Storie dal Mondo

Sensazionalismo archeologico: Tomba di Romolo e Nave di Ulisse

Scoperte (che non sono) straordinarie e comunicati stampa gonfiati: direttori dei parchi e mass media votati alla spettacolarizzazione

Trovare un’esatta definizione di archeologia è compito tutt’altro che semplice: per convenzione essa si può definire come quell’ambito di studi che si occupa di ricostruire le civiltà antiche attraverso i reperti materiali, tentando dunque di risalirne le tradizioni, la religione, l’economia e, più in generale, la società. Ma i media, forse troppo suggestionati dalla figura cinematografica di Indiana Jones e da quella videoludica di Lara Croft, sviliscono la professione dell’archeologo bollandolo come scopritore di cimeli inestimabili e di artefatti meravigliosi. E chiariamoci: è certamente vero che il sogno di ogni archeologo è quello di scoprire un nuovo Cratere di Eufronio o magari una statua che non abbia nulla da invidiare ai celeberrimi bronzi di Riace. Ma in realtà agli studiosi, per ricostruire gli usi e i costumi di una società, che sia essa greca, romana, etrusca o di qualunque altro popolo antico, serve ben altro: bastano delle monete, degli ex-voto, una sepoltura, magari qualche frammento ceramico e qualche epigrafe per ottenere un’adeguata quantità di informazioni su una determinata area in un dato periodo storico. Ma i bronzetti e i cocci non sono (giustamente) utili alla stampa per poter riempire le pagine di un giornale.

E dunque perché non gonfiare, stravolgere e distorcere le notizie?

Ipogeo scoperto al Foro Romano: "Non è tomba di Romolo ma ...
L’ipogeo scoperto nel Foro Romano, sotto la Curia Iulia, nel febbraio del 2020 e interpretato (falsamente) come Tomba di Romolo. In realtà la struttura è da intendere come un cenotafio, un monumento alla memoria che potrebbe ricondursi al fondatore di Roma

Per ricavare un esempio neanche troppo lontano nel tempo basti pensare alla cosiddetta “Tomba di Romolo” che in realtà nient’altro era che un cenotafio posto in un luogo dove veniva celebrato il culto del fondatore della città: una scoperta affascinante, ma dopo tutto non così straordinaria e impensabile. Alcune testate, dopo gli opportuni chiarimenti da parte della Soprintendenza e del direttore del Parco Archeologico del Colosseo, apportarono l’errata corrige, mentre altri giornalisti, pur correggendo il tiro, continuarono a celebrare la scoperta come luogo di sepoltura del leggendario re e fondatore dell’Urbe.
Per non parlare delle numerose “Pompei” che vengono scoperte praticamente ogni giorno in ogni parte del mondo! Perché valorizzare un posto per le sue bellezze e i suoi meravigliosi resti quando gli si può invece affibbiare il titolo di “Nuova Pompei” o “Pompei del x” per renderla più curiosa e più affascinante? Basta fare una rapida ricerca sul web per scoprire che esiste una Pompei nei Caraibi e addirittura una Pompei dei dinosauri. Stesso discorso vale per la misteriosa Atlantide, le cui tracce, a dire dei media, vengono ritrovate quasi quotidianamente nelle più svariate parti del globo.

Ma spesso la colpa non è neanche dei giornalisti, ma degli stessi sovrintendenti e direttori che, con comunicati stampa ampollosi, annunciano periodicamente le nuove scoperte caricandole con eccessiva enfasi, fagocitando la macchina del sensazionalismo e delle cosiddette “scoperte ad orologeria” che, in un’epoca di turismo di massa indistinta, sono più che utili per fare cassa: paradossalmente, il nemico di chi studia con serietà il mondo antico a volte è interno. Gli esempi più plateali sono forniti dal Parco Archeologico di Pompei, il cui direttore annunciò la scoperta di un affresco parietale raffigurante un duello gladiatorio proprio il giorno dell’inaugurazione della mostra “Pompei e Santorini – L’eternità in un giorno” e che ha recentemente annunciato la scoperta di un affresco e di un graffito firmato da una giovanissima esponente della famiglia dei Mummii (guarda caso proprio il giorno prima la riapertura degli scavi).

Se in alcuni casi i giornalisti sono solo vittime di comunicati stampa di esperti del settore che annunciano scoperte sensazionali che di sensazionale hanno ben poco, in altre circostanze essi sono complici di un sistema che tende a spettacolarizzare il mondo delle scienze archeologiche e a banalizzare il lavoro di chi vuole scrutare ogni minimo dettaglio prima di gridare Eureka. E in alcuni casi a favorire questa disinformazione è anche il fenomeno del clickbait, vale a dire quando un articolo viene corredato di un titolo tanto pomposo quanto impreciso, totalmente fuorviante rispetto ai contenuti dell’articolo stesso. Si può citare in questa sede l’esempio della cosiddetta “Nave di Ulisse” ritrovata negli abissi del Mar Nero nel 2018. Le principali testate italiane, anziché porre l’accento sul fatto che l’imbarcazione rinvenuta è la più antica nave d’epoca greca che sia stata mai scoperta, riportarono la notizia come se la nave fosse veramente appartenuta all’eroe omerico. In realtà l’epiteto di “Nave di Ulisse” era stato dato dagli archeologi per via della somiglianza dell’imbarcazione rinvenuta con la nave dipinta su uno stamnos a figure rosse raffigurante l’episodio omerico dell’incontro di Odisseo con le Sirene (oggi al British Museum).

C’è un’enorme e non trascurabile differenza tra il dire “Assomiglia alla nave di Ulisse” e l’affermare che quella è davvero la nave di Ulisse

Troppo spesso, inoltre, la stampa è colpevole di non condannare adeguatamente il fenomeno del tombarolismo: su numerosi titoli di giornale coloro che detengono impropriamente beni archeologici o che effettuano scavi clandestini vengono etichettati come “archeologi amatoriali” o “archeologi per passione”, quasi sminuendo quello che è un reato a tutti gli effetti a una semplice bravata, quando invece è pleonastico ribadire che il tombarolismo è un danno vero e proprio ai beni culturali materiali del nostro paese.

Ci si potrebbe avvalere del ragionamento “basta che se ne parli“: in fondo è pur sempre un modo, discutibile, di far conoscere e di divulgare le meraviglie dell’archeologia. Il problema è che questa disinformazione caotica e confusionaria nuoce sempre di più alla disciplina archeologica. In un’epoca dove le fake news e le bufale costituiscono un serio ostacolo alla corretta informazione, la spettacolarizzazione delle scoperte archeologiche e il sensazionalismo diventano la pietra tombale dell’archeologia e dei beni culturali. La valorizzazione del nostro patrimonio non deve essere affidata a chi vuole distorcere, ovattare o edulcorare, ma deve diventare piuttosto sfera di competenza di chi vuole far scoprire ai più le bellezze, le sfumature, le sfaccettature e, se vogliamo, anche le contraddizioni del mondo antico.

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Michele Porcaro

Giornalista, scrittore e archeologo. Nato a Benevento nel 1995, è diplomato al Liceo Classico “Anco Marzio” di Ostia e laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza” con tesi in Archeologia. Appassionato di lingua, civiltà, storia e archeologia greca e romana, è autore di saggi e romanzi storici sul mondo antico, e ha girato il documentario "ASSTEAS - Storia del Vaso più bello del mondo" in collaborazione con Vittorio Sgarbi. Nel tempo libero svolge attività di rievocazione storica, collaborando a progetti di ricostruzione archeologica sperimentale sull'ambito religioso, civile e militare dei Greci, Romani ed Etruschi.

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