Da una parte il nuovo Ministro degli Interni, dall’altra uno scrittore pluripremiato e, infine, un filosofo amante dei salotti televisivi: chi la scamperà?

Il nuovo governo “gialloverde”, come è stato definito da alcuni, nel bene e nel male vanta il merito di essere riuscito a far parlare molto di sé nell’ultimo periodo. A poche settimane dalla nomina di Conte, Salvini sta già applicando, uno dopo l’altro, tutti i punti che costituiscono da anni il suo programma politico. Tra barconi di migranti e censimenti dei rom, il nuovo Ministro dell’Interno ha annunciato alla stampa che valuterà il mantenimento della scorta che dal 2006 protegge la vita di Roberto Saviano. Di certo questa notizia non è un fulmine a ciel sereno: l’astio che divide il celeberrimo autore di “Gomorra” e “ZeroZeroZero” e il leader del Carroccio è senz’altro noto a tutti gli utenti del web con il pallino della politica e dell’attualità. Saviano non ha mai nascosto d’altronde (nonostante le molte critiche tutt’altro che velate nei confronti del PD) le sue simpatie per il centro-sinistra, e le sue idee europeiste, liberiste e favorevoli all’accoglienza di rifugiati e clandestini non possono che collidere con quelle di un politico che da anni fa della lotta all’immigrazione il suo fiore all’occhiello. Quello di Salvini sembra quasi essere un monito nei confronti di Saviano, che vuole andare a colpire l’autore nel suo punto più debole: la sua sicurezza. Sembra quasi dirgli “riga dritto o ti metto nei guai”. Ma Saviano non sembra demordere, e scomoda la buonanima di Salvemini per definire Salvini “ministro della malavita”, usando contro il leader leghista la stessa definizione che lo scrittore pugliese adoperò per opporsi a Giolitti. Ma lo scrittore napoletano non si ferma, e porta a segno, una dietro l’altra, delle pesanti stoccate contro quello che da avversario sembra essersi trasformato in un nemico: nella sua videorisposta a Salvini, Saviano ipotizza dei taciti accordi tra il ministro e le più potenti famiglie della ‘Ndrangheta calabrese. E ancora chiede: “Dove sono finiti quei 50 milioni di euro che la Lega ha intascato come rimborsi elettorali?” Un J’accuse forte, senza esclusione di colpi.               
Ma nella faida s’intromette un terzo personaggio, tanto particolare quanto curioso: si tratta di Diego Fusaro, noto filosofo italiano praticamente onnipresente nei palinsesti televisivi e radiofonici come opinionista, personaggio dalla personalità eclettica ed erudita, con un’espressività che solletica e divide i social. Dice di avere “idee di sinistra ma valori di destra” e proclama la sua totale devozione al marxismo, ma in totale solidarietà con Salvini, si schiera contro Saviano. La situazione si trasforma in un triello alla messicana, di quelli alla “Il Buono, il Brutto e il Cattivo” dove ognuno punta la pistola all’altro, anche se per essere più precisi qua sono in due a puntare la pistola contro uno. Ma analizziamo tutti e tre i personaggi partendo proprio dal nuovo vice di Conte.

 

