Al convegno “Che brutta razza il razzismo” organizzato al Liceo Enriques di Ostia si è riflettuto sulla pervasività del razzismo, affermandone la sua natura socio-culturale. Perché a livello scientifico le razze non esistono.

 

Si è tenuto questa mattina, nell’affollata aula magna del Liceo scientifico Enriques, il dibattito sul rapporto tra scienza e razzismo che ha coinvolto studenti, professori ed esperti studiosi. Hanno partecipato in particolare l’evoluzionista Telmo Pievani, in diretta skype per via dei suoi impegni di ricerca, e l’antropologo molecolare Marco Capocasa. Inserita nel programma degli incontri annuali del liceo, questa occasione aveva l’obiettivo di dar conto delle più aggiornate posizioni del mondo culturale sul problema delle razze, di   offrire delle risposte sul tema e scatenare interrogativi, legandoli alla situazione attuale della società, della politica e del discorso pubblico.  
Le razze non esistono, ma il razzismo e i razzismi sì. Perché? Con questa contraddizione ha aperto il convegno il Preside Antonio Palcich, ribadendo il suo piacere nel dare spazio a iniziative del genere: «anche se parlare ancora oggi di razzismo potrebbe essere banale, è necessario fare il punto su questi temi, poiché non per tutti sono evidenti» ha detto, concludendo il suo saluto. È un argomento scottante quello del razzismo, troppo spesso protagonista nella nostra realtà sociale; è un male infido, che si nasconde nelle situazioni quotidiane e che si svela quando diciamo: “non sono razzista, ma…”. Contro questo neo-razzismo bisogna aprire la mente, leggere un libro, ascoltare la scienza, conoscersi e riconoscere che dobbiamo cambiare il modo di concepire l’evoluzione umana.
Un’evoluzione non in termini di progressione lineare (siamo più, siamo migliori di) ma basata su un modello più corretto: siamo dei rami diversi di uno stesso cespuglio naturale. Ha spiegato Il Prof. Pievani: «la nostra specie di homo sapiens si caratterizza per tre elementi; è una specie giovane, rispetto all’età della Terra e della vita animale; è una specie mobile, da due milioni di anni e per sempre migrante; è una specie africana». Tutto ciò fa cadere gli stereotipi, l’ignoranza e l’assurdità delle politiche che molti governi stanno applicando e portando avanti (Trump, i movimenti  xenofobi europei), perché significherebbe che siamo tutti africani (dal punto di vista genetico-antropologico) ed eguali, e che essendo migranti, oltre i confini, dobbiamo tornare ad adeguare il nostro cervello e il nostro modo di rapportarsi alle cose all’apertura e allo spostamento, quindi alla loro tolleranza.
In questo la scienza non sbaglia, la variabilità genetica tra gli uomini è molto bassa, solo un genoma su mille si differenzia tra due individui; perciò le diversità esteriori dipendono dagli adattamenti climatici. Non c’è una diversità razziale eppure ricorre il termine razza. È intervenuto il Prof. Capocasa «la razza non è una realtà biologica, esistono le specie, le popolazioni, ma non le razze, utilizzate per distinguere e dividere. Tutti noi condividiamo il 99% della sequenza del DNA e in quell’1% responsabile delle diversità esteriori, la diversità genetica misura appena il 5-10%». «Il termine razza venne coniato nel 1800 dal medico Samuel Morton per distinguere gli umani in base alla loro intelligenza, misurandone il cranio. Ma noi cosa abbiamo a che fare con tutto ciò?» ha proseguito l’antropologo. Il concetto di razza non è assolutamente scientifico ma emotivo-morale: 80 anni dopo la promulgazione delle leggi razziali nell’Italia fascista molti, tra cui anche ragazzi e studenti, insistono sull’esistenza di una razza italiana o italica (si pensi alle ultime campagne elettorali o ai dibattiti dei talk show in tv); è ridicolo se, migrando gli uomini si mischiano.
La genetica, la natura, sembra davvero prendere in giro ogni sostenitore del razzismo mostrando la propria eccezionalità; ciò che a noi sembra più simile a livello genetico può essere più differente: sono maggiormente diversi due sardi che un portoghese e un ungherese. Evidentemente la genetica e la cultura, il senso comune, stanno procedendo su due diverse direzioni, purtroppo causando danni che spesso non conosciamo da vicino, per cui non si riflette. Capocasa ha raccontato allora la storia  di Marcia e Millie (portata alla luce dall’ultimo numero della rivista National Geographic), due gemelle tanto diverse quanto naturali, una con i tratti europei bianchi, l’altra con quelli afroamericani: la madre rispondendo ancora oggi a chi le domanda se siano davvero gemelle e come possano esserlo afferma “è la genetica!”. E la genetica oggi ribadisce: non esistono razze, siamo una stessa famiglia; ma le famiglie vanno tenute insieme con i gesti, il confronto e l’amore, è questa la sfida della generazione che oggi si forma nelle scuole.
Il dibattito è terminato sull’aspetto linguistico del concetto di razza, ragionando sull’articolo 3 della Costituzione Italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Il termine razza va cambiato? Le posizioni si scontrano ma gli ospiti pensano che una modifica sarebbe utile a depotenziare un termine che evoca pregiudizi e falsi concetti, per fornire il sostegno alle azioni culturali e formative che facciano capire in modo giusto la questione. Si è proposto il testo dell’articolo modificato: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di aspetto fisico, tradizioni culturali, colore della pelle, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”; aggiungendo infine: “La Repubblica non riconosce l’esistenza di presunte razze e combatte ogni forma di razzismo e xenofobia”.
Bisogna che le istituzioni prendano posizione e responsabilità sul problema vivo del razzismo, anche con un’attualizzazione della Costituzione, che è un testo altrettanto vivo e che non può ridursi a chiusura. E bisogna che anche ogni cittadino affronti l’argomento, con quegli strumenti della scienza (che poi descrive quello che è la natura) e della cultura dialogante che questa mattina il convegno all’Enriques ha lasciato ai ragazzi di oggi protagonisti del futuro.

 

Emanuele Forlivesi