“Se il fenomeno dei flussi continuasse con questi numeri la situazione diventerebbe ingestibile anche per un Paese grande e aperto come il nostro”, queste le parole usate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel descrivere la drammatica situazione che l’Italia si trova ad affrontare sul fronte migrazioni. Rumors provenienti da fonti diplomatiche parlano addirittura della possibilità che, qualora non si dovessero prendere le dovute precauzioni a livello europeo, i porti italiani potrebbero dover arrivare a negare l’approdo a navi battenti bandiere diverse da quella italiana.

Numeri che fanno pensare

Se è vero che, come al solito, non è il caso di lasciarsi andare ad analisi allarmistiche paventando la possibilità di qualche genere di invasione, i numeri purtroppo parlano chiaro e la percezione che a livello generale si può arrivare ad avere su tali numeri non è certo delle più rosee. Prendendo i dati dalla piattaforma della fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) scopriamo che dal 2014 al 2017 il numero di sbarchi in Italia (contando anche l’ultima ondata che sembra possa arrivare a quota 12.000 sbarchi) si aggira attorno al non proprio indifferente numero di 600.000 unità. Se poi prendiamo la Grecia la cosa non migliora affatto, in tal caso il quadriennio 2014/2017 ha visto raggiungere il picco di oltre un milione di unità. Volendo poi avere una panoramica ancora più ampia, prendendo in considerazione tutti gli sbarchi avvenuti in Italia, Grecia, Malta e Spagna, negli anni sopracitati (cosa tutto sommato utile dal momento in cui tale fenomeno riguarda tutta l’Unione Europea e non solo l’Italia) i numeri diventano abbastanza interessanti in quanto si oltrepassa il milione e seicentomila unità.

Una questione di percezioni

Appare chiaro come tali numeri siano tutt’altro che rassicuranti ma, in tal senso, c’è da fare una precisazione. Questi numeri non sono rassicuranti non tanto per il fatto che potrebbero rappresentare (come dice qualcuno) una pacifica invasione, quanto piuttosto per il fatto che se l’impegno nel gestire questa situazione non diverrà realmente collettivo (intendendo qui un grande sforzo congiunto da parte del numero più ampio di Nazioni possibile e magari non solo europee), le popolazioni degli Stati più colpiti da tale fenomeno potrebbero cominciare a lasciarsi andare a certi eccessi che sarebbe meglio evitare. La percezione di essere lasciati da soli e di avere a che fare con persone delle quali, spesso, non si sa praticamente nulla, di certo non aiuta minimamente eventuali politiche di integrazione. E ciò è dovuto al fatto che, dal momento in cui risulta impossibile garantire un’efficiente organizzazione, così come un reale controllo su numeri così grandi, la diffidenza verso il migrante (al di là del motivo che lo ha spinto a partire) aumenta di giorno in giorno. Conseguentemente, di giorno in giorno, diminuiscono le possibilità di far integrare realmente nella nostra società coloro che, loro malgrado, hanno deciso di venirci a vivere. Inutile dire quanto la mancata integrazione potrà portare in futuro ad un aumento dei tanto tristi quanto noti casi di radicalizzazione (senza contare il probabile aumento della criminalità, dello sfruttamento lavorativo e quant’altro con tutti i danni annessi e connessi).

Team Working tra gli Stati e buon esempio

Volendo fare una raccomandazione tanto utile quanto ovvia e banale, forse tutti gli Stati della zona europea, anzi, tutti gli Stati che hanno la possibilità e le capacità di dare una mano, dovrebbero tenere bene a mente quanto prevenire, generalmente, sia meglio che curare. Non sarebbe male vedere un bel lavoro di team working da parte di tutti gli Stati interessati al destino dei migranti e, perché no, dell’uomo. Insomma, è probabilmente arrivato il momento di dare il proverbiale buon esempio.

Federico Molfese