MATTEO SALVINI

Salvini non ha bisogno di presentazioni: le sue idee e la sua persona sono ben note ad ogni anima viva. In pochi, pochissimi giorni di governo, ha già rispettato i vari punti della sua politica: ha esercitato pressioni diplomatiche di vario tipo per far dirottare la Aquarius e i suoi 629 passeggeri immigrati; ha proposto un censimento di tutti gli appartenenti alle etnie rom e sinti e ultimo, ma solo per ordine cronologico e non per importanza, ha espresso la sua intenzione di rimuovere l’obbligatorietà dei dieci vaccini. Che queste scelte del Ministro siano condivisibili o meno, rimaniamo sull’oggettività. Il programma salviniano, stilato sotto la supervisione di Di Maio, esponente pentastellato, risulta particolarmente articolato e dettagliato sulla politica immigratoria, ma vanta molto meno spessore sulle proposte economiche e – dato più preoccupante- risulta quasi scarno e insipido sul tema scuola. La pressione migratoria proveniente dall’Africa ha indubbiamente causato alcuni danni nel nostro paese (primo tra tutti un aumento della manodopera in nero con conseguente abbassamento del costo del lavoro) ma la propaganda salviniana tende spesso a sottolinearla come l’archè, il motore immobile dei problemi del nostro paese. Nella sua divulgazione e nella sua politica, Salvini si è sempre avvalso di una raffinata retorica: opinabile e discutibile, certamente, ma sempre efficace sul tipo di elettore che egli vuole dalla sua parte. Salvini riesce infatti a fare breccia nell’individuo medio (medio inteso come “comune”) usando una sintassi disarticolata, fatta di slogan e frasi rapide e concise. Il linguaggio è basso, quasi popolare, proprio perché lui stesso vuole captare l’attenzione degli strati bassi della società: il suo lessico è basilare, nella sua pronuncia risulta particolarmente marcato l’accento lombardo e molto spesso sente la necessità di rimarcare i suoi concetti con leggeri turpiloqui o definizioni molto forti. Ma nella sua comunicazione, Salvini è sempre in grado di collegare ogni tematica alla quotidianità, dando un’impressione di vicinanza al suo uditorio, che riesce dunque a identificarsi e riconoscersi in lui con facilità.  Matteo Salvini, come i 5 Stelle, riesce a dare voce a quegli italiani che vagano incerti di fronte alla dicomitia destra-sinistra e hanno bisogno di trovare giustificazioni per la gravità della situazione sociopolitica italiana. Ma tra i tanti detrattori o devoti, lo scrittore Roberto Saviano non riesce proprio a digerire questo charme comunicativo molto spesso sopra le righe e volutamente politicamente scorretto di Salvini.  Nell’ottobre 2017 l’autore di Gomorra si espresse in merito con queste parole: 
Imbarazzante il suo linguaggio, sgrammaticato, terrificante. A volte bisogna togliersi i guanti e dire che non se ne può più di questo politico improvvisato, che cerca con le affermazioni più banali di attirare la canaglia razzista.”
A queste parole, Salvini rispose con un post su Facebook, in cui prometteva ai suoi followers di rimuovere “l’inutile scorta” di Saviano una volta salito al potere. Sembra di tornare all’epoca di Cicerone e Marco Antonio, quando quest’ultimo fece uccidere l’arpinate per le sue Filippiche. Tra i tanti argomenti di scontro che dividono Salvini e Saviano (ndr. Divertente l’allitterazione che si crea accostando i due nomi!) c’è sicuramente quello delle ONG che spesso intervengono durante o dopo lo sbarco dei clandestini per soccorrere gli immigrati: il neo ministro le etichetta il più delle volte come associazioni criminali che sperano di guadagnare palate di denaro sulla pelle dei rifugiati, mentre per l’autore partenopeo sono organizzazioni di volontariato che applicano con rigore la “legge del mare” secondo la quale nessun uomo può essere lasciato morire in balia delle acque. Nel corso del caso Aquarius, Saviano non si fece certo sfuggire l’occasione di attaccare per l’ennesima volta Salvini, usando un linguaggio molto pungente e invitando il popolo a disconoscerlo come Ministro dell’Interno. Dopo tante scaramucce e numerosi parapiglia, Salvini non ha mancato di far sapere che ordinerà la valutazione del mantenimento della scorta di Saviano.

