Una banca dati per la tutela dei beni culturali. Dalla Capitale, dall’associazione Incontro di civiltà, Iccrom e Unesco l’appello alla comunità internazionale per l’avvio della catalogazione del patrimonio a rischio

Roma- Nasce da Roma l’appello alla comunità internazionale per la catalogazione, e quindi per la salvaguardia del Patrimonio Culturale. Una vera e propria eredità della quale potrebbero godere le generazioni future affinché non vada dispersa la storia, le origini, le radici di ogni essere umano.

Un appello lanciato nel corso di un doppio eccezionale appuntamento che si è svolto nella Sala Dante di Palazzo Poli(sede dell’Istituto Centrale della Grafica del quale è direttore Maria Antonella Fusco) e nell’ex Planetario (Terme di Diocleziano-Museo Nazionale Romano) sotto l’alto Patronato del Presidente della Repubblica.

Organizzata dall’associazione Incontro di Civiltà e da ICCROM, la conferenza ha visto la partecipazione di rappresentanti dell’UNESCO, di enti ed organismi del settore e del ministro della cultura e del turismo, Dario Franceschini.

Una tappa di grande importanza per quella che soprattutto negli ultimi anni ed alla luce di drammatici eventi, ha portato alla distruzione di beni inestimabili, tracce di civiltà perdute per sempre.

Un cammino, una campagna di sensibilizzazione che, come ha spiegato il presidente di Incontro di Civiltà, Francesco RutelliNasce dalla necessità di creare consapevolezza in tutto il mondo e di provvedere ad un programma condiviso per la catalogazione del patrimonio culturale, classificandolo così da tutelarlo, per poter intervenire con un adeguato restauro ed eventualmente con la ricostruzione dei beni distrutti o a rischio estinzione”.

 

Che sia ormai indispensabile è dimostrato dai recenti conflitti, a cominciare dal 2001 quando le gigantesche statue buddiste della valle di Bamiyan, in Afghanistan furono fatte saltare in aria. Per proseguire con l’antica città di Palmira in Siria per mano del sedicente stato islamico. Che dire poi di Timbuctù, ormai sperduto avamposto nel deserto, con meno abitanti di quanti erano gli studenti, 25mila, che frequentavano la sua celebre università islamica all’epoca del suo massimo splendore, nel sedicesimo secolo. I suoi antichi monumenti e moschee sono di un tale valore storico che Timbuctù (come Bamiyan e Palmira) era stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Proprio l’Organismo internazionale ha stimato che dal solo sito siriano di al-Nabuk siano state trafugate opere per 36 milioni di dollari. Le prime distruzioni in Siria risalgono al 2012, quando ad Aleppo vennero devastati da incendi a settembre gli antichi mercati e a ottobre la moschea degli Omayyadi il cui minareto del 1090 fu fatto esplodere nell’aprile dell’anno seguente. Una lunga lista che comprende anche Ashur (Qal’at Sherqat), in Iraq e i resti archeologici della Valle di Bamiyan,Afghanistan.

 

Già, i conflitti. Oltre a portare morte e distruzione, da sempre sono stati fonte di arricchimento e devastazione dei beni culturali. Lo abbiamo visto anche con la Seconda guerra mondiale, con i tedeschi che hanno portato via molti tesori italiani. Per non parlare dei libri bruciati da Hitler e del traffico di opere d’arte, come evidenziato da Francesco Bandarindella direzione della cultura dell’Unesco.

Salvaguardare, catalogare, come emerge dall’appello lanciato dalla Capitale, si può. Grazie alla tecnologie avanzate delle quali si dispone oggi. La conferma di questo lo scorso dicembre con la bellissima mostra allestita al Colosseo nella quale erano esposti due altorilievi provenienti da Palmira, “gravemente feriti” nel corso di un attacco dell’Isis, restaurati a Roma e grazie ad una ricostruzione in 3D, e con la copia del Toro androcefalo alato dell’antica città assira di Nimrud nel nord dell’Iraq, dell’archivio di Stato di Ebla del 2300 a.C. e della sala dell’archivio.

 

Non solo i conflitti sono responsabili della distruzione del patrimonio artistico ormai a tutti gli effetti “crimine contro l’umanità”. Eventi naturali quali il susseguirsi dei terremoti che hanno colpito il cuore d’Italia (Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo) hanno evidenziato come il censimento delle opere d’arte, dei palazzi delle chiese, dei monumenti a loro volta scrigni che custodiscono tesori, sia fondamentale per la cultura e per un “incontro tra civiltà”.

Lo ha sottolineato anche il ministro Franceschini durante il convegno: “Fatti traumatici a volte spingono a costruire idee e l’Italia in proposito ha un importante ruolo di stimolo presso Organismi quali l’Unesco. Adesso – ha sottolineato il ministro alla cultura ed al turismo – c’è bisogno di un ulteriore passo avanti, un salto di qualità che giunge dall’Europa”.

 

Ma c’è molto di più a nostro parere. Investire in questo progetto, avviare una banca dati mondiale ed in rete, vuol dire creare occupazione, vuol dire dare lavoro ai tanti giovani che intendono investire il loro futuro in questo ambito e che oggi vedono pochi, pochissimi sbocchi lavorativi.

 

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Un motivo in più per l’appello al mondo partito dalla conferenza “Documenting our Heritage at Risk” indetta anche grazie anche al contributo della Fondazione Terzo Pilastro-Italia e Mediterraneo e del suo presidente, Emmanuele F. M. Emanuele. Un evento al quale erano presenti tra gli altri personalità del calibro di Mounir Bouchenaki (Special Advisor Unesco per il patrimonio culturale), Chance Coughenour (Program Manager per l’ambito Preservation di Google Arts & Cultur) e il Direttore del Dipartimento di Architettura dell’Istituto Archeologico Germanico, Ulrike Wulf-Rheidt.

 

Non una ricostruzione – ha dichiarato il direttore della spedizione archeologica ad Ebla, Paolo Matthiaema restituzione nel rispetto della sovranità dei Paesi interessati, il controllo dell’Unesco e la cooperazione internazionale”.

Ed agli sforzi degli esponenti politici, dei rappresentanti della cultura, si deve aggiungere il prezioso, fondamentale ruolo della scuola e quindi degli insegnanti  che ogni giorno arricchiscono (o dovrebbero arricchire) il bagaglio culturale dei ragazzi. “No ai consumatori di cultura – afferma in proposito Stefano Baia Curioni dell’Università Bocconi di Milano – e no al basso livello di interesse dei più giovani se è vero che il 40 per cento di loro non accede ad alcun momento culturale”.

 

Emanuela Sirchia