore continuo e costante. Non è possibile immaginare cosa ho vissuto e con me la mia famiglia». Stano confida di sentirsi «abbandonato, non solo dalla mia forza armata ma da tutte le forze armate. Questa sentenza crea un precedente importante. Cosa succederà al comandante in carica – osserva l’ufficiale – se dovesse verificarsi un attentato, in Italia o nei teatri operativi? Questa non è una questione che riguarda solo Stano, ma riguarda tutti i comandanti».

LA VEDOVA

«Questa sentenza offende la memoria di tutti i caduti, è una offesa all’Italia e agli italiani». Margherita Caruso è la vedova del brigadiere dei Carabinieri Giuseppe Coletta, morto nella strage di Nassiriya. La donna non si è costituita parte civile perché «mio marito non lo avrebbe voluto. L’Arma dei carabinieri era la sua vita, non avrebbe mai fatto nulla contro. Sapeva di essere un militare e conosceva i rischi che correva». «Mi ha aiutato la fede», ammette con serenità, ma è altrettanto decisa a ribadire che «chi li ha mandati in Iraq doveva tutelarli. Stano non può essere l’unico responsabile, è pazzesco imputare solo a lui la morte di 19 persone. Non serve a tutti i costi un colpevole per mettersi la coscienza a posto. Non è la vendetta ma la giustizia che vogliamo noi famiglie delle vittime. Attendiamo ancora un’ammissione di responsabilità da parte di chi ha gestito, forse con superficialità, la missione, che non era solo del generale
Stano. La politica dov’era? Il ministero della Difesa? I nostri uomini hanno obbedito a degli ordini per andare lì».

 

PARLA L’EX GENERALE

Si tratta, secondo l’ex comandante del contingente italiano in Iraq, di «una cosa assurda che può succedere solo in Italia. Non credo che in altri Paesi un comandante possa subire 16 anni di processo, consapevole di aver dato tutto. Dopo l’attentato non c’è stato un solo ragazzo dell’Esercito che volle tornare in Patria. Come è possibile – si chiede – che dopo 16 anni sia stato condannato solo io? In quella base c’erano anche altri comandanti, la linea di comando era lunga ma chiara, loro non hanno nessuna colpa?» «Ci sono documenti molto espliciti: immediatamente dopo aver preso le consegne dal generale Lops, ho chiesto rinforzi. Già il 31 ottobre avevo ordinato, non consigliato, ma ordinato di predisporre ulteriori difese in tutte le basi», afferma Stano accusato, secondo la sentenza, di aver sottovalutato il pericolo in cui si trovavano i militari italiani. «Mi accusano di non aver organizzato difese attive e passive adeguate, non mi sembra che sia corrispondente alla realtà di Nassiriya», sottolinea. «Quando sono arrivato – racconta – ho trovato una situazione precaria, si viveva un clima diverso da quello iniziale. Ho subito chiesto rinforzi, quindi ho chiesto mezzi corazzati, elicotteri d’attacco e unità delle forze speciali ma non mi è stato dato niente, nemmeno dopo l’attentato. Quasi che far vedere mezzi corazzati fosse considerato inopportuno».

«Tra le anomalie che ho trovato, ad esempio – rileva Stano – il contingente dei carabinieri dislocato in due basi al centro della città. Per noi dell’Esercito una cosa simile non è proprio conforme alle regole. Le città, durante le operazioni, si controllano dall’esterno verso l’interno». L’ex comandante a Nassiriya scandisce momento per momento le fasi precedenti e successive all’attentato come a cercare ancora i motivi, le spiegazioni che lo hanno portato alla condanna. «Solo durante il processo ho scoperto che i sacchetti non contenevano sabbia ma sassolini». «Il Parlamento ci aveva mandato in Iraq con un codice militare di guerra, quando una Nazione manda i propri uomini in zone di guerra ci si attiene a disposizioni che in zone di pace non esistono. Posizionare le basi dentro la città, come avvenuto per la ‘Maestralè, forse è stata una scelta infelice, in una zona di guerra non può andar bene».

 

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