ROBERTO SAVIANO

Roberto Saviano è un nome noto nella letteratura italiana contemporanea: tra i suoi libri più celebri figurano “La paranza dei bambini”, “ZeroZeroZero” e, ovviamente, “Gomorra”. Sul web risulta essere un personaggio particolare, che divide l’utenza dei mass media, tra fedeli lettori e sostenitori che lo osannano oltremodo e denigratori che lo criticano. Dall’ottobre 2006, Saviano vive sotto scorta proprio per Gomorra, quel romanzo che più che romanzo si propone come una pesante inchiesta contro la camorra che tiene in pugno l’intera provincia di Napoli e non solo, senza risparmiare forti critiche contro le varie famiglie malavitose napoletane, prima tra tutte quella dei Casalesi. Proprio questi ultimi hanno recapitato allo scrittore delle truculente minacce di morte che lo hanno costretto, oltre a vivere sotto scorta, a trasferirsi negli U.S.A. Ma facciamo un passo alla volta: Saviano NON è il primo autore che ha parlato di mafia, né sarà di certo l’ultimo. Ne parlarono a suo tempo Sciascia, la Maraini, Nando Dalla Chiesa e molti altri autori che – se vogliamo – sono anche più autorevoli di Roberto Saviano. Ma allora quali meriti sono da attribuire a Saviano? Fondamentalmente tre.

  • Saviano è stato uno dei pochi che, anziché parlare con toni e termini vaghi, ha fatto nomi e cognomi delle varie famiglie malavitose, descrivendo con dovizia di dettagli la gerarchia dai toni quasi feudali che vige all’interno della camorra.
  • Saviano ha descritto nei suoi testi con cura certosina quali sono tutti i racket e business della camorra (dai più noti, quale quello dei rifiuti tossici e lo spaccio di armi e droga, fino a quelli meno risaputi, come ad esempio il traffico di merce contraffatta) e quali sono i luoghi interessati dall’influenza malavitosa (Campania, Napoli, Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, l’agro aversano ecc…)
  • Il merito più importante di Saviano è stato quello di chiarire una realtà a tutti forse poco chiara o addirittura scontata: se nell’opinione pubblica la Mafia è un male da estirpare, perché allora le organizzazioni malavitose raccolgono ogni giorno sempre più adepti? La risposta è nelle ville sfarzose dai richiami hollywoodiani che Saviano descrive in Gomorra, nelle macchine di lusso, negli abiti firmati indossati dai boss e dagli scagnozzi (ben visibili nel film e nella serie tratti dal libro) e, soprattutto, nella promessa di ricchezza e rispetto che viene inculcata ai giovanissimi ragazzi dei rioni più poveri di Napoli, che si rendono conto che vendendo un paio di buste di cocaina o chiedendo un pizzo possono guadagnare in pochissimo tempo molti più soldi rispetto a un lavoro più onesto ma anche più faticoso.

Come scrittore Saviano vanta un’espressività che solo un acclamato autore e giornalista del suo calibro può avere. Ma negli ultimi anni ha saputo affermarsi anche come personaggio del web e del piccolo schermo. Sui social e in televisione, difficilmente Saviano si esprime sulla camorra (visto che i suoi libri parlano per lui), ma tende molto spesso a dedicarsi a temi d’attualità e soprattutto di politica. Ma quello che, obiettivamente, urta o può urtare dello scrittore napoletano è il suo modo di porsi nei video e nei post che pubblica su internet: in primo luogo, molto spesso Saviano tende ad addentrarsi in argomenti che poco gli riguardano o di cui sa poche informazioni, e per giunta confuse e sommarie (ne è un esempio un imbarazzante post su Fidel Castro in cui forniva un quadro sulla rivoluzione cubana di gusto assai dubbio, descrivendo prima il dittatore come un sanguinario tiranno salvo poi fare marcia indietro e dipingerlo come un’idealista rivoluzionario dalle idee innovative) e tende a usare un tono altezzoso, fanfarone, da pseudo-intellettuale, che poco si confà a un personaggio che ci tiene spesso a sottolineare di stare dalla parte degli ultimi. Il tono della sua voce è istrionico, e dietro alla sua sottile calata campana e al suo broncio quasi sempre calante si nasconde l’intento di una captatio benevolentiae abbastanza infelice, che punta alla pancia dello spettatore/lettore/ascoltatore.Il risultato? Sui social Saviano è propenso a fare la figura del tuttologo, di colui che dice tutto ma in realtà non dice proprio nulla, e i suoi post si trasformano in una sagra della banalità (quando la personalità di Saviano è tutt’altro che banale!) farcita con una straripante dose di luoghi comuni che l’utente medio di Facebook è immediatamente pronto a etichettare come “Radical Chic”. Inoltre, alcune sue dichiarazioni si dimostrano tristi e fintamente provocatorie, soprattutto perché espresse nel modo più sbagliato possibile e nel momento più inopportuno. Per dovere di cronaca citeremo solo le più note: 1) Saviano condannò nel 2016 la Brexit e paragonò il popolo inglese che aveva votato l’uscita della Gran Bretagna dalla UE al popolo tedesco che votò Hitler come cancelliere nel 1933: ma come? Un autoproclamato antifascista che si oppone alla democrazia?! 2)Al sud sogno sindaci tutti africani”, frase volutamente provocatoria e per giunta insensata. 3)Tutte le droghe andrebbero legalizzate”, si commenta da sola.  
Nella sua lotta contro Salvini, i fan dello scrittore si scontrano inevitabilmente con gli affezionati elettori leghisti, un po’ come i guelfi e i ghibellini di un’Italia non divisa in Comuni e Ducati, ma tra Nord e Sud, tra progresso e conservatorismo. Proprio come tra cane e gatto, fino ad ora ci sono stati solo soffi e guaiti: Saviano da a Salvini del razzista e dello xenofobo, e di rimando Salvini lo definisce “buonista” e borghesotto. Ora però, la situazione ha preso tutta un’altra piega…

DIEGO FUSARO

Nel parapiglia tra i due, interviene (assolutamente non richiesto) Diego Fusaro. Chi mastica l’internet lo conoscerà bene: Diego Fusaro è un giovane filosofo torinese. Non filosofo alla Socrate con tunica e himation né alla Kant con pastrano e bavero, ma come saggista e opinionista televisivo. La sua fama lo precede: all’attivo ha decine di pubblicazioni e da anni cura edizioni critiche di Luciano di Samostata, Epicuro, Kant, Hegel e, soprattutto, del suo amato idolo Marx. Perché Fusaro vanta come suoi maestri totemici proprio Karl Marx, Engels e Gramsci, nonostante si proclami di destra nei valori. Infatti, nonostante gli ideali progressisti tramandati dai suoi mentori, Fusaro non riesce a identificarsi in una sinistra che ha come suoi punti chiave l’integrazione dello straniero (Fusaro sostiene la teoria del Piano Kalergi, secondo cui esiste un subdolo piano di sostituzione dei popoli europei con immigrati africani, con conseguente perdita dell’identità occidentale), l’europeismo e l’apertura all’omosessualità. Indi per cui, strano ma vero, il marxista Fusaro sceglie di supportare Salvini e Di Maio. Sul web Fusaro è noto per un semplice motivo: sui social spara supercazzole. Ma vere e proprie supercazzole degne del Conte Mascetti di “Amici Miei”. I suoi post infatti sono un’accozzaglia di tecnicismi ricercati e minuziosi neologismi che, seppur inseriti in una proposizione, non riescono comunque a dare significato all’intera frase. Se non ci credete, provate a leggere questo post e a riassumerne a mente il contenuto.

Antani come se fosse antani… ma lo scappellamento a destra?

 

Quasi come se fosse una regola non scritta Fusaro, in ogni frase che dice, scrive o pensa, sente l’irrefrenabile impulso di inserire termini astrusi e ampollosi come “turbomondialista” “ultracosmopolita” o “plusgodimento”. Ma il filosofo opinionista giustifica la scelta di questo linguaggio da vocabolario Zingarelli, che lui definisce “veterolingua italica”, come risposta al linguaggio imposto dai mercati della mondializzazione. Ma quel che Fusaro ignora è che parlare una lingua condita da terminologie desuete, arcaiche, inutili e comprensibili (forse) solo da un rettore accademico non equivale a essere un genio della comunicazione, ma al contrario significa mostrare un’erudizione fine a sé stessa, vanitosa e tracotante, che nulla da e nulla toglie: dietro al linguaggio intingolato e arcaicizzante di Fusaro, si nascondono pensieri banali e quasi sterili che sono unicamente elevati dal linguaggio sofisticato con cui vengono espressi. Come dire: se dico che voglio “due pomodori rossi e due arance di Sicilia” o “due pomidori vermigli e due agrumi sicani” il concetto rimane sempre quello, no? Come scrive il grande linguista Luca Serianni (qualcuno che di “veterolingua italica” ne sa molto): “La lingua italiana non è qualcosa di acquisito ma rappresenta una continua evoluzione” e “non bisogna usare parole troppo ricercate nella quotidianità, sebbene la cosa migliore sia arricchire il proprio vocabolario, ma associare la giusta parola al pensiero che avete in mente.”        
All’interno di questo triello sociopolitico, Fusaro si può dire che non difende Salvini, ma per lo più attacca Saviano. Nella sua critica contro lo scrittore partenopeo la parola Salvini non viene nemmeno pronunciata, sebbene Fusaro accusi Saviano di attentare al governo. Nella sua filippica in “veterolingua italica”, Fusaro accusa Saviano “avvolto da noia patrizia nel suo attico di Nuova York” (ndr. a questo punto poteva scrivere Eburacum, no?) di essere un “bardo del pensiero unico plusimmigrazionista” (Fusaro mostra una predilezione per le parole che presentano il prefisso in plus-) e, per farla breve (senza citare oltre tutti i lemmi fusariani) di convertire le masse indottrinando la cultura dell’integrazione e dell’accoglienza, dietro alle quali si nascondono maligne intenzioni di rovesciamenti politici.

Posted by Diego Fusaro on Thursday, June 21, 2018

Ma arriviamo al dunque della questione: Saviano è in pericolo di vita? No. O meglio, è molto difficile che la camorra (o chi per loro) possa colpire Saviano. Roberto Saviano è diventato un’icona generazionale, un personaggio il quale, che piaccia o meno, esercita un’enorme influenza sul grande pubblico e genera enormi chiacchiericci ad ogni sua dichiarazione. Un attentato ai suoi danni significherebbe in primo luogo generare in tutta Italia un’ondata di sentimento antimafioso che costringerebbe inevitabilmente la classe politica a prendere drastiche misure contro la malavita, ma soprattutto iscriverebbe Saviano nella lista dei “martiri della mafia”. Inoltre, è quasi escludibile che la mafia campana possa attentare alla vita di un uomo che fondamentalmente (eccezion fatta per qualche sporadica presenza da Fazio o in altri talk show televisivi) vivenegli Stati Uniti.

Saviano deve avere la scorta? Assolutamente sì. O meglio -anche qui- , “assolutamente sì” finché chi di dovere lo riterrà opportuno. Da 12 anni Saviano è costretto a fare una vita di cui lui stesso farebbe volentieri a meno: sfido chiunque a ritenere comoda una vita con un’affilatissima spada di Damocle pendente sopra la testa, con la continua e asfissiante presenza di sconosciuti che devono proteggerti tutto il giorno tutti i giorni. Non è un capriccio, non è un privilegio. Non è, come crede Salvini, uno spreco di soldi dei contribuenti che Saviano attua per “noia patrizia” (per usare un termine caro al Fusaro). Nelle parole di Salvini è evidente la criptominaccia che si annida ai danni di Saviano, uno scrittore che ha idee opinabili o condivisibili, ma che senza dubbio deve avere il diritto di esprimere i suoi pensieri (anche quando possono sembrare discutibili o contraddittori) nella massima libertà. D’altro canto Saviano, seppur sempre fermo nelle sue convinzioni politiche e nei suoi ideali (e nel suo diritto d’opposizione), deve rispettare la volontà democratica che ha fatto sì che Salvini ricoprisse il ruolo che sta adesso rivestendo, rispettando soprattutto la sua autorità.

E per chi è arrivato a leggere fino a qui, uno spassionato consiglio: se volete parlare bene l’italiano, basta saper coniugare a dovere i verbi, abbinare il se con il congiuntivo e applicare le più basilari norme della grammatica. Per quanto riguarda il “turbocapitalismo”, il “plusimmigrazionista” e la “veterolingua italica”: quei termini lasciateli pure a Fusaro. Nessuno sentirà la loro mancanza.

                                                                                                                                 Michele Porcaro